Meglio soli o ben accompagnati?

Che aria si respira.

L’“aria che tira” sul restauro – questo speciale ambito dell’artigianato artistico – la puoi respirare solo direttamente nelle botteghe,  nei laboratori,  parlando con i suoi protagonisti: i restauratori. Sul web, alla correlativa voce di “wikipedia”, non c’è molto.

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Girando a Reggio Emilia, proprio in due di queste botteghe, ho incontrato Elisabetta Ghirardini, restauratrice pittorica, e Roberta Notari, specializzata nel recupero delle sculture. Quest’ultima condivide il suo ampio spazio di lavoro con Cristina Lusvardi, anche lei restauratrice pittorica. Fino a qualche anno fa, fino alla fine degli anni ’90, i restauratori beneficiavano non solo di prestigio e riconoscimenti ma anche di carichi di lavoro oggi diventati ormai impensabili.

Meglio soli o ben accompagnati?

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d'Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d’Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Sono storie queste che iniziano a partire dagli anni ’80: in quel periodo Elisabetta ha cominciato la scuola, coi corsi dell’Istituto per il Restauro di Firenze, e poi a bottega, facendo pratica da un restauratore modenese. Tipicamente, in quegli anni, era consuetudine fare apprendimento diretto, formandosi nella pratica, un po’ perché il sapere artigiano tradizionalmente non è sempre scritto ma viene appreso visivamente e lavorando, un po’ perché è molto più agile l’apprendistato a bottega. Questo però non teneva conto della possibilità di poter formare una propria capacità critica decisionale che solo la scuola può trasmettere attraverso l’ insegnamento teorico. Con la pennellata finale la mano ricompone tecnicamente il dipinto così com’ era nelle sue origini, ma sceglie anche, tra tante tecniche a disposizione, come intervenire.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

Elisabetta ha passione per il proprio lavoro – il recupero di dipinti – perchè non è un’attività ripetitiva, ma una continua novità. Ad ogni intervento c’è sempre la sorpresa e lo stimolo a ricercare le migliori soluzioni per il manufatto. C’è in sostanza la soddisfazione di chi prende in mano un’opera deteriorata per ridargli la sua luce originaria, mantenendone tutto il vissuto che il tempo gli ha impresso. Riuscire a farlo permette anche di ricucire l’attualità con la cultura e la mentalità dei maestri d’arte della storia. Elisabetta conferma che non riuscirebbe a concepirsi in un’attività diversa: “questo è il mio lavoro, non sono una creativa ma mi piace l’intervento minuzioso delle mani, la precisione dei gesti, che arrivano fin nei più piccoli dettagli. Non riesco a pensarmi in un altro posto, diverso da questo, né ad immaginare di poter disperdere tutte le fatiche, tutti i miei sacrifici fatti fin qui”.

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Roberta invece comincia negli anni ’90, occupandosi di sculture lignee, in cartapesta e tela gessata e di cornici. La sua attività nasce e si sviluppa attraverso l’ esperienza diretta con diversi restauratori coi quali ha collaborato, mentre viene approfondita sul piano tecnico-teorico con corsi specifici. Anche gli stagisti – come lei stessa riferisce – “ hanno portato le loro innovazioni e le loro competenze” nel suo laboratorio, in un reciproco scambio di tecniche e approcci. Una tipologia di opere che Roberta confessa di amare di più è quella dei crocifissi, anche perché averli studiati tanto a fondo è un modo per non abbandonarli più.

Ma chi porta più oggi a restaurare crocefissi? Roberta non si tira indietro rispetto alle difficoltà, grazie anche alla sua apertura verso la sperimentazioni in nuovi ambiti. Così si è cimentata in produzioni di arte moderna ricreando superfici pittoriche ex-novo con tecniche antiche, come nel caso degli interventi sull’ambone, la seduta e l’ altare per l’ adeguamento liturgico della Parrocchia di S. Agata di Rubiera, in collaborazione con un architetto locale (foto).

Il suo laboratorio è diventato spazio di lavoro anche per Cristina Lusvardi, prefigurandosi come un coworking ante-litteram. Già dal 2001 le due restauratrici collaborano tra loro anche se la titolarità condivisa dello spazio partirà solo dal 2008.

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Cristina è una giovane collega che si occupa di dipinti su tela e tavola, e di arte contemporanea; interviene anche nei cantieri, sulle opere murarie. E’, come vuole lo spirito di chi lavora per passione e la chimica della giovane età, un vulcano di energia che ovviamente non nasconde la sua soddisfazione quando comincia a parlare del lavoro che fa nei cantieri. “Sono momenti molto faticosi – al freddo e continuamente in giro da una parte all’ altra, a seconda delle destinazioni assegnate per gli interventi- ma sono anche una ventata di energia e di novità per l’ambiente nuovo, il confronto con tanti altri colleghi e il cambio di rotta rispetto alla quotidianità del laboratorio”. Anche a Cristina piace sperimentare il nuovo e, con la sua passione per il tadelakt, uno stucco di origine marocchina, si cimenta con nuovi approcci dove può rigenerare le sue competenze (foto).

Tre storie che qui in estrema sintesi mostrano 3 diversi approcci in un momento di innegabile difficoltà del settore, un momento in cui è facile sentirsi molto soli anche quando si è sul lavoro con altri.

Sono vite dedicate ad una passione che, per usare le parole di Thomaz Gunzig, è vero, rappresenta una scelta per privilegiati, ma che a ben vedere hanno come unico e reale privilegio, di cui realmente riescono a godere, soprattutto la propria libertà di azione sul lavoro e l’essersi dedicati a propri interessi. Il prezzo pagato rimane spesso un diverso comfort materiale, ed oggi una maggiore insicurezza economica .

Gli attori culturali si guadagnano male la propria vita e devono condurne diverse. Ciò è piuttosto seccante perchè l’arte richiede una temporalità ‘altra’, un tempo di riflessione.”, cioè tempi più lunghi che si appropriano anche del privato individuale.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

In totale, le cifre.

Al 30 settembre 2009 in Emilia Romagna erano attive nel restauro 716 ditte, con un totale di 1078 addetti; nello stesso periodo del 2014 sono diventate 659, con 1056 addetti al seguito (Fonte Unioncamere E-R). Un calo di circa l’8% nel numero di imprese attive e del 3% nel numero di addetti. Reggio Emilia supera la media regionale registrando un crollo del 19,8% nel numero di attività ancora presenti (il primato però spetta Parma con un preoccupante – 20,6%).

E’ indubbio che ci sarebbe di che lamentarsi: da qui si comincia con la lunga serie di criticità che, come da tutte le parti dell’artigianato, in particolare quello artistico, hanno travolto il settore, e la cui prima causa risulta essere fra tutte la mancanza di una committenza continuativa. Una volta c’erano la soprintendenza dei beni artistici e culturali- il maggior committente- la curia e le parrocchie, gli antiquari, le gallerie e i privati. Oggi più o meno tutti sono latitanti.

In tali condizioni – scriveva in tempi non sospetti  A. Emiliani ne “L’artigiano, i suoi modelli culturali, la città storica” del 1983 – la sponsorizzazione somiglia ad un’elemosina insistentemente richiesta da un ricco che tuttavia, la notte, dissipa malamente i suoi beni al tavolo verde”.

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata  del XVIII sec  Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia - opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata del XVIII sec Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia – opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Le probabili cause.

Cominciamo dal gusto: oggi in media i trentenni vanno ad IKEA per arredare le proprie case e non acquistano più né mobili o oggetti d’antiquariato né si fanno restaurare quelli  lasciati dai nonni per mettere su casa (quando ci riescono). Di conseguenza l’arredamento o è un assemblaggio neutralissimo dei pezzi “copia design a buon mercato” di IKEA, o – nei casi più d’avanguardia – è il recupero-fai-da-te del “ciarpame” buttato presso i raccattatutto, in linea col trend “shabby o eco-chic”.

Le stesse abitudini di consumo sono condizionate da portafogli in media ridimensionati e da gusti che cambiano spesso e che variano in relazione alle diverse mode. Si vive ormai in un flusso continuo di divertimento in cui la fruizione dei momenti culturali come il teatro, il museo, la letteratura, la musica, per i quali serve concentrazione ed attenzione, stanno diventando un lusso, perché ormai siamo più allenati a vivere nel pieno dell’adrenalina che a rallentare.

Ma anche la committenza dello Stato – il principale motore degli interventi di conservazione e recupero del nostro patrimonio artistico-culturale – non c’è più: è sotto gli occhi di tutti la sua attuale assenza. Troppe le emergenze sociali a cui è chiamato a dare priorità, facendo leva su una dotazione finanziaria sempre più striminzita.

Ma fuori dalle preoccupazioni verso questo cambio di rotta che coinvolge tutti coloro che fino ad oggi hanno potuto beneficiare di questo main sponsor, ci si può finalmente porre la questione se davvero le sole risorse pubbliche, con l’ attuale organizzazione delle Soprintendenze, che risale ad ancora prima la seconda guerra, possano bastare per mantenere il nostro patrimonio? La risposta dovrebbe essere ovvia.

Le Fondazioni Bancarie, il bacino alternativo a cui si è fatto maggior ricorso, già da questi ultimi periodi si sono orientate su interventi di rigenerazione della città, dandosi come obiettivo di lavoro il recupero del parco architettonico ed urbanistico. Si privilegiano le città con le loro attività culturali e coi loro segni identitari per dar vita ad un turismo più qualificato e ricettivo che risponda ad un bisogno di partecipazione e nello stesso tempo riesca a  generare anche redditività. I loro interventi si attuano attraverso collaborazioni con diversi attori – pubblici, privati e del terzo settore – ed insieme intendono riattivare quegli spazi del territorio non più funzionali ai bisogni della comunità di riferimento (per esempio l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena  nel progetto Sant’Agostino per il recupero dell’omonimo complesso ospedaliero e la sua trasformazione in un polo culturale multifunzionale) e ad ottenere ritorni sul capitale investito in termini di benessere pubblico non meno che di rendite finanziarie.

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quindi che fare?

I corsi di aggiornamento– a detta degli stessi intervistati – non rappresentano per la categoria un valore aggiunto riconosciuto, né per l’affidamento di nuovi incarichi né per rivalutarsi rispetto ai diretti concorrenti. Ma nemmeno le potenzialità dei nuovi strumenti web vengono completamente riconosciute dalla categoria: tutti confessano che “solo il passaparola é l’unico canale di trasmissione della propria offerta di servizi”, il solo strumento riconosciuto e riconoscibile per accaparrarsi clienti. Questo nonostante sia chiara la lettura del trapasso avvenuto nel passato col cambio generazionale: allora c’era un divario tra la preparazione dei restauratori nati sull’ esperienza rispetto ad una generazione successivamente maturata nelle scuole di restauro. Oggi, ugualmente, non si è in grado di cogliere lo stesso differenziale che divide il trapasso ad una nuova generazione, che è appunto quella di artigiani che dovranno anche spendersi nella comunicazione, integrandosi in nuovi modi di proporsi e di intervenire nondimeno che con le nuove tecniche (il digitale, la stampa 3D).

…Anche se il ricambio generazionale, stando così le cose, stenta oggi a profilarsi con chiarezza.

Restauro pittorico su tela - opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro pittorico su tela – opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quali strade davanti?

Visto che non si tratta più di ricevere “a fondo perduto” un patrimonio da committenti pubblici o privati, credo che ci siano due importanti leve su cui poter lavorare.

La prima è quella di riuscire a trovare modalità d’impiego del patrimonio stanziato facendo in modo che esso rientri in circolo nell’economia. Il recupero dei beni dovrebbe cioè essere anche profittevole, pensato in modo economicistico, perché questa condizione è indispensabile per garantire la sostenibilità del sistema.

La seconda, è che anche i cittadini siano accompagnati ad una fruizione più colta del proprio territorio e dei suoi beni, già a partire dai modelli pedagogici, e siano resi anch’essi più responsabili di quello che abbiamo e di quello che ci viene negato. Devono essere resi partecipanti attivi nella fruizione dei circuiti culturali dove si espongono i beni. Per farlo sono a disposizione nuovi linguaggi, meno distanti dalla gente e quindi nuovi modelli di fruizione (penso al modello messo in pratica in questi mesi dai musei di Milano con la collaborazione dei restauratori).

In questo momento “il nostro patrimonio culturale può rappresentare l’area più vitale di dialogo tra la cultura umanistica e le nuove tecnologie e quindi può diventare un campo di sperimentazioni continue, più sostenibile dei grandi eventi promossi da mentalità che non hanno ancora compiuto il passo per la modernità. Bisogna eliminare la spettacolarità, le grandi celebrazioni e ridare il gusto della qualità del lavoro esposto, della qualità degli interventi realizzati.” (Rapporto Fondazioni 2013-2014)

D’altra parte i soggetti protagonisti – tra i quali anche i restauratori – devono imparare a guardare al contesto in cui operano, che è il “vile mercato”, che piaccia o meno. “Non ci si può più fermare alla sola lamentela continua ed alla critica, chiusi nell’isolamento e nell’autoreferenzialità. E’ necessario” immergerci, contaminarci. Non basta parlare fra noi. E’ necessario uscire, occupare altri spazi, altre arene, altri dibattiti, altri media”.(Doppio Zero, Neve Mazzoleni).

Quali sogni?

Serve capire qual è la propria vision, quella che P. Kotler definisce come il sogno che ogni imprenditore/artigiano ha della propria attività.

Quale vision ha di sé un restauratore di oggi? Non dovrebbe forse limitarsi solo al restauro, ma dovrebbe considerare che questo lavoro, con le competenze, le conoscenze e la manualità che ha acquisito, può avere altre declinazioni.

particolare del laboratorio di Roberta Notari - restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

particolare del laboratorio di Roberta Notari – restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Far vivere a nuova vita un’opera, non significa consegnarla bell’e pronta e salutare andandosene,  ma pensare insieme alla committenza dei modi per renderla fruibile nei circuiti della sua esibizione.

E per fare questo si può sì anche lavorare da soli nel proprio laboratorio, ma magari creando sinergie con altri, altri restauratori, altre professionalità (come giovani web designer o programmatori, architetti, designer) per rimettere in circolo quello che sappiamo fare e quello che abbiamo.

Io non vedo altre strade, ma si accettano volentieri suggerimenti.

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Intrecci di storie di lavoro e sapere: un laboratorio di restauro tessile.

Qualcuno ha mai notato che parlare di restauro spesso evoca qualcosa di obsoleto, seppur si tratti di un mestiere artistico e nobile?

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La percezione comune della gente riguardo questo tipo di attività sembra coinvolgere una sorta di “pensiero debole”. O forse è debole solo la rappresentazione che di quel settore la gente si vuol fare: vige il sacro timore che, attraverso il recupero visibile della storia, di cui il restauratore è il principale artefice, forse si potrebbe perdere l’ illusione dell’eterna giovinezza cui tutti teniamo.

In questo repertorio del poco o non adeguatamente riconosciuto, un’attività di restauro che la gente meno conosce è quella del restauro dei tessuti: essa si colloca subito dopo i più famosi restauri pittorico, ligneo e architettonico. Nessun altra spiegazione mi viene in mente per capire perchè nessuno o pochi – se non qualche esperto o gli stessi addetti ai lavori – ne conoscano l’esistenza.

Eppure i tessuti antichi ed i manufatti tessili, rappresentano, nel più vasto insieme dei beni culturali della nostra regione e dell’Italia in generale, un valore tanto affascinante quanto prezioso. Ma sono anch’essi poco conosciuti.

RT è un laboratorio di restauro tessile che ha sede ad Albinea, paese pedecollinare della provincia reggiana. Questo territorio è senz’altro meno famoso dei più blasonati paesi toscani dove risiedono le botteghe artigiane di lunga memoria, eppure – benché in pochi ne siano a conoscenza – qui si compiono degli interventi spettacolari, realizzati completamente a mano.

mani all'opera su un manufatto tessile

Le mani di Annalisa all’opera su un manufatto tessile c/o RT Restauro Tessile

Mani di donne: 3 socie – Angela, Ivana e Cristina – e quattro dipendenti, Annalisa, Laura, Stellina e Cristina, tutte plurispecializzate con diplomi e corsi di alta formazione o con curriculum universitari legati allo studio ed alla conservazione dei beni artistici, culturali, archeologici. Qui si recuperano abiti, arazzi, tappezzerie, tessuti antichi, che vengono consegnati alla perizia di queste mani da musei, collezionisti privati, soprintendenze ai beni storico artistici, istituzioni pubbliche e fondazioni.

Angela mi ha raccontato della loro prima attività lavorativa, partita circa 35-40 anni fa con un laboratorio di tessitura a telaio. L’incontro con l’allora responsabili museale, affascinato dalla possibilità di vedere dal vivo quell’antico lavoro, ha coronato il passaggio all’attuale attività di restauro tessile ed ha conferito ad Angela e Ivana i primi lavori di recupero dei tessuti del Museo di Reggio Emilia. L’occasione ha rappresentato non solo un upgrade professionale, in quanto dalla tessitura – con un mercato limitato – sono passate ad un’attività con ulteriori sbocchi lavorativi, ma è stata anche il pretesto per approfondire una nuova materia ed iniziare un percorso di studi attraverso cui acquisire le competenze di restauro.

mani al restauro su tessuti antichi

Le mani di Laura al restauro su un tessuto antico c/o RT Restauro Tessile

Nel laboratorio RT si compiono recuperi di tipo “mimetico”, cioè si fanno interventi non particolarmente evidenti all’occhio del profano, per evitare che quando il pubblico fruisce del manufatto sia distratto dalla vista dei “difetti del tempo”. I restauri sono tutti ispirati da un gusto ed una sensibilità volte a salvaguardare il contenuto storico dell’opera e vengono attuati con metodologie e tecniche di minima intrusione rispetto al manufatto originale. Il pubblico deve riuscire ad apprezzare il diverso concetto estetico che contraddistingue ogni pezzo del passato e non ha bisogno di rivivere in esso gli attuali canoni estetici,  snaturando il senso originario dell’opera.

Negli anni di attività il laboratorio ha affinato la tecnica della tintura artigianale di supporti, filati, veli: ogni pezzo viene tinto su misura, seguendo proprie ricette, in base alle necessità.

Un circolo virtuoso di collaborazioni e scambi a livello nazionale ed internazionale, con autorevoli realtà museali, università e fondazioni attive nel settore, attesta l’attualità dell’approccio al mestiere di RT . Angela, Ivana, Cristina di RT nella loro attività hanno scelto di non isolarsi nella “bottega” ed hanno fatto proprio lo spirito aperto al nuovo ed al confronto.

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Dettagli del restauro di una coperta d’epoca – restauro di RT Restauro Tessuti

Ma perché mai – continuo a chiedermi – una disciplina come questa, in un’ epoca in cui il fashion detta le regole di stile adottate da tutti, dai politici fino ai vip, arrivando persino a creare un mestiere ex novo come quello di “fashion blogger”, perché mai, mi chiedo, un simile mestiere fatto di perizia, precisione, manualità e profonda competenza della materia rimane oscurato nell’ombra?
“Non ne viene riconosciuto il valore” mi risponde Angela.
La risposta è tanto semplice quanto significativa a qualsiasi livello dell’attuale realtà, a partire dall’opzione politica in base alla quale si decide se dare rilievo al patrimonio culturale e devolvere a suo favore i fondi necessari per gli interventi. La matrice culturale è sempre la stessa ed in base ad essa i beni museali ed il patrimonio culturale di cui disponiamo vengono per la maggior parte riposti negli armadi della memoria e lasciati invecchiare fisiologicamente come i nostri ricordi, dimenticando che potrebbero rivivere una nuova vita con noi e con le nuove generazioni, creando lavoro e nuove opportunità, senza imputridire nei ripostigli.

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Divise di epoca napoleonica al restauro c/o RT Restauro Tessile

E se già ci si dimentica dei beni artistici in generale, dentro a questo più vasto corpus, in pochi – se non gli addetti ai lavori – conoscono i tessuti antichi. Eppure la moda continua a dare spettacolo di sè, sia nel nostro paese che altrove nel mondo. Probabilmente i valori da condividere e utili per illustrare i reperti tessili museali hanno bisogno di una certa “messa in scena” per essere meglio recepiti, con buona pace di tutti: dagli operatori del settore fino ai fruitori di beni culturali, inclusi gli stessi operatori della comunicazione. Non parliamo di sfilate, improbabili, visto che i tessuti in questione sono preziosi e delicati,e meritano un’attenzione particolare. Parliamo del comunicare in modo più esteso e diffuso e con linguaggi meno tecnici di certi settori della cultura, spesso abbandonati a favore di altri.
La tessitura è stata a lungo e tuttora viene considerata arte minore. In realtà rappresenta non solo un’ espressione artistica facilmente godibile, ma è anche una testimonianza della storia del lavoro e della storia della società nel suo complesso. Ogni singolo tessuto ci restituisce, a partire dai nostri sensi, come la vista e il tatto, tutta la ricchezza e la sapienza della sua materia, e tutte le informazioni legate ai saperi tecnici, al gusto, agli usi quotidiani, alle mode ed alla cultura di un determinato periodo storico.

restauri tessili elementi di Palazzo Stanga - da Archivio fotografico RT Restauro Tessile

restauri tessili elementi di Palazzo Stanga – da Archivio fotografico RT Restauro Tessile

La storia dell’arte tessile è soprattutto storia di scambi e traffici commerciali, circolazione di materie prime e prodotti finiti, diffusione di modelli decorativi e di tecniche esecutive, migrazione di artigiani e del loro sapere. Solo in apparenza minore, l’arte tessile ha in effetti molte storie da raccontare e intrecciare (…). Un mantello di lana, un piviale, un abito di gala, un arazzo,un velo di seta sono per noi altrettanti microcosmi in cui si rispecchia per l’occhio della mente un mondo più vasto di eventi e significati: gusto, costume, rito, prestigio, stile di vita. Sono (…) le sfumature infinite dell’esperienza umana; e anche da esse esce un’immagine plurima del tempo, un passato che si fa racconto e forse interrogazione comparativa sul presente. L’importante è poi di non perderne il filo “ (E. Raimondi nella presentazione del volumeIl filo della storia” di IBC Emilia Romagna).

tessuto in fase di restauro

tessuto in fase di restauro

Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa infatti stimolare la curiosità e l’interesse su di esso e fornire a tutti chiavi di accesso e opportunità di effettiva fruizione.
Probabilmente occorrerebbe ribaltare molti paradigmi: in questa orda di informazioni comunicative occorrerebbe meno spettacolarità in generale e dall’altro lato meno tecnicismi da parte degli operatori. Uno scambio trasversale di saperi aiuterebbe tutti: il colto deve dialogare di più col suo pubblico e fargli fare esperienze anche più “di pancia” e meno da manuale mentre il pubblico dovrebbe essere più educato al buon gusto.
Magari si riuscirebbero a sbloccare nuove opportunità economiche con nuovi sponsor dall’estero e che oggi “sono arrivati ad essere per la maggior parte over 50” – come mi dice Laura – lasciando scarse o nulle speranze per il futuro del settore.

Tricolore dopo i lavori di restauro - dall'archivio RT Restauro Tessile

Tricolore dopo i lavori di restauro – dall’archivio RT Restauro Tessile

Si dovrebbe consegnare alla gente un’arte che riesca a fare stare bene tutti.
Così, il lavoro che la riguarda, potrebbe recuperare il suo adeguato riconoscimento e maggiori opportunità

Il restauro è “roba morta”?

Lavori di consolidamento - Foto Il Restauro srl - Villa Sesso (R.E.)

Lavoro di consolidamento – Foto Il Restauro srl – Villa Sesso (R.E.)

Tutti abbiamo una musa ispiratrice: i patiti del calcio hanno il proprio calciatore-mito, gli adolescenti, il divo- cantante di turno. Io sono stata ispirata a scrivere in questo blog dalla passione per la gente della mia terra e per i suoi artigiani. Li ho visti lavorare e fare veri e propri miracoli con la materia rimaneggiata nelle loro mani. Pochi le sanno usare e, negli ultimi tempi, la pratica è relegata nel sottoprodotto industriale o nell’attività di chi non ha successo.
Vederli, spinge a dire che l’artigiano sembra più un artista. E’ artigiano quello di oggi che restaura, e artista quello di ieri che produceva, o viceversa?
Non è facile rispondere, perchè in entrambi i casi conta solo  la bellezza, rinata grazie al gusto ed ai valori contemporanei che il restauratore è in grado di rendere.

Racconto breve di una storia di un restauro ligneo:

Le foto che seguono documentano meglio le parole.
Raccontano del restauro del Coro ligneo del XVI secolo della Chiesa di San Nicolò di Carpi, avvenuto negli anni ’90 e durato un anno di lavori effettivi. Gli artefici del “prodigio” sono stati gli artigiani della ditta Il Restauro srl, di Villa Sesso di Reggio Emilia, che ne hanno anche fornito la documentazione fotografica.
Il lavoro si è svolto così: scena numero uno, l’ispezione. Un vasto spazio si presenta in tutto il suo decadimento.

Coro Chiesa di San Nicolò di Carpi prima del restauro - Foto Il Restauro srl - (R.E.)

Coro Chiesa di San Nicolò di Carpi prima del restauro – Foto Il Restauro srl – (R.E.)

Seguendo il copione del professionista, però, cominciano a prendere forma le successive  fasi di lavoro.

Si comincia con foto e rilievi cartografici. Si smontano i pezzi e si numerano per tenere traccia del loro assemblaggio.

Abside prima della nuova pavimentazione - Foto Il Restauro srl - Villa Sesso (R.E)

Abside prima della nuova pavimentazione – Foto Il Restauro srl – Villa Sesso (R.E)

Un lavoro lungo e di fatica che prosegue con le prove di pulitura per la verifica delle condizioni cromatiche originarie.

I pezzi smonati vengono trasferiti nel laboratorio.

Pulitura e disinfestazione dei pezzi continuano l’intervento. 04 Coro S Nicolò Carpi037Quindi si integrano le parti mancanti e gli intarsi .

Lavori di recupero intarsi - Foto Il Restauro srl

Lavori di recupero intarsi – Foto Il Restauro srl

Immagine1Dopodichè il manufatto viene completamente rimontato nel laboratorio.

Nel frattempo,  nella chiesa, si risanano le strutture murarie dell’abside e si procede con il rifacimento della pavimentazione.

Dettagli condizioni dell'opera prima del restauro- foto Il Restauro srl

Dettagli condizioni dell’opera prima del restauro- foto Il Restauro srl

Polvere, braccia tese nei gesti di montaggio e smontaggio, pazienza immobile davanti a pezzi di legno da risistemare centimetro per centimetro. C’è di che avvilirsi ! Lo stato di in cui certi pezzi erano ridotti lo conferma!

Alla fine il coro restaurato viene montato e patinato.

Coro dopo i restauri - Foto Il Restauro Srl - Villa Sesso (R.E.)

Coro dopo i restauri – Foto Il Restauro Srl – Villa Sesso (R.E.)

Coro S Nicolò Carpi014Chi pensa al restauro come ad una faticosa ma semplice attività di pulitura e poi patinatura di un mobile del solaio, può rendersi conto invece di cosa realmente fanno i restauratori non improvvisati. Fanno sì un lavoro di grande fatica, ma soprattutto un intervento competente, con profonda conoscenza sia della materia prima – il legno – che della tecnica utilizzata dall’artista produttore del manufatto originario.

Servono esperienza, sensibilità e capacità di comprensione delle tecniche e del materiale, della storia e della sostanza viva che la rappresenta. Quello competente, è un mestiere di scuola, e realizza interventi che si prendono cura di un patrimonio “multiproprietario”: la nostra storia, le radici della nostra terra e la gente che l’ha abitata.

Che piaccia o no, che interessi o meno, le opere dei secoli scorsi, raccontano anche del lavoro delle persone, dei loro prodotti per la vita quotidiana e non solo. E oggi, il  saper fare dei maestri artigiani esprime un’arte, quella delle mani.

Ma ci sono sempre meno soldi per recuperare il nostro patrimonio. Si può provare a rivalutare il lavoro dei maestri artigiani d’arte, delle botteghe artigiane sperando di far recuperare nuova forza a questi mestieri e di trovare così  nuovi sponsor.