Il Teatro di Gualtieri: dalle stanze del dottore fino al teatro rovesciato.

C’era una volta uno spazio, appiattito lungo le paludi della Bassa Reggiana. Un posto dove la gente poteva anche morire d’inedia o per gli acquitrini intorno. Lì – e precisamente a Gualtieri – comincia la storia del  Teatro Sociale ,  un  racconto da conoscere  perchè ricco  di  belle storie, di persone attive e di bei finali a sorpresa. E’una storia da raccontare  perchè il Teatro di Gualtieri è un teatro magnifico, un luogo davvero particolare: non finito, diroccato, spezzettato in tanti spazi. Un luogo unico e suggestivo.

Devo per forza cominciare da qui – primo di due articoli –  per dare un’idea completa di questa splendida realtà della Bassa Reggiana. Una  terra tormentata prima dall’acqua delle paludi e poi, in anni più recenti, dal terremoto del 2012.

Per vederlo dal vivo ed ascoltare la sua storia dentro ai suoi muri, e con le parole di una sua mur-attrice, ho approfittato della due giornate –  “a scena aperta”  – che IBC Emilia Romagna ha organizzato con l’apertura al pubblico dei teatri storici della regione.

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la mur-attrice Carla che accompagna le visite durante “A scena aperta”

L’“incontro” col teatro di Gualtieri ha un duplice effetto: subito l’edificio fisico, “teatrale”,  imponente da fuori e grazioso e duro dentro, ingombra la vista.  E’ integro nella sua versione originaria, non manipolato cioè con interventi di recupero invasivi; si presenta coi suoi anni (anzi secoli, ormai) e le sue cicatrici, senza nessun artificioso make up.  Poi quello spazio si fa teatro anche dentro di te, perché esagera. Un po’ come le contraddizioni della Palermo barocca, devastata dall’incuria e dalla cementificazione, ma così passionale nelle sue contraddizioni da non poterti lasciare indifferente. E’ un luogo che “appare come se fosse stato sventrato da un bombardamento in tempi di guerra”.

 

L’edificio dove nascerà il Teatro di Gualtieri è Palazzo Bentivoglio, una fortezza del 1600 voluta da Cornelio e Ippolito Bentivoglio per ospitarvi la famiglia con la sua corte. Ma se l’idea originaria era quella di offrire una splendida magione ai suoi residenti, dal 700 quell’edificio subisce il tragico destino delle vittime delle scorrerie di guerra: segnato dai vandalismi, spogliato di tutto e quindi ridotto ad alloggio delle milizie di passaggio.

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la platea e il palcoscenico dai palchi del teatro

Nel 1750  interviene il Comune che lo acquista per farne il palazzo comunale e metterlo così al servizio della comunità locale. Ma l’acqua incombe sempre minacciosa sulla zona e per controllarla si sacrifica una  consistente porzione dell’edificio destinandola agli argini (i “pennelli frangi-corrente”) di protezione dal fiume.

 

Il palazzo, pensato originariamente come dimora privata, entra nella mano pubblica e, guarda caso, si trasforma nell’abitazione del medico condotto e del chirurgo e “somministra i comodi per la pesa, per il macello, per il dazio della ferma, salina e grani per le sue moliture, e quartiere alla guardia della ferma, oltre i magazzini inservienti ai bisogni pubblici”.

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il fronte del teatro di Gualtieri

Poi finalmente arriva l’architetto Giovan Battista Fattori che, oltre ad intendersi di edifici, è un appassionato di teatro e guida un gruppo di attori dilettanti. Sarà lui che nel 1775 trasformerà le stanze adibite ancora ad alloggio del medico e del chirurgo nel piccolo Teatro Principe. Tutto ciò col beneplacito e la gioia della comunità che benedice l’iniziativa in quanto fonte di occupazione e impiego della gioventù dell’epoca. Lì immagina solo  “ onesti divertimenti e per istruirla e renderla vantaggiosa e liberarla dall’ozio in certi tempi dell’anno “.

Ma nella lunga serie di eventi che si succedono nella storia non poteva mancare l’ incendio fatale, la causa della rovina  del teatro che dopo 99 anni di attività è costretto a chiudere.

Passano gli anni fino al 1905 e  l’amministrazione comunale riabraccia finalmente l’idea di recuperarlo ed ampliarlo. Ma ormai lo sanno già tutti come va a finire perchè  i fondi a disposizione non bastano per sostenere l’impegno economico dell’intervento.

Allora chi arriva? Nessun paladino ma solo chi crede nell’iniziativa, cioè i futuri proprietari dei palchi. Saranno loro ad intervenire in soccorso del teatro fondando nel 1905 la Società Teatrale i cui fondi versati a pegno dell’acquisto dei palchi di primo e secondo ordine permetteranno di contribuire con circa 2.000 lire sulla spesa totale di 25.000 per il recupero del teatro.

Questa sarà la prima manifestazione della “socialità” del teatro di Gualtieri: gli spettatori, i cittadini che vogliono lo spettacolo coi suoi divertimenti, si fanno promotori dell’iniziativa che lo riporterà in vita.

E’ il 1907 quando riapre i battenti il nuovo teatro: torna la ludica vitalità delle scene in queste lande piatte.  Ma poichè già dal 1907 non di sola cultura ci si può divertire, il teatro diventerà anche la sede di feste da ballo e di veglioni di un gruppo di giovani operai – quelli della Palanca Sbusa (il soldo bucato, cioè senza valore alcuno) .

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affresco nel soffitto del retropalco del teatro

La storia va avanti e altri divertimenti si fanno strada: negli anni ’30 all’attività teatrale si aggiunge quella cinematografica grazie all’acquisto di un proiettore. Il teatro di Gualtieri diventa così un centro per il divertimento di tutta la popolazione della Bassa Reggiana. L’attività è frenetica fino a quando non viene messa in crisi definitivamente dall’avvento del cinema.

 

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proiettore Fedi utilizzato per le pellicole del cinema

Sono gli anni ’70 e nel Teatro Sociale di Gualtieri le proiezioni cinematografiche sostituiranno man mano la produzione teatrale con pellicole perlopiù a luci rosse.

L’avvento del cinema domestico, dispensato comodamente a casa da un apparecchio televisivo, segna l’ennesima svolta storica del teatro. 

Così arriva il 1979, anno che decreta definitivamente la chiusura del teatro per i seri problemi strutturali manifestati dall’edificio. Si iniziano interventi di recupero che tuttavia  non vengono mai completamente conclusi a causa dell’annosa scarsità di fondi per la cultura.

L’ultima decadente attività di cui si fa sede il teatro riguarda l’accoglienza di allestimenti di presepi natalizi.

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nelle stanze del teatro dedicate agli alloggi per gli attori

Finalmente è il 2005: è l’anno in cui un gruppo di ragazzi ventenni viene folgorato da questo spazio grazie alle indicazioni di un’amica, coinvolta nei precedenti lavori di consolidamento. Indignata per l’abbandono in cui si è impaludato, riesce a trasmettere agli amici un sogno che diventa un obiettivo comune e rianima di vita quel luogo. Diventa una scommessa: quella di riuscire a recuperare un teatro di memoria storica e di poter esprimere  una passione per la sua scena.

 

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nelle stanze del teatro dedicate agli attori

Così, se per concretizzare un sogno occorre rimboccarsi le maniche, questi ragazzi si alambiccano tra soluzioni creative e mandopera faticosa. Grazie a loro, giorno dopo giorno, il teatro ritrova la sua luce, sia come spazio fisico che come luogo di spettacolo ed eventi teatrali. Una manodopera faticosa perché questi ragazzi – su tacito accordo dell’amministrazione comunale – spalano carriolate di detriti e rimettono a nuovo gli spazi, pensando, scrivendo e provando contemporaneamente idee da metter in scena. Il tutto con mur-attori, cioè attori, muratori e quant’altro serva per far rivivere questo storico spazio di cultura e spettacoli.

 

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un momento di “cantiere aperto” (foto dal sito del  Teatro Sociale di Gualtieri- di Nicolò Cecchella )

La messa in scena che rompe qualsiasi argine di anonimato e di “clandestinità cittadina” in cui stava vivendo il loro “sotterraneo lavorio”, si recita nell’estate del 2006, con l’asta pubblica a cui sono invitati tutti: volantini sparsi nel paese convocano gli abitanti di Gualtieri per assistere alla pubblica vendita del loro stesso teatro.

Partecipano tutti, scandalizzati dall’evento, per impedirne la vendita. La generale mobilitazione della cittadinanza, ignara di stare partecipando in realtà ad uno spettacolo, sortisce l’effetto di risvegliarne le coscienze perché i cittadini convocati si percepiscono stavolta come i legittimi proprietari ma soprattutto perché vengono stimolati a sentire la propria responsabilità nei confronti dei pubblici beni del loro territorio.

Dentro allo spettacolo intervengono 300 persone che simbolicamente accolgono i personaggi delle arti (pittura, scultura, letteratura, poesia e danza) e abbattono il muro che barrica le porte del teatro. Una chiara e cosciente ribellione alla sua vendita.

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manifesti sui muri del Teatro di Gualtieri

Da quella data cominciano i lavori di restauro svolti in forma di totale volontariato, con l’impegno sottile ma coraggioso dell’amministrazione comunale che ha scommesso sui sogni di questi ragazzi appassionati. Si parlerà così di “cantiere aperto” ed il teatro si modificherà sotto le loro mani. Il pubblico stesso , da quella sera, da beneficiario passivo dello spettacolo, diventerà contributore responsabile, con il proprio lavoro, della rinascita del teatro.

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la platea e il “palcoscenico” visti dai palchi

Ma nella storia ci sono anche eventi imprevisti come il terremoto del 2012 che assesterà una battuta di arresto ai lavori. Non sarà tuttavia un deterrente alla voglia di quei ragazzi – ora costituiti in un’Associazione – di fare. Con la rassegna “teatro in rada” verranno portati sul palco una serie di eventi per coinvolgere il pubblico nei lavori di consolidamento. I numeri dimostrano a sufficienza la situazione: 250 tonnellate di terra e calcinacci rimossi con badili e carriole, 120 mq di pavimento storico restaurati centimetro per centimetro. Quasi 50 serate di lavoro con  lavoratori volontari da tutta la provincia di Reggio Emilia. Un’esperienza unica di recupero collettivo di un bene comune. Un esempio da raccontare,  da sentire direttamente dai ragazzi del Teatro Sociale.

Le foto qui raccolte aiutano meglio questo racconto, e il prossimo post potrà aggiunge qualche riflessione in più.

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manifesto d’epoca di uno spettacolo

 

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Meglio soli o ben accompagnati?

Che aria si respira.

L’“aria che tira” sul restauro – questo speciale ambito dell’artigianato artistico – la puoi respirare solo direttamente nelle botteghe,  nei laboratori,  parlando con i suoi protagonisti: i restauratori. Sul web, alla correlativa voce di “wikipedia”, non c’è molto.

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Girando a Reggio Emilia, proprio in due di queste botteghe, ho incontrato Elisabetta Ghirardini, restauratrice pittorica, e Roberta Notari, specializzata nel recupero delle sculture. Quest’ultima condivide il suo ampio spazio di lavoro con Cristina Lusvardi, anche lei restauratrice pittorica. Fino a qualche anno fa, fino alla fine degli anni ’90, i restauratori beneficiavano non solo di prestigio e riconoscimenti ma anche di carichi di lavoro oggi diventati ormai impensabili.

Meglio soli o ben accompagnati?

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d'Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d’Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Sono storie queste che iniziano a partire dagli anni ’80: in quel periodo Elisabetta ha cominciato la scuola, coi corsi dell’Istituto per il Restauro di Firenze, e poi a bottega, facendo pratica da un restauratore modenese. Tipicamente, in quegli anni, era consuetudine fare apprendimento diretto, formandosi nella pratica, un po’ perché il sapere artigiano tradizionalmente non è sempre scritto ma viene appreso visivamente e lavorando, un po’ perché è molto più agile l’apprendistato a bottega. Questo però non teneva conto della possibilità di poter formare una propria capacità critica decisionale che solo la scuola può trasmettere attraverso l’ insegnamento teorico. Con la pennellata finale la mano ricompone tecnicamente il dipinto così com’ era nelle sue origini, ma sceglie anche, tra tante tecniche a disposizione, come intervenire.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

Elisabetta ha passione per il proprio lavoro – il recupero di dipinti – perchè non è un’attività ripetitiva, ma una continua novità. Ad ogni intervento c’è sempre la sorpresa e lo stimolo a ricercare le migliori soluzioni per il manufatto. C’è in sostanza la soddisfazione di chi prende in mano un’opera deteriorata per ridargli la sua luce originaria, mantenendone tutto il vissuto che il tempo gli ha impresso. Riuscire a farlo permette anche di ricucire l’attualità con la cultura e la mentalità dei maestri d’arte della storia. Elisabetta conferma che non riuscirebbe a concepirsi in un’attività diversa: “questo è il mio lavoro, non sono una creativa ma mi piace l’intervento minuzioso delle mani, la precisione dei gesti, che arrivano fin nei più piccoli dettagli. Non riesco a pensarmi in un altro posto, diverso da questo, né ad immaginare di poter disperdere tutte le fatiche, tutti i miei sacrifici fatti fin qui”.

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Roberta invece comincia negli anni ’90, occupandosi di sculture lignee, in cartapesta e tela gessata e di cornici. La sua attività nasce e si sviluppa attraverso l’ esperienza diretta con diversi restauratori coi quali ha collaborato, mentre viene approfondita sul piano tecnico-teorico con corsi specifici. Anche gli stagisti – come lei stessa riferisce – “ hanno portato le loro innovazioni e le loro competenze” nel suo laboratorio, in un reciproco scambio di tecniche e approcci. Una tipologia di opere che Roberta confessa di amare di più è quella dei crocifissi, anche perché averli studiati tanto a fondo è un modo per non abbandonarli più.

Ma chi porta più oggi a restaurare crocefissi? Roberta non si tira indietro rispetto alle difficoltà, grazie anche alla sua apertura verso la sperimentazioni in nuovi ambiti. Così si è cimentata in produzioni di arte moderna ricreando superfici pittoriche ex-novo con tecniche antiche, come nel caso degli interventi sull’ambone, la seduta e l’ altare per l’ adeguamento liturgico della Parrocchia di S. Agata di Rubiera, in collaborazione con un architetto locale (foto).

Il suo laboratorio è diventato spazio di lavoro anche per Cristina Lusvardi, prefigurandosi come un coworking ante-litteram. Già dal 2001 le due restauratrici collaborano tra loro anche se la titolarità condivisa dello spazio partirà solo dal 2008.

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Cristina è una giovane collega che si occupa di dipinti su tela e tavola, e di arte contemporanea; interviene anche nei cantieri, sulle opere murarie. E’, come vuole lo spirito di chi lavora per passione e la chimica della giovane età, un vulcano di energia che ovviamente non nasconde la sua soddisfazione quando comincia a parlare del lavoro che fa nei cantieri. “Sono momenti molto faticosi – al freddo e continuamente in giro da una parte all’ altra, a seconda delle destinazioni assegnate per gli interventi- ma sono anche una ventata di energia e di novità per l’ambiente nuovo, il confronto con tanti altri colleghi e il cambio di rotta rispetto alla quotidianità del laboratorio”. Anche a Cristina piace sperimentare il nuovo e, con la sua passione per il tadelakt, uno stucco di origine marocchina, si cimenta con nuovi approcci dove può rigenerare le sue competenze (foto).

Tre storie che qui in estrema sintesi mostrano 3 diversi approcci in un momento di innegabile difficoltà del settore, un momento in cui è facile sentirsi molto soli anche quando si è sul lavoro con altri.

Sono vite dedicate ad una passione che, per usare le parole di Thomaz Gunzig, è vero, rappresenta una scelta per privilegiati, ma che a ben vedere hanno come unico e reale privilegio, di cui realmente riescono a godere, soprattutto la propria libertà di azione sul lavoro e l’essersi dedicati a propri interessi. Il prezzo pagato rimane spesso un diverso comfort materiale, ed oggi una maggiore insicurezza economica .

Gli attori culturali si guadagnano male la propria vita e devono condurne diverse. Ciò è piuttosto seccante perchè l’arte richiede una temporalità ‘altra’, un tempo di riflessione.”, cioè tempi più lunghi che si appropriano anche del privato individuale.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

In totale, le cifre.

Al 30 settembre 2009 in Emilia Romagna erano attive nel restauro 716 ditte, con un totale di 1078 addetti; nello stesso periodo del 2014 sono diventate 659, con 1056 addetti al seguito (Fonte Unioncamere E-R). Un calo di circa l’8% nel numero di imprese attive e del 3% nel numero di addetti. Reggio Emilia supera la media regionale registrando un crollo del 19,8% nel numero di attività ancora presenti (il primato però spetta Parma con un preoccupante – 20,6%).

E’ indubbio che ci sarebbe di che lamentarsi: da qui si comincia con la lunga serie di criticità che, come da tutte le parti dell’artigianato, in particolare quello artistico, hanno travolto il settore, e la cui prima causa risulta essere fra tutte la mancanza di una committenza continuativa. Una volta c’erano la soprintendenza dei beni artistici e culturali- il maggior committente- la curia e le parrocchie, gli antiquari, le gallerie e i privati. Oggi più o meno tutti sono latitanti.

In tali condizioni – scriveva in tempi non sospetti  A. Emiliani ne “L’artigiano, i suoi modelli culturali, la città storica” del 1983 – la sponsorizzazione somiglia ad un’elemosina insistentemente richiesta da un ricco che tuttavia, la notte, dissipa malamente i suoi beni al tavolo verde”.

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata  del XVIII sec  Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia - opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata del XVIII sec Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia – opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Le probabili cause.

Cominciamo dal gusto: oggi in media i trentenni vanno ad IKEA per arredare le proprie case e non acquistano più né mobili o oggetti d’antiquariato né si fanno restaurare quelli  lasciati dai nonni per mettere su casa (quando ci riescono). Di conseguenza l’arredamento o è un assemblaggio neutralissimo dei pezzi “copia design a buon mercato” di IKEA, o – nei casi più d’avanguardia – è il recupero-fai-da-te del “ciarpame” buttato presso i raccattatutto, in linea col trend “shabby o eco-chic”.

Le stesse abitudini di consumo sono condizionate da portafogli in media ridimensionati e da gusti che cambiano spesso e che variano in relazione alle diverse mode. Si vive ormai in un flusso continuo di divertimento in cui la fruizione dei momenti culturali come il teatro, il museo, la letteratura, la musica, per i quali serve concentrazione ed attenzione, stanno diventando un lusso, perché ormai siamo più allenati a vivere nel pieno dell’adrenalina che a rallentare.

Ma anche la committenza dello Stato – il principale motore degli interventi di conservazione e recupero del nostro patrimonio artistico-culturale – non c’è più: è sotto gli occhi di tutti la sua attuale assenza. Troppe le emergenze sociali a cui è chiamato a dare priorità, facendo leva su una dotazione finanziaria sempre più striminzita.

Ma fuori dalle preoccupazioni verso questo cambio di rotta che coinvolge tutti coloro che fino ad oggi hanno potuto beneficiare di questo main sponsor, ci si può finalmente porre la questione se davvero le sole risorse pubbliche, con l’ attuale organizzazione delle Soprintendenze, che risale ad ancora prima la seconda guerra, possano bastare per mantenere il nostro patrimonio? La risposta dovrebbe essere ovvia.

Le Fondazioni Bancarie, il bacino alternativo a cui si è fatto maggior ricorso, già da questi ultimi periodi si sono orientate su interventi di rigenerazione della città, dandosi come obiettivo di lavoro il recupero del parco architettonico ed urbanistico. Si privilegiano le città con le loro attività culturali e coi loro segni identitari per dar vita ad un turismo più qualificato e ricettivo che risponda ad un bisogno di partecipazione e nello stesso tempo riesca a  generare anche redditività. I loro interventi si attuano attraverso collaborazioni con diversi attori – pubblici, privati e del terzo settore – ed insieme intendono riattivare quegli spazi del territorio non più funzionali ai bisogni della comunità di riferimento (per esempio l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena  nel progetto Sant’Agostino per il recupero dell’omonimo complesso ospedaliero e la sua trasformazione in un polo culturale multifunzionale) e ad ottenere ritorni sul capitale investito in termini di benessere pubblico non meno che di rendite finanziarie.

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quindi che fare?

I corsi di aggiornamento– a detta degli stessi intervistati – non rappresentano per la categoria un valore aggiunto riconosciuto, né per l’affidamento di nuovi incarichi né per rivalutarsi rispetto ai diretti concorrenti. Ma nemmeno le potenzialità dei nuovi strumenti web vengono completamente riconosciute dalla categoria: tutti confessano che “solo il passaparola é l’unico canale di trasmissione della propria offerta di servizi”, il solo strumento riconosciuto e riconoscibile per accaparrarsi clienti. Questo nonostante sia chiara la lettura del trapasso avvenuto nel passato col cambio generazionale: allora c’era un divario tra la preparazione dei restauratori nati sull’ esperienza rispetto ad una generazione successivamente maturata nelle scuole di restauro. Oggi, ugualmente, non si è in grado di cogliere lo stesso differenziale che divide il trapasso ad una nuova generazione, che è appunto quella di artigiani che dovranno anche spendersi nella comunicazione, integrandosi in nuovi modi di proporsi e di intervenire nondimeno che con le nuove tecniche (il digitale, la stampa 3D).

…Anche se il ricambio generazionale, stando così le cose, stenta oggi a profilarsi con chiarezza.

Restauro pittorico su tela - opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro pittorico su tela – opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quali strade davanti?

Visto che non si tratta più di ricevere “a fondo perduto” un patrimonio da committenti pubblici o privati, credo che ci siano due importanti leve su cui poter lavorare.

La prima è quella di riuscire a trovare modalità d’impiego del patrimonio stanziato facendo in modo che esso rientri in circolo nell’economia. Il recupero dei beni dovrebbe cioè essere anche profittevole, pensato in modo economicistico, perché questa condizione è indispensabile per garantire la sostenibilità del sistema.

La seconda, è che anche i cittadini siano accompagnati ad una fruizione più colta del proprio territorio e dei suoi beni, già a partire dai modelli pedagogici, e siano resi anch’essi più responsabili di quello che abbiamo e di quello che ci viene negato. Devono essere resi partecipanti attivi nella fruizione dei circuiti culturali dove si espongono i beni. Per farlo sono a disposizione nuovi linguaggi, meno distanti dalla gente e quindi nuovi modelli di fruizione (penso al modello messo in pratica in questi mesi dai musei di Milano con la collaborazione dei restauratori).

In questo momento “il nostro patrimonio culturale può rappresentare l’area più vitale di dialogo tra la cultura umanistica e le nuove tecnologie e quindi può diventare un campo di sperimentazioni continue, più sostenibile dei grandi eventi promossi da mentalità che non hanno ancora compiuto il passo per la modernità. Bisogna eliminare la spettacolarità, le grandi celebrazioni e ridare il gusto della qualità del lavoro esposto, della qualità degli interventi realizzati.” (Rapporto Fondazioni 2013-2014)

D’altra parte i soggetti protagonisti – tra i quali anche i restauratori – devono imparare a guardare al contesto in cui operano, che è il “vile mercato”, che piaccia o meno. “Non ci si può più fermare alla sola lamentela continua ed alla critica, chiusi nell’isolamento e nell’autoreferenzialità. E’ necessario” immergerci, contaminarci. Non basta parlare fra noi. E’ necessario uscire, occupare altri spazi, altre arene, altri dibattiti, altri media”.(Doppio Zero, Neve Mazzoleni).

Quali sogni?

Serve capire qual è la propria vision, quella che P. Kotler definisce come il sogno che ogni imprenditore/artigiano ha della propria attività.

Quale vision ha di sé un restauratore di oggi? Non dovrebbe forse limitarsi solo al restauro, ma dovrebbe considerare che questo lavoro, con le competenze, le conoscenze e la manualità che ha acquisito, può avere altre declinazioni.

particolare del laboratorio di Roberta Notari - restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

particolare del laboratorio di Roberta Notari – restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Far vivere a nuova vita un’opera, non significa consegnarla bell’e pronta e salutare andandosene,  ma pensare insieme alla committenza dei modi per renderla fruibile nei circuiti della sua esibizione.

E per fare questo si può sì anche lavorare da soli nel proprio laboratorio, ma magari creando sinergie con altri, altri restauratori, altre professionalità (come giovani web designer o programmatori, architetti, designer) per rimettere in circolo quello che sappiamo fare e quello che abbiamo.

Io non vedo altre strade, ma si accettano volentieri suggerimenti.

Intrecci di storie di lavoro e sapere: un laboratorio di restauro tessile.

Qualcuno ha mai notato che parlare di restauro spesso evoca qualcosa di obsoleto, seppur si tratti di un mestiere artistico e nobile?

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La percezione comune della gente riguardo questo tipo di attività sembra coinvolgere una sorta di “pensiero debole”. O forse è debole solo la rappresentazione che di quel settore la gente si vuol fare: vige il sacro timore che, attraverso il recupero visibile della storia, di cui il restauratore è il principale artefice, forse si potrebbe perdere l’ illusione dell’eterna giovinezza cui tutti teniamo.

In questo repertorio del poco o non adeguatamente riconosciuto, un’attività di restauro che la gente meno conosce è quella del restauro dei tessuti: essa si colloca subito dopo i più famosi restauri pittorico, ligneo e architettonico. Nessun altra spiegazione mi viene in mente per capire perchè nessuno o pochi – se non qualche esperto o gli stessi addetti ai lavori – ne conoscano l’esistenza.

Eppure i tessuti antichi ed i manufatti tessili, rappresentano, nel più vasto insieme dei beni culturali della nostra regione e dell’Italia in generale, un valore tanto affascinante quanto prezioso. Ma sono anch’essi poco conosciuti.

RT è un laboratorio di restauro tessile che ha sede ad Albinea, paese pedecollinare della provincia reggiana. Questo territorio è senz’altro meno famoso dei più blasonati paesi toscani dove risiedono le botteghe artigiane di lunga memoria, eppure – benché in pochi ne siano a conoscenza – qui si compiono degli interventi spettacolari, realizzati completamente a mano.

mani all'opera su un manufatto tessile

Le mani di Annalisa all’opera su un manufatto tessile c/o RT Restauro Tessile

Mani di donne: 3 socie – Angela, Ivana e Cristina – e quattro dipendenti, Annalisa, Laura, Stellina e Cristina, tutte plurispecializzate con diplomi e corsi di alta formazione o con curriculum universitari legati allo studio ed alla conservazione dei beni artistici, culturali, archeologici. Qui si recuperano abiti, arazzi, tappezzerie, tessuti antichi, che vengono consegnati alla perizia di queste mani da musei, collezionisti privati, soprintendenze ai beni storico artistici, istituzioni pubbliche e fondazioni.

Angela mi ha raccontato della loro prima attività lavorativa, partita circa 35-40 anni fa con un laboratorio di tessitura a telaio. L’incontro con l’allora responsabili museale, affascinato dalla possibilità di vedere dal vivo quell’antico lavoro, ha coronato il passaggio all’attuale attività di restauro tessile ed ha conferito ad Angela e Ivana i primi lavori di recupero dei tessuti del Museo di Reggio Emilia. L’occasione ha rappresentato non solo un upgrade professionale, in quanto dalla tessitura – con un mercato limitato – sono passate ad un’attività con ulteriori sbocchi lavorativi, ma è stata anche il pretesto per approfondire una nuova materia ed iniziare un percorso di studi attraverso cui acquisire le competenze di restauro.

mani al restauro su tessuti antichi

Le mani di Laura al restauro su un tessuto antico c/o RT Restauro Tessile

Nel laboratorio RT si compiono recuperi di tipo “mimetico”, cioè si fanno interventi non particolarmente evidenti all’occhio del profano, per evitare che quando il pubblico fruisce del manufatto sia distratto dalla vista dei “difetti del tempo”. I restauri sono tutti ispirati da un gusto ed una sensibilità volte a salvaguardare il contenuto storico dell’opera e vengono attuati con metodologie e tecniche di minima intrusione rispetto al manufatto originale. Il pubblico deve riuscire ad apprezzare il diverso concetto estetico che contraddistingue ogni pezzo del passato e non ha bisogno di rivivere in esso gli attuali canoni estetici,  snaturando il senso originario dell’opera.

Negli anni di attività il laboratorio ha affinato la tecnica della tintura artigianale di supporti, filati, veli: ogni pezzo viene tinto su misura, seguendo proprie ricette, in base alle necessità.

Un circolo virtuoso di collaborazioni e scambi a livello nazionale ed internazionale, con autorevoli realtà museali, università e fondazioni attive nel settore, attesta l’attualità dell’approccio al mestiere di RT . Angela, Ivana, Cristina di RT nella loro attività hanno scelto di non isolarsi nella “bottega” ed hanno fatto proprio lo spirito aperto al nuovo ed al confronto.

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Dettagli del restauro di una coperta d’epoca – restauro di RT Restauro Tessuti

Ma perché mai – continuo a chiedermi – una disciplina come questa, in un’ epoca in cui il fashion detta le regole di stile adottate da tutti, dai politici fino ai vip, arrivando persino a creare un mestiere ex novo come quello di “fashion blogger”, perché mai, mi chiedo, un simile mestiere fatto di perizia, precisione, manualità e profonda competenza della materia rimane oscurato nell’ombra?
“Non ne viene riconosciuto il valore” mi risponde Angela.
La risposta è tanto semplice quanto significativa a qualsiasi livello dell’attuale realtà, a partire dall’opzione politica in base alla quale si decide se dare rilievo al patrimonio culturale e devolvere a suo favore i fondi necessari per gli interventi. La matrice culturale è sempre la stessa ed in base ad essa i beni museali ed il patrimonio culturale di cui disponiamo vengono per la maggior parte riposti negli armadi della memoria e lasciati invecchiare fisiologicamente come i nostri ricordi, dimenticando che potrebbero rivivere una nuova vita con noi e con le nuove generazioni, creando lavoro e nuove opportunità, senza imputridire nei ripostigli.

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Divise di epoca napoleonica al restauro c/o RT Restauro Tessile

E se già ci si dimentica dei beni artistici in generale, dentro a questo più vasto corpus, in pochi – se non gli addetti ai lavori – conoscono i tessuti antichi. Eppure la moda continua a dare spettacolo di sè, sia nel nostro paese che altrove nel mondo. Probabilmente i valori da condividere e utili per illustrare i reperti tessili museali hanno bisogno di una certa “messa in scena” per essere meglio recepiti, con buona pace di tutti: dagli operatori del settore fino ai fruitori di beni culturali, inclusi gli stessi operatori della comunicazione. Non parliamo di sfilate, improbabili, visto che i tessuti in questione sono preziosi e delicati,e meritano un’attenzione particolare. Parliamo del comunicare in modo più esteso e diffuso e con linguaggi meno tecnici di certi settori della cultura, spesso abbandonati a favore di altri.
La tessitura è stata a lungo e tuttora viene considerata arte minore. In realtà rappresenta non solo un’ espressione artistica facilmente godibile, ma è anche una testimonianza della storia del lavoro e della storia della società nel suo complesso. Ogni singolo tessuto ci restituisce, a partire dai nostri sensi, come la vista e il tatto, tutta la ricchezza e la sapienza della sua materia, e tutte le informazioni legate ai saperi tecnici, al gusto, agli usi quotidiani, alle mode ed alla cultura di un determinato periodo storico.

restauri tessili elementi di Palazzo Stanga - da Archivio fotografico RT Restauro Tessile

restauri tessili elementi di Palazzo Stanga – da Archivio fotografico RT Restauro Tessile

La storia dell’arte tessile è soprattutto storia di scambi e traffici commerciali, circolazione di materie prime e prodotti finiti, diffusione di modelli decorativi e di tecniche esecutive, migrazione di artigiani e del loro sapere. Solo in apparenza minore, l’arte tessile ha in effetti molte storie da raccontare e intrecciare (…). Un mantello di lana, un piviale, un abito di gala, un arazzo,un velo di seta sono per noi altrettanti microcosmi in cui si rispecchia per l’occhio della mente un mondo più vasto di eventi e significati: gusto, costume, rito, prestigio, stile di vita. Sono (…) le sfumature infinite dell’esperienza umana; e anche da esse esce un’immagine plurima del tempo, un passato che si fa racconto e forse interrogazione comparativa sul presente. L’importante è poi di non perderne il filo “ (E. Raimondi nella presentazione del volumeIl filo della storia” di IBC Emilia Romagna).

tessuto in fase di restauro

tessuto in fase di restauro

Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa infatti stimolare la curiosità e l’interesse su di esso e fornire a tutti chiavi di accesso e opportunità di effettiva fruizione.
Probabilmente occorrerebbe ribaltare molti paradigmi: in questa orda di informazioni comunicative occorrerebbe meno spettacolarità in generale e dall’altro lato meno tecnicismi da parte degli operatori. Uno scambio trasversale di saperi aiuterebbe tutti: il colto deve dialogare di più col suo pubblico e fargli fare esperienze anche più “di pancia” e meno da manuale mentre il pubblico dovrebbe essere più educato al buon gusto.
Magari si riuscirebbero a sbloccare nuove opportunità economiche con nuovi sponsor dall’estero e che oggi “sono arrivati ad essere per la maggior parte over 50” – come mi dice Laura – lasciando scarse o nulle speranze per il futuro del settore.

Tricolore dopo i lavori di restauro - dall'archivio RT Restauro Tessile

Tricolore dopo i lavori di restauro – dall’archivio RT Restauro Tessile

Si dovrebbe consegnare alla gente un’arte che riesca a fare stare bene tutti.
Così, il lavoro che la riguarda, potrebbe recuperare il suo adeguato riconoscimento e maggiori opportunità