Bella a chi? Scienza e arte a quattr’occhi

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Due mani in atto di esprimere sensazioni tattili – cera realizzata dalla ceroplasta Anna Morandi Manzolini – Museo Palazzo Poggi – Bologna

Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” scrive E. De Goncourt e se io su queste pagine ho spesso esaltato soprattutto la mano che sa creare, in realtà faccio ammenda per aver omesso gli occhi, quegli organi di senso che risultano non meno importanti della mano per creare un’opera, che sia d’arte o di produzione tout court.

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Foto di volto al Museo L. Cattaneo di Bologna

Mi è venuta in soccorso la lettura di un articolo ricordandomi che: “la visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura: tutta la storia, non solo dell’arte, ma delle scienze, della biologia, della zoologia, della botanica, potrebbe essere riscritta attraverso la storia della visione.(…) Pensare e vedere non sono azioni scindibili: noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo” (Doppiozero: “Il fondamento dell’istruzione artistica è insegnare a vedere” di G. Di Napoli)

Niente di più azzeccato per me per parlare di una visita tra scienza e arte, in due musei bolognesi, lo scorso autunno.

Il Museo delle cere anatomiche e Palazzo Poggi: due wunderkammer fantastiche.

Questi musei espongono dei corpi, così come li si vedeva nell’antichità, con le loro malattie e la loro anatomia dettagliata. Corpi fisici di esseri umani, rappresentati nei loro aspetti anatomici più reali, anche se “crudi”. La scienza del 500 ha beneficiato di questa iconografia realista in quanto finalmente la conoscenza diretta attraverso l’osservazione empirica poteva sostituirsi all’accettazione dogmatica dei precetti dei maestri. Oggi – in epoca in cui tutto è già noto e visto – curiosamente queste immagini destano facilmente più inquietudine. Sembra che il lato nascosto del reale contenga una sua “oscenità”, in particolare quando ad essere rappresentate sono le malattie ed il funzionamento fisiologico dei corpi. Non siamo abituati a considerare il senso estetico né l’armonia del reale degli apparati scheletrico-muscolari, o digestivi, delle tavole anatomiche. Siamo invece pronti ad accogliere ciò che in modo convenzionale e conformistico è riconosciuto come bello (ed anche efficiente).

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Modello anatomico dell’apparato visivo e parti ad esso connesse – Ceroplasta Clemente Susini – Museo L. Cattaneo – Bologna

Sono musei che rappresentano le nostre wunderkammer, le stanze delle meraviglie per alcuni o degli orrori per altri. Luoghi in cui sono raccolti gli unicum e i mirabilia, cioè oggetti inconsueti, capaci di muovere emozioni, ripartiti a loro volta in naturalia (quelli della natura) ed artificialia (quelli creati dall’uomo). Le wunderkammer sono un fenomeno tipico del ‘500, che si sviluppa nel ‘600 e si protrae fino al ‘700 con le curiosità scientifiche dell’illuminismo, e rappresentano al suo primo stadio il concetto di museo. E se nulla avevano a che vedere con i moderni musei, bastarono a dirottare il collezionismo verso un nuovo modo di riordinare ed esporre le collezioni scientifiche.

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Museo Luigi Cattaneo – Bologna

Il museo Luigi Cattaneo di Bologna, detto anche museo “delle cere anatomiche”, è una wunderkammer per le magnifiche cere che vi sono esposte, sintesi del matrimonio oggi inusuale tra arte e medicina. Vi sono esposte cere anatomiche normali e cere del corpo umano patologico, realizzate fra il 1700 e il 1800.

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Museo di Palazzo Poggi, “Stanza di Notomia” con le statue realizzate da Ercole Lelli – Bologna

Ma anche il Museo di Palazzo Poggi, non lascia meno incantati del primo: nella sezione dedicata all’anatomia ed all’ostetricia sono esposte cere magnifiche: quelle di Ercole Lelli (1702-1766) ) , e quelle di Anna Morandi (1714-1774) e del marito Giovanni Manzolini.

 

L’arte e la scienza

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De Bononiensi Scientiarum et Artium Instituti atque Academiae Commentarii, Bononiae, 1731- Biblioteca del Museo di Palazzo Poggi, in funzione dal 1724

A guardare – insieme ad una guida che spieghi questi manufatti – ci si può ritrovare proiettati in un mondo affascinante, la cui cultura incanta per quella magica combinazione di concretezza e superstizione che riesce a trasmettere. Affascina soffermarsi sul fatto che quell’approccio medico appariva più vicino all’ “artista” – per le sue caratteristiche di immaginazione e “creatività” – di quanto non si possa oggi pensare. Quotidianamente questi professionisti erano costretti a dover immaginare l’invisibile causa delle malattie che dovevano curare nei loro pazienti, avendo come unica risorsa la loro capacità di collegamento dei sintomi al contesto di vita ed alla cultura, cioè il semplice intuito. Rispetto all’artista a questi medici mancava solo la consapevolezza di essere tali. Oggi non è più così: ragioni di “opportunità legale” spingono i medici a ragionare soprattutto in modo strettamente scientifico, in base a prassi e protocolli ufficiali, per non doversi poi ritrovare vittime di probabili denunce per errori o negligenze o azioni presunte tali.

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Ercole Lelli, Statue di spellati, scheletro naturale e cera, metà XVIII secolo circa – Museo di Palazzo Poggi , Sala dei Paesaggi – Bologna

La rappresentazione materica della ceroplastica

La libertà di apprezzare la bellezza del corpo umano attraverso l’anatomia inizia col Rinascimento e giunge attraverso l’Illuminismo fin a parte dell’800.

L’anatomia era una disciplina dai confini incerti, in bilico tra medicina, filosofia, cosmografia, estetica e arte. Ma la dissezione anatomica del corpo umano favorirà lo nascita e lo sviluppo della medicina occidentale . Entrambi, medici e artisti, attingeranno alla stessa fonte: l’anatomia. Gli uni per conoscere e svelare i meccanismi del funzionamento del corpo umano, gli altri per dargli vita ed espressione. Le cere anatomiche – che nel 400 nascevano come cere votive, “carne per credenti” – diverranno il mezzo tridimensionale più utilizzato per gli studi del corpo umano in quanto in grado di sopperire alla piattezza delle rappresentazioni del disegno anatomico. Saranno sia “carne per gli artisti” che “carne per gli scienziati”.  Ma non solo: le cere anatomiche venivano anche utilizzate come strumento didattico per insegnare e diffondere l’anatomia a coloro che non erano medici. Chirurghi e levatrici, persone cioè prive di quegli studi classici utili per avvicinarsi ai dotti trattati scientifici, nella pratica avevano bisogno delle conoscenze anatomiche per poter svolgere con successo i loro compiti (come un parto). Perciò le rappresentazioni anatomiche consentivano loro di poter mettere in pratica nella loro attività quanto potevano vedere in “3D”, in un felice connubio ante-litteram tra esperienza, arte e scienza.

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Statua in cera di giovane donna giacente, detta “Venerina” – riproduzione della cera che Clemente Susini (1754-1814) eseguì negli anni 1780-1782 a Firenze – Museo di Palazzo Poggi , stanza dei putti vendemmiatori – Bologna

Oggi le opere di ceroplastica anatomica che vengono esposte nei musei sono giunte integre fino ai nostri tempi soprattutto per  l’interesse scientifico, più che artistico, che suscitavano. Tant’è che non è un caso che siano custodite negli ospedali o presso le facoltà di medicina.

La rappresentazione performativa dell’anatomia: il teatro e il testo illustrato

La dissezione dei cadaveri dal 500 divenne una vera e propria «febbre» dell’anatomia e nel secolo successivo in tutte le università d’Europa l’autopsia rappresentò una pratica diffusa. Negli anfiteatri anatomici le dissezioni venivano praticate come uno spettacolo aperto al pubblico: difatti per assistervi si doveva pagare anche un biglietto. In questo teatro l’anatomista esibiva il corpo umano per mostrarne l’armonia divina.  Ma teatro era anche il libro nel quale le figure vengono esibite nelle diverse pagine: è a Bologna,

primo libro anatomia

Jacopo Berengario da Carpi Commentaria super Anatomia Mundini Bononiae, per Hieronymum e Benedictis, 1521

che nel 1521 esce il primo testo illustrato di anatomia (si tratta del commento all’opera di Mondino di Iacopo Berengario da Carpi). Nel 1543, sarà il fiammingo Andrea Vesalio, che nel “De Umani Corporis Fabrica” – compendio in cui convergono tecnologia, scienza, cultura e arte – rappresenta il corpo come una “Fabrica”, cioè un “laboratorio artigianale” dove si svolgono tutti i processi fisiologici. Il medico ne è l’ osservatore raziocinante. Lo scheletro in quanto fabbrica, struttura, domina la scena e il libro diventa lo specchio di un’esperienza. Le tavole di Vesalio diventeranno un riferimento obbligatorio per le generazioni successive tra cui gli stessi pittori della cerchia di Tiziano che lo adotteranno come testo. Ma dopo Vesalio il corpo umano diventerà “terra di conquista” in base alle nuove scoperte: così Eustachio mappa l’orecchio, Falloppio gli organi di riproduzione femminile, e così via. Emblematico di questo rapporto tra arte e scienza è il quadro ad olio “Lezione di anatomia del Dottor TulpLezione di anatomia del Dottor Tulp, opera di Rembrandt del 1617. Impressionano i medici che assistono alla dissezione con i loro vestiti eleganti, le gote rosate, la barba curata mentre il cadavere sezionato giace bianco e inerme coi medici che si guardano intorno nella più totale indifferenza.

De Humani Corpori Fabrica

De humani corporis fabrica libri septem, p. 184: tavola V dei muscoli

Le botteghe degli artisti di ieri: i ceroplasti

Nelle botteghe degli artisti del 400 il disegno del corpo divenne un percorso obbligato poiché il ruolo dell’artista era quello di fornire immagini nitide e precise che documentassero con serietà e precisioni le parti del corpo. Ai ceroplasti spettava il compito di supportare gli scienziati.

L’arte della ceroplastica si tramandava di padre in figlio; alcuni modellatori raggiunsero la celebrità e furono chiamati a riprodurre l’effige di sovrani e pontefici, morti e vivi. Ogni ceroplasta aveva tecniche proprie che, come tutti gli artigiani-artisti, preferiva non divulgare ed era seguito in tutti i passaggi della suo lavoro da un anatomico-dissettore, che preparava i pezzi da riprodurre prelevati dal cadavere. La parte più difficile e delicata del lavoro era la costruzione del modello definitivo, che richiedeva una precisione estrema e la conoscenza delle diverse sostanze da mescolare alla cera per ottenere la consistenza e il colore voluti. Questa operazione richiedeva un’abilità ed un’esperienza non comuni.

Giovanni Manzolini, la moglie Anna Morandi, Ercole Lelli e Clemente Susini sono alcuni dei nomi dei ceroplasti più famosi delle cui opere si può godere nei due musei bolognesi. Ma della ceroplasta Anna colpisce soprattutto lo studio della trasmissione degli impulsi sensoriali dal cervello agli organi di senso che si sintetizza nella sue splendide cere che rappresentano le mani (nelle foto qui all’inizio e in evidenza). Hanno una plasticità ed una sensuale armonia che è impossibile dimenticare. Ercole Lelli è invece l’autore della prima cera osteo anatomica e degli 6 scorticati della sala di Palazzo Poggi che mettono in evidenza le fasce muscolari. Le cere bolognesi del Lelli, riguardanti l’Osteologia e la Miologia, e quelle dei coniugi Manzolini, comprendenti anche gli organi di senso, di visceri e di ostetricia, sono i più antichi preparati anatomici in cera conosciuti.

Queste opere sprigionano una tale espressività visiva da superare, per forza emotiva, sia la piattezza della pagina disegnata che la monocromia delle sculture tradizionali. Sembrano più vere di una reale dissezione anatomica perchè brillanti e pulite.

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Cere di neonati con varie malformazioni – Museo di Palazzo Poggi – Sala di Camilla – Bologna

Oltre alla rappresentazione di malattie ormai dimenticate i modelli in cera  presentano, con estremo verismo, tutta quella serie di piccoli mostri, neonati deformi, che grazie all’ecografia e all’amniocentesi non vediamo più da decenni. Difficile poterli chiamare bambini: in effetti i medici dell’epoca, facendo ricorso alla mitologia, etichettavano i neonati con un occhio solo, ciclopi, quelli con due facce sulla stessa testa, giani bifronte ,  quelli i cui femori risultavano uniti in un unico, inutile arto, sirenidi.

La bellezza e il dettaglio della finitura, l’arte nel riprodurre i particolari (come i capelli fini e radi) però esprimevano il valore artistico di questi modelli, incapaci di lasciare indifferenti. La ceroplastica è un’arte fortemente emozionale, capace di suscitare nello spettatore i sentimenti più diversi ma raramente l’ indifferenza. In alcuni casi infatti il ritratto di cera, per quest’esasperato realismo, viene utilizzato per rendere immortale il ricordo dei morti nei vivi. Una pratica che sa di macabro e che rimanda a momenti di magia e stregoneria – secondo lo studioso M. Praz – o, da un altro punto di vista,  un modo (sempre piuttosto macabro) per fermare la morte come chi imbalsamava i corpi dei propri cari, illudendosi di poter mantenere per sempre in vita le persone amate.

Gli artisti di oggi.

Questa fascinazione per l’arte della ceroplastica, a partire dal XX secolo diventa sinonimo di musei in vario modo, inaugurando per esempio il ben più celebre Museo delle cere di Madame Tussaud a Londra.  In tempi più recenti è significativo il successo della mostra Body Worlds, l’esposizione itinerante ideata dal medico tedesco e scienziato Gunther von Hagens sul “vero mondo del corpo umano”, in giro in diverse città d’Italia per far conoscere gli organi e gli apparati anatomici umani.

Non è roba del passato. Non proprio. Anzi è giusto l’aver notato numerosi artisti contemporanei che realizzano raffigurazioni “lugubri” o che rappresentano dissezioni, anatomie, scheletri, teschi e simili, che mi ha spinto a indagare il pensiero che li ispira.

Damien Hirst

Hymn, 1999, di D. Hirst, Oro, Argento e Bronzo – Immagine tratta da http://www.osservatoriesterni.it/arte-design/damien-hirst-opere-famose

Damien Hirst è uno dei primi artisti contemporanei che mi è venuto in mente : con le sue sculture giganti di corpi anatomici, dissezionati ( nella foto bronzo dipinto Hymn, 1999 – 2005) o i suoi animali imbalsamati e sezionati conservati in formaldeide.

Stefano Bessoni è un altro artista a cui è andato il mio pensiero.

Stefano Bessoni - Alice

Alice – Stefano Bessoni – foto di Stefano Bessoni

Ma questi sono solo alcuni per dirci che dopo l’indigestione quotidiana di tanto virtuale, in di stimoli alla fine questi corpi ci servono per ricongiungerci con la nostra materialità più vera.

 

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità” T.W. Adorno.

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Link utili (dei quali ringrazio Bruno Cozzi  Dr.Med.Vet., Ph.D., professor
Dept. of Comparative Biomedicine and Food Science, University of Padova):
Collezioni fondamentali italiane sono presso:
  • il Museo della Specola di Firenze, con le migliori e più famose cere anatomiche. Oltre alle cere anatomiche normali (le più famose) ci sono ache quelle patologiche e quelle botaniche
  • il Museo anatomico dell’Università di Pavia (dove Cattaneo insegnò a lungo e dove ci sono diverse statue miologiche, preparati fantastici. Preparati simili della fine del XIX secolo erano presenti anche a Milano ma non sono più visitabili)
  • il Museo di Anatomia umana dell’Università di Napoli, dove accanto ai preparati anatomici sono conservati gli strumenti divinatori ricavati da parti umane e risalenti al tardo barocco
  • il Museo di Anatomia umana “Giacomini” dell’Università di Torino, importante per la storia dell’anatomia moderna e i risvolti nella storia del pensiero
  • il Museo Lombroso dell’Università di Torino, sintesi del pensiero anatomico normale e patologico dell’epoca positivista

Alcuni di questi musei hanno un loro sito. Le raccolte di molti di loro sono state pubblicate in volumi affascinanti.

Grazie anche al dr. Mancini che mi ha accompagnato nella visita al Museo L. Cattaneo.

 

 

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L’archivio del saper fare della moda

La Moda utile.

dalla mostra Il Gusto della Contaminazione - Modena 28 maggio-19 luglio 2015- Cappello Fiori e Frutta

dalla mostra Il Gusto della Contaminazione – Modena 28 maggio-19 luglio 2015- Cappello Fiori e Frutta

La moda è per le donne – ma non solo – un mondo ricco di fascino e insieme uno strumento per la propria bellezza e il proprio charme. Un mondo identificato spesso come “effimero”,  fatto dei sogni del protagonismo estetico di ognuno . Gli anni ‘80-2000 rappresenteranno l’ apoteosi del fashion system e insieme la celebrazione di “dandismo ” e “yuppismo” nei costumi. Forse quel periodo non sarà neppure più replicabile, tuttavia, il mondo della moda ha rappresentato – qui in Emilia, in particolare – una importante fonte di attività per molte donne, e uomini. Inoltre è il contenitore di gusto e cultura di un periodo, la storia di noi tutti attraverso i segni e i simboli di un’epoca. Ma oggi è anche un’altra storia…

La Moda alle origini…

Quando dal secondo dopoguerra le opportunità ed i bisogni da soddisfare si sono resi più urgenti, la gente dell’Emilia – Romagna, terra di contadini e botteghe artigiane, ha riposto ad essi tempestivamente con l’intraprendenza e la laboriosità che la caratterizzano.

addetta alle riparazioni presso Modateca Deanna

addetta alle riparazioni presso Modateca Deanna

Grazie alla moda anche le donne, impegnate tra famiglia e casa, hanno potuto dedicarsi ad una “produzione manifatturiera” senza dover sacrificare per questo gli impegni domestici e contribuendo così all’ economia familiare attraverso le proprie mani ed una macchina da cucire collocata nella cucina, tra i fornelli. Si fa risalire l’origine dell’organizzazione del lavoro di queste singole sartine, camiciaie e magliaie all’ arte del truciolo, che diffonde in Emilia la cultura dei “gruppisti”, cioè di coloro che tenevano le fila dei diversi artigiani lavoranti al proprio domicilio. Da lì il passo è stato breve verso il consolidamento negli anni ’50-’60 della lavorazione meccanica della maglieria che porrà le basi del distretto tessile di Carpi e della Romagna. Qui avrà sede la produzione di eccellenza della maglia nella moda Made in Italy.

macchine lavorazione maglia - archivio Modateca Deanna

macchine lavorazione maglia – archivio Modateca Deanna

Sono già gli anni ’70, quelli in cui le produzioni diversificate e differenziate per uso, stile di vita, età e condizione economica prefigureranno nuove professionalità come quelle di modellista, stilista, responsabili di prodotto, per citarne solo alcune. Senza dimenticare il ruolo delle tante imprenditrici del settore.

Il libro “Donne nella moda” racconta le storie vere di alcune delle protagoniste del settore in provincia di Reggio Emilia: sono storie reali, seppur romanzate – come succede quando si riannodano i fili dei ricordi – ma sono storie che ci interpellano sul futuro. Anche perché alcune di queste rappresentano un momento definitivamente concluso (Maska, per esempio o Mariella Burani, importanti aziende locali entrambe fallite).

La Moda secondo Miss Deanna

Deanna Ferretti Veroni - archivio foto Modateca Deanna

Deanna Ferretti Veroni – archivio foto Modateca Deanna

La storia di Deanna Ferretti Veroni, titolare dell’azienda Miss Deanna, è diversa da tutte le altre. Anche lei ha iniziato negli anni ’60, finite le scuole commerciali, cominciando con intraprendenza, volontà e senz’altro anche quel po’di fortuna che serve non lasciarsi sfuggire. Così appare nel suo racconto. Ma quello che più colpisce, e che la differenzia da tutte le altre protagoniste, è – oltre alla sua sensibilità artistica – il fatto che lei sia riuscita a cogliere nella collaborazione con i “giovani d’oggi” (stilisti soprattutto) un’opportunità che potremmo chiamare “intergenerazionale”. Il professionista maturo lavorando in sinergia col giovane designer creativo riesce a sperimentare nuove alternative di produzione, innovando. Altre donne, forse perché in ruoli diversi, forse perché non sempre imprenditrici, nel libro sono più “autoreferenziali”.  Spesso si soffermano a rimarcare soprattutto la loro forte dedizione al mestiere ed a contrapporsi alle generazioni attuali, reputate così diverse nei loro ideali di autoaffermazione. Un cliché che non tiene conto della profonda differenza tra ieri e oggi.

Modateca prima e poi

24/11/2008 - San Martino in Rio - Italia - Nuovi spazi e nuova disposizione dei capi del Centro Internazionale Documentazione Moda MODATECA DEANNA. Autunno/Inverno 2008 - Photo Stefania IEMMI

24/11/2008 – San Martino in Rio – Italia – Nuovi spazi e nuova disposizione dei capi del Centro Internazionale Documentazione Moda MODATECA DEANNA. Autunno/Inverno 2008 – Photo Stefania IEMMI

Miss Deanna nasce come azienda produttrice di maglieria nel 1970 scommettendo sulla collaborazione con l’allora giovane stilista Kenzo. Nel 2002 viene ceduta al Gruppo Armani e nel 2014 viene trasferita definitivamente a Baggiovara di Modena.

Cosa rimane di quel passaggio che non è solo generazionale ma anche strutturale, visto che Miss Deanna non esiste più?

Rimane un archivio ricchissimo con più di 50.000 capi creati da stilisti famosi – da Kenzo a Giorgio Armani e Krizia, da Martin Margiela a Neil Barret e Lawrence Steele, inclusi capi reperiti da altri marchi come Mariella Burani che hanno fatto la storia della moda, ed i capi qui archiviati dagli stessi stilisti che vi depositano le loro collezioni storiche. Non ci sono solo abiti preziosi che danno testimonianza dell’ideazione dei creativi, ma anche un compendio delle lavorazioni tecniche e dei materiali utilizzati e dai quali risalire alle lavorazioni e produzioni del passato. Un archivio appunto del saper fare. Accanto a questi capi sono disponibili gli accessori, i filati, i telini prova, i campionari di tessuti. E ancora, le riviste d’epoca di moda, i libri, le foto, la documentazione delle immagini di sfilate e tutto quello che può testimoniare lo stile fashion di un periodo

Sonia Veroni - archivio Modateca Deanna

Sonia Veroni – archivio Modateca Deanna

Nel 2004 così, all’interno di alcuni spazi del maglificio Miss Deanna, prenderà sede Modateca Deanna. Il progetto è innovativo ed alla sua ideazione provvede Sonia Veroni, figlia della fondatrice Deanna, e richiamata dagli USA in Italia per consentire una nuova vita al patrimonio di prodotti rimasto all’azienda.

Oggi questo patrimonio viene messo a disposizione degli uffici stile, dei professionisti e delle scuole (come il Naba o l’Università del design di Milano) per essere consultati, studiati e ripensati attraverso servizi di didattica, ricerca on site e ricerca personalizzata. Ma non solo: Sonia collabora come curatrice alla realizzazione di varie mostre di cui l’ultima qui a Modena.

A Modateca funzionano un archivio campionario, con le linee di maglieria di Miss Deanna dal 1960 al 2004 e costituito dagli oltre 10.000 capi; un archivio vintage, di 40.000 capi attraverso i quali è possibile seguire il trend dello stile dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri; un archivio tecnico, utile per studiare le varie tecniche di costruzione dei capi e il loro diverso confezionamento nel tempo in relazione alle tendenze; la biblioteca, con più di 3.000 volumi di soggetti ed epoche diverse e l’ emeroteca, con oltre 20.000 numeri tra le più famose testate a livello internazionale, dai primi del ‘900 ad oggi e reportage delle sfilate di Pret-à-Porter ed Alta Moda di  New York, Londra, Milano, Parigi.

Il materiale è una ricca fonte di ispirazione creativa e produttiva a disposizione del pubblico specializzato del settore.

Sonia è entrata nel 2013 ed ha impiegato due anni, fino al 2015, per organizzare Modateca così come lei la concepiva. Oggi l’esposizione cambia e viene integrata, in un continuo aggiornamento ogni 6 mesi.

Il futuro e le sue geografie creative

Mostra anni '80 Modena, maggio 2014

Mostra anni ’80 Modena, maggio 2014 – Archivio foto Modateca Deanna

Questo esperimento testimonia la geniale evoluzione di un’attività familiare che può ben essere presa a paradigma di come la tradizione può evolvere in modo creativo, pur a fronte della crisi del settore, trasformandosi addirittura in un ulteriore successo. E’ la dimostrazione ancora che dalla cultura del lavoro del passato si possono recuperare ed aggiornare gli spunti per produrre innovazione. Se la tendenza che manifestano oggi gli Stati Uniti, passati da un’economia manifatturiera ad una fondata sulla conoscenza e sull’innovazione, è paradigmatica per l’evoluzione futura dell’economia italiana, questo esempio incarna quell’idea in modo “italiano”.

Moretti ben sintetizza il fenomeno scrivendo che:

il fattore produttivo essenziale sono le persone: sono loro a sformare nuove idee (….) quindi non il capitale fisico , o qualche materia prima, ma la creatività, (….) e l’ecosistema produttivo in cui è inserita (la città e l’ambiente)” (da La nuova geografia del lavoro).

La mostra La mostra “Il Gusto della Contaminazione” a Modena, curata in collaborazione da Sonia Veroni e Pietro Cantore, e visitabile dal 28 maggio al 19 luglio 2015, è un esempio tangibile di tutto questo.

Trasversalità, creatività e nessun indugio a rompere confini fino a poco fa temuti – come quelli tra cibo, vestire e arte-  rappresentati in questa mostra, stimolano nuove possibilità.
Per nuovi lavori, nuove imprese e per ripensarsi.

Senza racconti di parole lascio alle foto il compito di fare da guida al racconto e da sintesi finale.
Buona visione e buoni pensieri creativi a tutti!

* un grazie speciale a Sonia Veroni, titolare di Modateca, che mi ha accolta ed accompagnata attraverso la storia di Modateca Deanna e nella lettura della mostra di Modena, Il Gusto della Contaminazione.

Grazie anche alla sua assistente personale, Jessica Carlini ed a Moira che mi hanno accolte e aiutata nella mia visita reale agli archivi e biblio-fotografica, con pazienza.

La città, i burattini, i suoi musei….e la sua gente

“Giochiamo a fare la parrucchiera?” o ”a fare il dottore?” Chi non lo ha mai detto da piccolo? Il gioco del “far finta” lo riscopriamo però senza pudori anche da adulti nel teatro dei burattini.

Che senso ha oggi un burattino e qual’è il valore del “teatro delle figure animate” per noi?

Una vasta letteratura illustra ed approfondisce il contenuto pedagogico dei “cento linguaggi dei bambini. A Reggio Emilia in particolare, il riferimento immediato corre all’esperienza di Loris Malaguzzi e di Reggio Children (se ne è parlato anche in queste pagine). L’ esperienza del “Laboratorio di animazione permanente Gianni Rodari” di Otello Sarzi e Mariano Dolci ha rappresentato la risposta concreta alle domande sopra.

Le mani di Otello Sarzi

Le mani di Otello Sarzi

Nella pratica delle mani che danno vita ai burattini è contenuta tutta l’espressività del corpo impegnato sulla scena a “fare finta che”. Per i bambini è il gioco più bello e antico del mondo che li aiuta ad esprimersi e rappresentarsi. Credere che ognuna delle diverse figure dello spettacolo, che si agitano con la stessa voce pur in personaggi distinti, sia reale, li aiuta a recupera tutte le paure e le emozioni, anche se la finzione è palese. E intanto si crea ordine.

Otello Sarzi

Otello Sarzi, ultimo, con la sorella Gigliola, di una famiglia centenaria di maestri burattinai, è il realizzatore ed innovatore negli anni ’60-’90 del teatro delle figure animate, ed il fondatore, a Roma negli anni ‘60,  del Teatro Sperimentale dei Burattini. Costruire burattini e metterli in scena ha rappresentato tuttavia solo una parte del suo lavoro. Riconosciuto come uno dei più grandi creatori e sperimentatori di nuovi linguaggi, Otello Sarzi è il primo in Italia ad adottare nuove forme e modalità di manipolazione delle figure animate, e lo ha fatto esplorando il potenziale espressivo di materiali nuovi ed eterogenei come il lattice, la gommapiuma, il metallo e gli oggetti di recupero.

Di tutto questo resta un’importante documentazione a Reggio Emilia nella Casa dei Burattini della Fondazione Sarzi.

La Casa dei Burattini della Fondazione Sarzi

La Casa dei Burattini è una Casa-Museo collocata in Via del Guazzatoio. Lo spazio è piuttosto defilato: serve buttarci un occhio quando si è nei paraggi, perché altrimenti si rischia di passarci davanti senza distinguerla. Ma se ci si entra è come fare un salto dentro un altro mondo: assieme alla storia di un uomo e dei suoi burattini è possibile leggere ed interpretare la storia di un periodo culturale del territorio locale.

La prima stanza a cui si accede nella Casa-Museo è quella del teatrino: lì ci sono sia le figure tradizionali, tipiche di queste zone (Fagiolino, Balanzone, Sandrone) che i personaggi della Commedia dell’Arte (Brighella, Arlecchino, Pantalone). Ad Isabelle Roth, moglie di Otello e Presidente della Fondazione, spetta mettere in scena da sola gli spettacoli, in programma nei week end.

Le dimensioni limitate dello spazio a disposizione producono una piacevole cornice intima, sia per i piccoli spettatori che per l’attore: i bambini difatti possono avvicinarsi per toccare i burattini e interagire con loro durante la rappresentazione. Una zona franca, altra cosa del cinema dove lo “ssshht” del pubblico degli adulti mette spesso fine ad ogni libertà di partecipazione.

Nella sala successiva della Casa dei Burattini sono raccolti alcuni degli allestimenti sperimentali di Otello Sarzi, databili tra il 1960 e il 1985. In realtà si tratta solo di una parte dell’intero fondo che conta circa 3000 pezzi.

Dopo il Teatro Sperimentale di Burattini e Marionette di Roma, Otello ripropone a Reggio Emilia negli anni ’70 il Teatro Setaccio: lì faranno tappa molti giovani venuti “a bottega” dal maestro burattinaio e dalla sorella Giliola per imparare il mestiere. Tra i gruppi teatrali “nati dalla bottega” c’è il Teatro delle Briciole di Reggio Emilia (dal 1981 a Parma), il Teatro Mangiafuoco di Milano e il Teatro Tages di Quartu S. Elena.

E oggi?

Alla Fondazione oggi servirebbero fondi per valorizzare l’attività del museo e continuarla, recuperando anche il resto della collezione. I finanziamenti consentirebbero sia di animare continuativamente la Casa Museo, con figure professionali dedicate, sia a sostenere il costo dell’ affitto degli spazi occupati.

Testa di burattino creata da Otello Sarzi

Testa di burattino creata da Otello Sarzi- Casa dei Burattini di Otello Sarzi

Se poco o tanto ci interessano questi burattini una colpa ce l’ha anche il web. In quanto spazio virtuale, frequentato ormai massivamente, la rete rischia di rubarci il lato immaginativo e insieme reale del comunicare tra noi. Può togliere – se fruita in modo “maniacale”- la possibilità di avere altre occasioni di gioco. Il web poi, per il suo lato fortemente conformista, può manipolare nei giovani ragazzi quel sano e personale sviluppo della capacità di relazione.

Anche per questo la Casa dei Burattini della fondazione Sarzi è un patrimonio da tutelare.

Serve intervenire e partecipare

Perché allora ci si scorda che esiste un mondo ricchissimo nelle nostre piccole città e nella stessa provincia? E’ ad esso che si dovrebbe fare riferimento quando si progettano eventi come quelli di Expo, che nulla avrebbero di irraggiungibile se non il mancato appello rivolto a tutti i presenti. Coinvolgere i protagonisti “minori” sul territorio, facendoli emergere dall’oblio in cui sono relegati da chi non li conosce o non li considera tra le “scelte strategiche” sarebbe un’opportunità per tutti.

Quali logiche impediscono di fare tavoli insieme? Potrebbero le istituzioni (associazioni rappresentative di una categoria, enti locali e/o statali, ecc.) sedere con chi agisce nel territorio come attore di un’attività di tradizione (i restauratori sono un esempio), da tutelare, per fare qualcosa presto e subito? Expo poteva essere un’occasione. Se qualcosa non è stato fatto sarebbe utile che l’esperienza aiutasse a rimediare agli errori ed alle omissioni per le prossime occasioni. Insieme.

Anche la Casa Museo della Fondazione Sarzi poteva essere un’occasione da valorizzare e da inserire in un circuito di iniziative. Insieme ad altre. Come esperienza di museo diffuso. A vantaggio dell’autorevolezza di un territorio che si riconosce dalle e nelle persone che lo hanno percorso e che oggi lo animano, con le loro opere e la loro attività.

Speriamo allora nella prossima “fermata”?

“Razza Umana non Robot” – parole di Dario Fo per Otello Sarzi