Contrasti e alleanze di moda.

Francia-Italia: un’abbinata famosa da sempre, ma di recente ancor più famosa non per un match sportivo, ma per un duro scontro di politica economica. Sempre lì: due paesi confinanti, due nemici secolari. Suona anche buffo.

Nella moda – per citare uno dei campi dove lo scontro è storico – la Francia ci è sempre stata al fianco non come alleata, ma come la rivale più agguerrita.

Campione delle prove di ricamo del Ricamificio Laura di San Martino in Rio (R.E.)

E se Pascal Morand, Presidente Esecutivo della Fédération Française de la Couture, du Prêt-à-Porter des Couturiers e des Créateurs de mode, sulla piattaforma del Google Cultural Institute, We Wear Culturepuò affermare che

la cultura per la moda francese deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda, documentata già nel 1298 (…) “e che “fu Maria Antonietta, che iniziò a liberare il corpo femminile mentre adornava le sue creazioni con ricami, pizzi e petali di rosa

è un peccato non leggere su quel portale dichiarazioni altrettanto altisonanti sui meriti delle creazioni italiane .

La moda, nonostante la forte evoluzione tecnologica,  è ancora un settore in cui  la maggior parte della produzione si basa sul “fatto a mano”  .

Una bella azienda.

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La sala operativa dell’azienda Ricami Laura di San Martino in Rio

Così mi ha molto incuriosito scoprire il “ricamo mano-macchina”, un processo che a parole sembra un controsenso, ma che nella realtà racconta dell’alleanza non solo possibile, ma anzi fondamentale, tra uno strumento – la macchina – ed il tecnico esperto che sa usarla,  non meno che tra un’attrezzatura obsoleta  e le sue attuali possibilità

Visitando il Ricamificio Laura di San Martino in Rio ho potuto vedere la bellezza di queste produzioni. Sefano Bonaretti, suo Presidente, mi ha accompagnata a conoscerlo. Vi lavorano 45 donne  –  dai 30 fino ai 60 anni – signore che altrimenti sarebbero rimaste disoccupate, perché fuoriuscite da un settore ridimensionato per chiusure e fallimenti,  dove la competizione globale si è giocata soprattutto sulla capacità di  contenere i costi, con  manovalanze despecializzate e non locali.

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Stefano Bonaretti mentre controlla alcuni lavori in corso di realizzazione all’interno della sua azienda Ricami Laura

Sono tutte lavoranti – come mi riferisce il loro datore di lavoro – con un contratto a tempo indeterminato, così inquadrate per farle sentire parte dell’azienda. Stefano dice che “hanno mani preziose”: fanno ricami a mano-macchina, cioè  lavorazioni con macchine a pedale ormai fuori produzione, degli anni ’70-’80, reperite da ex ricamifici. Sono macchine Cornely o Bernina, adatte a ricami con filati e materiali di vario tipo: dai metalli, alle catene, fino alla plastica, il ferro e le pietre.

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Una macchina del Ricamificio Laura

La magia di quest’orchestra è la manualità e l’armonia viene garantita da un maestro unico, cioè da una responsabile che guida la produzione completa del capo.

La sua storia.

Le origini del Ricamificio Laura risalgono all’apertura del primo laboratorio, negli anni ’90, ad opera della mamma di Stefano, Laura Magnanini, e che oggi è presente in azienda come responsabile dei modelli. Laura è diventata un’ imprenditrice dopo l’esperienza lavorativa nel ricamificio locale di Luigi Malavasi.

Laura Magnanini

Laura Magnanini, fondatrice del Ricamificio Laura

Erano gli anni del boom della moda, quelli che hanno anche rappresentato la fortuna di tanti piccoli laboratori artigianali fioriti a quell’epoca  per l’intuito e l’intraprendenza di  alcuni addetti del settore.

Ricami dell’archivio storico Gianfranco Ferré realizzati da RIcami Laura

Poi, come vuole ogni bella storia, arriva a San Martino un cavaliere bianco – lo stilista-architetto Ganfranco Ferrè –, si innamora di quell’’attività e se ne “appropria” nei panni del suo monocommittente.  Sarà un matrimonio duraturo,  che si interromperà alla morte dello stilista nel 2007.

Questa pluriennale collaborazione  rimarrà per sempre in eredità al Ricamificio  che la porterà con sè come sua capacità di riuscire a collaborare con tutte le figure dello stile – dai designer, ai responsabili di prodotto fino alle modelliste – per costruire le proposte di una  collezione di moda.

 

La crisi e la rinascita.

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Una addetta dell’azienda Ricami Laura mentre completa un tessuto per Gucci

Ma gli anni 2000 sono il periodo in cui non si fanno più regali a nessuno: la crisi è ovunque e per il Ricamificio sarà fatale la morte del mentore Ferrè.

E’ in questo momento di difficoltà che Stefano rientra dall’America. Con la sua esperienza in ambienti fortemente competitivi come quelli del cinema, dove studiava e lavorava, Stefano può mettersi a disposizione dell’azienda di famiglia, temprato e allenato per resistere e riuscire.

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Stefano Bonaretti, Presidente di Ricami Laura con prove ricamo perFerragamo

Con lo stesso spirito pragmatico degli uomini del fare americani, Stefano intraprende la strada della promozione commerciale sulle pagine dei social e intercetta così l’interesse degli uffici studi delle principali Maison della moda.

Comincia con Ferragamo donna, proseguendo poi con Giorgio Armani ed attirando a ruota tutti i big del settore come Gucci, Tom Ford, Givenchy, Burberry, Hermès, Dior, Cavalli, e così via.

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Addetta al lavoro per un ricamo Gucci

In due anni Stefano riesce a quintuplicare il fatturato dell’azienda di famiglia.

Materie prime del Ricamificio Laura

Disponendo di un meraviglioso archivio storico delle collezioni ricamate per Gianfranco Ferrè, il Ricamificio ha, oltre ad un biglietto da visita autorevole, un campionario del suo saper fare. 

Una competenza che tutti noi  ignoriamo quotidianamente perché prima di tutto la moda la viviamo come un’espressione formale di noi stessi, senza che ci riguardi particolarmente il fatto che al valore delle sue forme, dei colori e dei dettagli con cui ci veste corrisponde un lavoro incredibile che sta all’origine di quei capi.

E’ la moda, cioè anche industria.

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura all’opera per la produzione di patch

Per i francesi la moda rappresenta un’eccellenza nazionale di cui vanno orgogliosi. Tanto che Pascal Morand, può affermare che

nel complesso essa rappresenta l’1,7% del PIL francese, il 2,7% se includiamo l’occupazione, in particolare quella correlata ai servizi e il suo effetto sull’indotto, che rappresenta complessivamente 1 milione di posti di lavoro. Sorprendentemente, è superiore al valore combinato di industria automobilistica ed aereonautica” (da Google Cultural Insttute – We Wear Culture).

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Ricami per tessuti Gucci

Allora perché mai nessun nostro rappresentante ha fatto simili dichiarazioni d’orgoglio nazionale per promuovere la moda italiana sul portale del Google Cutural Institute,  consultabile da chiunque nel mondo? Perché non possiamo leggervi anche che il valore dell’industria dell’abbigliamento italiana pesa 7 punti percentuali del PIL (nota Pitti Immagine mag 2016)? Perchè loro – i francesi – raccontano a tutto il mondo che

la creatività ed il successo degli stilisti e dei marchi francesi non possono essere scissi dall’esperienza dei laboratori e degli artigiani che si occupano della manifattura dei loro prodotti, trattandosi di una cultura che deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda.“ ?

Quello che intorno tocchiamo quotidianamente con mano, quello che sentiamo dai diretti protagonisti che fanno, lavorano e producono, tanto nell’abbigliamento quanto in altri comparti legati all’artigianato artistico, e che ci dicono persone come Stefano e chi collabora con lui, nella sua azienda, racconta di fatiche e di grandi difficoltà quotidiane nel portare avanti ogni giorno quella che è prima di tutto una passione e, non secondariamente, un impegno di lavoro ed una responsabilità.

Eppure gli italiani…

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Un’addetta intenta al lavoro nel Ricamificio Laura mentre lavora ad un capo di Valentino

Eppure nonostante la nostra storia parli dell’Italia come di un territorio popolato da una miriade di piccole-medie realtà, fatte di laboratori e atelier che portano avanti un “saper fare” fortemente radicato nel nostro DNA, ciononostante, tutti – dagli economisti ai politici – temono il “nanismo”, cioè la piccola impresa.

Ma Toscana, Emilia,  Marche – per citare alcuni territori – hanno tradizioni secolari in ambito artistico-artigianale. Sono cioè giganti storici. Sarà allora la paura di apparire obsoleti? o di perdere primati tecnologici mai detenuti?

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura

Si tratta di sentimenti di inferiorità senza fondamento perché in realtà, come succede nel caso del Ricamificio Laura, la tecnologia viene utilizzata comunque, anche se solo negli ambiti in cui la si ritiene efficace. Un esempio della sua applicazione è la gestione delle relazioni commerciali e la promozione dell’attività tipica del laboratorio, oppure la realizzazioni di grandi commesse come quelle dei patch (si utilizzano infatti le macchine elettroniche della foto).

Il legame tra creazione e tecnica in effetti permette la produzione di quelle piccole serie, tipiche della tradizione artigianale, che oggi si contraddistinguono come pezzi personalizzati ed unici, così come richiesto dalle regole del lusso.

E’ quindi al lusso che possiamo riconoscere uno straordinario potere di conservazione delle tradizioni e del sapere. Oltre a permetter ai tanti che sanno fare qualcosa con le mani ed alle comunità di quel territorio, di poter lavorare, il lusso rappresenta un motore di sviluppo sostenibile.

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Applicazione per Gucci del Ricamificio Laura

Che fare?

Ma quali sono concretamente le difficoltà?

Burocrazia, concorrenza sleale dei numerosi laboratori che clandestinamente “inquinano” il mercato, stretta creditizia delle banche nei confronti dei neo-imprenditori, mancanza di fiducia nel sistema paese ancora privo di una precisa linea di politica industriale: già questo impedisce di liberare le nostre migliori energie.

Nonostante ovunque si possano trovare in Italia bellissime realtà produttive, simili al ricamificio Laura, è tangibile sempre l’assenza di chi dovrebbe promuovere al mondo questo importante ‘saper fare’, che ci rappresenta.

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Filati del Ricamificio Laura

Chi potrebbe promuovere allora l’eccellenza?

Da soli non si può far molto di più di quanto già si è impegnati a fare: è il sistema, in quanto soggetti, istituzioni e politica uniti da obiettivo condivisi e comuni, che deve creare condizioni fertili per far eccellere chi merita. La politica deve innanzitutto mostrare una maggior consapevolezza del potenziale produttivo dell’Italia, e delle competenze di cui dispone.

Turismo, artigianato, cultura e arte sono gli asset forti di cui disponiamo ma vanno gestiti in modo sinergico.

Abbiamo e produciamo bellezza, perché nessuno – eccetto i nostri detrattori – se ne ricorda mai ?

Tessuti realizzati coi dettagli ed i ricami di Ricamificio Laura per Missoni

 

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Bella a chi? Scienza e arte a quattr’occhi

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Due mani in atto di esprimere sensazioni tattili – cera realizzata dalla ceroplasta Anna Morandi Manzolini – Museo Palazzo Poggi – Bologna

Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” scrive E. De Goncourt e se io su queste pagine ho spesso esaltato soprattutto la mano che sa creare, in realtà faccio ammenda per aver omesso gli occhi, quegli organi di senso che risultano non meno importanti della mano per creare un’opera, che sia d’arte o di produzione tout court.

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Foto di volto al Museo L. Cattaneo di Bologna

Mi è venuta in soccorso la lettura di un articolo ricordandomi che: “la visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura: tutta la storia, non solo dell’arte, ma delle scienze, della biologia, della zoologia, della botanica, potrebbe essere riscritta attraverso la storia della visione.(…) Pensare e vedere non sono azioni scindibili: noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo” (Doppiozero: “Il fondamento dell’istruzione artistica è insegnare a vedere” di G. Di Napoli)

Niente di più azzeccato per me per parlare di una visita tra scienza e arte, in due musei bolognesi, lo scorso autunno.

Il Museo delle cere anatomiche e Palazzo Poggi: due wunderkammer fantastiche.

Questi musei espongono dei corpi, così come li si vedeva nell’antichità, con le loro malattie e la loro anatomia dettagliata. Corpi fisici di esseri umani, rappresentati nei loro aspetti anatomici più reali, anche se “crudi”. La scienza del 500 ha beneficiato di questa iconografia realista in quanto finalmente la conoscenza diretta attraverso l’osservazione empirica poteva sostituirsi all’accettazione dogmatica dei precetti dei maestri. Oggi – in epoca in cui tutto è già noto e visto – curiosamente queste immagini destano facilmente più inquietudine. Sembra che il lato nascosto del reale contenga una sua “oscenità”, in particolare quando ad essere rappresentate sono le malattie ed il funzionamento fisiologico dei corpi. Non siamo abituati a considerare il senso estetico né l’armonia del reale degli apparati scheletrico-muscolari, o digestivi, delle tavole anatomiche. Siamo invece pronti ad accogliere ciò che in modo convenzionale e conformistico è riconosciuto come bello (ed anche efficiente).

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Modello anatomico dell’apparato visivo e parti ad esso connesse – Ceroplasta Clemente Susini – Museo L. Cattaneo – Bologna

Sono musei che rappresentano le nostre wunderkammer, le stanze delle meraviglie per alcuni o degli orrori per altri. Luoghi in cui sono raccolti gli unicum e i mirabilia, cioè oggetti inconsueti, capaci di muovere emozioni, ripartiti a loro volta in naturalia (quelli della natura) ed artificialia (quelli creati dall’uomo). Le wunderkammer sono un fenomeno tipico del ‘500, che si sviluppa nel ‘600 e si protrae fino al ‘700 con le curiosità scientifiche dell’illuminismo, e rappresentano al suo primo stadio il concetto di museo. E se nulla avevano a che vedere con i moderni musei, bastarono a dirottare il collezionismo verso un nuovo modo di riordinare ed esporre le collezioni scientifiche.

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Museo Luigi Cattaneo – Bologna

Il museo Luigi Cattaneo di Bologna, detto anche museo “delle cere anatomiche”, è una wunderkammer per le magnifiche cere che vi sono esposte, sintesi del matrimonio oggi inusuale tra arte e medicina. Vi sono esposte cere anatomiche normali e cere del corpo umano patologico, realizzate fra il 1700 e il 1800.

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Museo di Palazzo Poggi, “Stanza di Notomia” con le statue realizzate da Ercole Lelli – Bologna

Ma anche il Museo di Palazzo Poggi, non lascia meno incantati del primo: nella sezione dedicata all’anatomia ed all’ostetricia sono esposte cere magnifiche: quelle di Ercole Lelli (1702-1766) ) , e quelle di Anna Morandi (1714-1774) e del marito Giovanni Manzolini.

 

L’arte e la scienza

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De Bononiensi Scientiarum et Artium Instituti atque Academiae Commentarii, Bononiae, 1731- Biblioteca del Museo di Palazzo Poggi, in funzione dal 1724

A guardare – insieme ad una guida che spieghi questi manufatti – ci si può ritrovare proiettati in un mondo affascinante, la cui cultura incanta per quella magica combinazione di concretezza e superstizione che riesce a trasmettere. Affascina soffermarsi sul fatto che quell’approccio medico appariva più vicino all’ “artista” – per le sue caratteristiche di immaginazione e “creatività” – di quanto non si possa oggi pensare. Quotidianamente questi professionisti erano costretti a dover immaginare l’invisibile causa delle malattie che dovevano curare nei loro pazienti, avendo come unica risorsa la loro capacità di collegamento dei sintomi al contesto di vita ed alla cultura, cioè il semplice intuito. Rispetto all’artista a questi medici mancava solo la consapevolezza di essere tali. Oggi non è più così: ragioni di “opportunità legale” spingono i medici a ragionare soprattutto in modo strettamente scientifico, in base a prassi e protocolli ufficiali, per non doversi poi ritrovare vittime di probabili denunce per errori o negligenze o azioni presunte tali.

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Ercole Lelli, Statue di spellati, scheletro naturale e cera, metà XVIII secolo circa – Museo di Palazzo Poggi , Sala dei Paesaggi – Bologna

La rappresentazione materica della ceroplastica

La libertà di apprezzare la bellezza del corpo umano attraverso l’anatomia inizia col Rinascimento e giunge attraverso l’Illuminismo fin a parte dell’800.

L’anatomia era una disciplina dai confini incerti, in bilico tra medicina, filosofia, cosmografia, estetica e arte. Ma la dissezione anatomica del corpo umano favorirà lo nascita e lo sviluppo della medicina occidentale . Entrambi, medici e artisti, attingeranno alla stessa fonte: l’anatomia. Gli uni per conoscere e svelare i meccanismi del funzionamento del corpo umano, gli altri per dargli vita ed espressione. Le cere anatomiche – che nel 400 nascevano come cere votive, “carne per credenti” – diverranno il mezzo tridimensionale più utilizzato per gli studi del corpo umano in quanto in grado di sopperire alla piattezza delle rappresentazioni del disegno anatomico. Saranno sia “carne per gli artisti” che “carne per gli scienziati”.  Ma non solo: le cere anatomiche venivano anche utilizzate come strumento didattico per insegnare e diffondere l’anatomia a coloro che non erano medici. Chirurghi e levatrici, persone cioè prive di quegli studi classici utili per avvicinarsi ai dotti trattati scientifici, nella pratica avevano bisogno delle conoscenze anatomiche per poter svolgere con successo i loro compiti (come un parto). Perciò le rappresentazioni anatomiche consentivano loro di poter mettere in pratica nella loro attività quanto potevano vedere in “3D”, in un felice connubio ante-litteram tra esperienza, arte e scienza.

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Statua in cera di giovane donna giacente, detta “Venerina” – riproduzione della cera che Clemente Susini (1754-1814) eseguì negli anni 1780-1782 a Firenze – Museo di Palazzo Poggi , stanza dei putti vendemmiatori – Bologna

Oggi le opere di ceroplastica anatomica che vengono esposte nei musei sono giunte integre fino ai nostri tempi soprattutto per  l’interesse scientifico, più che artistico, che suscitavano. Tant’è che non è un caso che siano custodite negli ospedali o presso le facoltà di medicina.

La rappresentazione performativa dell’anatomia: il teatro e il testo illustrato

La dissezione dei cadaveri dal 500 divenne una vera e propria «febbre» dell’anatomia e nel secolo successivo in tutte le università d’Europa l’autopsia rappresentò una pratica diffusa. Negli anfiteatri anatomici le dissezioni venivano praticate come uno spettacolo aperto al pubblico: difatti per assistervi si doveva pagare anche un biglietto. In questo teatro l’anatomista esibiva il corpo umano per mostrarne l’armonia divina.  Ma teatro era anche il libro nel quale le figure vengono esibite nelle diverse pagine: è a Bologna,

primo libro anatomia

Jacopo Berengario da Carpi Commentaria super Anatomia Mundini Bononiae, per Hieronymum e Benedictis, 1521

che nel 1521 esce il primo testo illustrato di anatomia (si tratta del commento all’opera di Mondino di Iacopo Berengario da Carpi). Nel 1543, sarà il fiammingo Andrea Vesalio, che nel “De Umani Corporis Fabrica” – compendio in cui convergono tecnologia, scienza, cultura e arte – rappresenta il corpo come una “Fabrica”, cioè un “laboratorio artigianale” dove si svolgono tutti i processi fisiologici. Il medico ne è l’ osservatore raziocinante. Lo scheletro in quanto fabbrica, struttura, domina la scena e il libro diventa lo specchio di un’esperienza. Le tavole di Vesalio diventeranno un riferimento obbligatorio per le generazioni successive tra cui gli stessi pittori della cerchia di Tiziano che lo adotteranno come testo. Ma dopo Vesalio il corpo umano diventerà “terra di conquista” in base alle nuove scoperte: così Eustachio mappa l’orecchio, Falloppio gli organi di riproduzione femminile, e così via. Emblematico di questo rapporto tra arte e scienza è il quadro ad olio “Lezione di anatomia del Dottor TulpLezione di anatomia del Dottor Tulp, opera di Rembrandt del 1617. Impressionano i medici che assistono alla dissezione con i loro vestiti eleganti, le gote rosate, la barba curata mentre il cadavere sezionato giace bianco e inerme coi medici che si guardano intorno nella più totale indifferenza.

De Humani Corpori Fabrica

De humani corporis fabrica libri septem, p. 184: tavola V dei muscoli

Le botteghe degli artisti di ieri: i ceroplasti

Nelle botteghe degli artisti del 400 il disegno del corpo divenne un percorso obbligato poiché il ruolo dell’artista era quello di fornire immagini nitide e precise che documentassero con serietà e precisioni le parti del corpo. Ai ceroplasti spettava il compito di supportare gli scienziati.

L’arte della ceroplastica si tramandava di padre in figlio; alcuni modellatori raggiunsero la celebrità e furono chiamati a riprodurre l’effige di sovrani e pontefici, morti e vivi. Ogni ceroplasta aveva tecniche proprie che, come tutti gli artigiani-artisti, preferiva non divulgare ed era seguito in tutti i passaggi della suo lavoro da un anatomico-dissettore, che preparava i pezzi da riprodurre prelevati dal cadavere. La parte più difficile e delicata del lavoro era la costruzione del modello definitivo, che richiedeva una precisione estrema e la conoscenza delle diverse sostanze da mescolare alla cera per ottenere la consistenza e il colore voluti. Questa operazione richiedeva un’abilità ed un’esperienza non comuni.

Giovanni Manzolini, la moglie Anna Morandi, Ercole Lelli e Clemente Susini sono alcuni dei nomi dei ceroplasti più famosi delle cui opere si può godere nei due musei bolognesi. Ma della ceroplasta Anna colpisce soprattutto lo studio della trasmissione degli impulsi sensoriali dal cervello agli organi di senso che si sintetizza nella sue splendide cere che rappresentano le mani (nelle foto qui all’inizio e in evidenza). Hanno una plasticità ed una sensuale armonia che è impossibile dimenticare. Ercole Lelli è invece l’autore della prima cera osteo anatomica e degli 6 scorticati della sala di Palazzo Poggi che mettono in evidenza le fasce muscolari. Le cere bolognesi del Lelli, riguardanti l’Osteologia e la Miologia, e quelle dei coniugi Manzolini, comprendenti anche gli organi di senso, di visceri e di ostetricia, sono i più antichi preparati anatomici in cera conosciuti.

Queste opere sprigionano una tale espressività visiva da superare, per forza emotiva, sia la piattezza della pagina disegnata che la monocromia delle sculture tradizionali. Sembrano più vere di una reale dissezione anatomica perchè brillanti e pulite.

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Cere di neonati con varie malformazioni – Museo di Palazzo Poggi – Sala di Camilla – Bologna

Oltre alla rappresentazione di malattie ormai dimenticate i modelli in cera  presentano, con estremo verismo, tutta quella serie di piccoli mostri, neonati deformi, che grazie all’ecografia e all’amniocentesi non vediamo più da decenni. Difficile poterli chiamare bambini: in effetti i medici dell’epoca, facendo ricorso alla mitologia, etichettavano i neonati con un occhio solo, ciclopi, quelli con due facce sulla stessa testa, giani bifronte ,  quelli i cui femori risultavano uniti in un unico, inutile arto, sirenidi.

La bellezza e il dettaglio della finitura, l’arte nel riprodurre i particolari (come i capelli fini e radi) però esprimevano il valore artistico di questi modelli, incapaci di lasciare indifferenti. La ceroplastica è un’arte fortemente emozionale, capace di suscitare nello spettatore i sentimenti più diversi ma raramente l’ indifferenza. In alcuni casi infatti il ritratto di cera, per quest’esasperato realismo, viene utilizzato per rendere immortale il ricordo dei morti nei vivi. Una pratica che sa di macabro e che rimanda a momenti di magia e stregoneria – secondo lo studioso M. Praz – o, da un altro punto di vista,  un modo (sempre piuttosto macabro) per fermare la morte come chi imbalsamava i corpi dei propri cari, illudendosi di poter mantenere per sempre in vita le persone amate.

Gli artisti di oggi.

Questa fascinazione per l’arte della ceroplastica, a partire dal XX secolo diventa sinonimo di musei in vario modo, inaugurando per esempio il ben più celebre Museo delle cere di Madame Tussaud a Londra.  In tempi più recenti è significativo il successo della mostra Body Worlds, l’esposizione itinerante ideata dal medico tedesco e scienziato Gunther von Hagens sul “vero mondo del corpo umano”, in giro in diverse città d’Italia per far conoscere gli organi e gli apparati anatomici umani.

Non è roba del passato. Non proprio. Anzi è giusto l’aver notato numerosi artisti contemporanei che realizzano raffigurazioni “lugubri” o che rappresentano dissezioni, anatomie, scheletri, teschi e simili, che mi ha spinto a indagare il pensiero che li ispira.

Damien Hirst

Hymn, 1999, di D. Hirst, Oro, Argento e Bronzo – Immagine tratta da http://www.osservatoriesterni.it/arte-design/damien-hirst-opere-famose

Damien Hirst è uno dei primi artisti contemporanei che mi è venuto in mente : con le sue sculture giganti di corpi anatomici, dissezionati ( nella foto bronzo dipinto Hymn, 1999 – 2005) o i suoi animali imbalsamati e sezionati conservati in formaldeide.

Stefano Bessoni è un altro artista a cui è andato il mio pensiero.

Stefano Bessoni - Alice

Alice – Stefano Bessoni – foto di Stefano Bessoni

Ma questi sono solo alcuni per dirci che dopo l’indigestione quotidiana di tanto virtuale, in di stimoli alla fine questi corpi ci servono per ricongiungerci con la nostra materialità più vera.

 

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità” T.W. Adorno.

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Link utili (dei quali ringrazio Bruno Cozzi  Dr.Med.Vet., Ph.D., professor
Dept. of Comparative Biomedicine and Food Science, University of Padova):
Collezioni fondamentali italiane sono presso:
  • il Museo della Specola di Firenze, con le migliori e più famose cere anatomiche. Oltre alle cere anatomiche normali (le più famose) ci sono ache quelle patologiche e quelle botaniche
  • il Museo anatomico dell’Università di Pavia (dove Cattaneo insegnò a lungo e dove ci sono diverse statue miologiche, preparati fantastici. Preparati simili della fine del XIX secolo erano presenti anche a Milano ma non sono più visitabili)
  • il Museo di Anatomia umana dell’Università di Napoli, dove accanto ai preparati anatomici sono conservati gli strumenti divinatori ricavati da parti umane e risalenti al tardo barocco
  • il Museo di Anatomia umana “Giacomini” dell’Università di Torino, importante per la storia dell’anatomia moderna e i risvolti nella storia del pensiero
  • il Museo Lombroso dell’Università di Torino, sintesi del pensiero anatomico normale e patologico dell’epoca positivista

Alcuni di questi musei hanno un loro sito. Le raccolte di molti di loro sono state pubblicate in volumi affascinanti.

Grazie anche al dr. Mancini che mi ha accompagnato nella visita al Museo L. Cattaneo.

 

 

Artisti artigiani e startupper “separati in casa”.

Scene da fotoricordo?

Un tavolo da lavoro invaso da scatole, attrezzi e boccetti, utensili appesi ovunque tra segatura, polvere e qualche ragnatela : questi sono i dettagli di una foto che rimanda nostalgicamente ad un mondo in via d’estinzione o sono solo le tracce di un hobby? Nessuna preoccupazione estetica per gli spazi intorno – quella che più ossessiona gli esteti dei social – può scomporre Francesco: lui si presenta tale e quale è, da solo, con le sue cose, i suoi attrezzi ed i prodotti delle sue mani.

Pensionato di Casina, piccolo Comune dell’Appennino Reggiano, Francesco è un signore con occhi brillanti e curiosi: non va al bar per passare le giornate in cui non sa cosa fare; lui è un uomo sempre indaffarato, dentro al suo laboratorio-casa. Perché lui con le mani sa ‘fare’: sa lavorare il legno, sa costruire tavoli, madie e altre utensilerie, sa recuperare telai per la tessitura, rimettere a nuovo antichi orologi rottamati e tanto altro ancora. Insomma Francesco non sa proprio stare fermo. Da solo è riuscito a ripristinare un antico orologio a sei ore.

Francesco incarna bene l’immagine di un’età – quella della pensione – che non necessariamente deve essere inattiva, ma che anzi può regalare le grandi soddisfazioni del “saper fare” . Quello che lui produce con le mani, grazie alla lentezza del tempo a sua disposizione, gli permette lunghe pause di riflessione e di immaginazione. Ha cioè dalla sua quei tempi lenti che ai più giovani, per rispetto degli standard di produttività aziendale ed alla velocità tecnologica, sono oggi negati.

La manualità, che uomini come Francesco possiedono, non è solo un tratto distintivo delle persone speciali – quelle di un’altra generazione che si è dovuta saper sempre arrangiare – ma è anche una medicina naturale di benessere personale e di longevità. E i nipoti che stanno a guardare non possono che trarne a loro volta grande beneficio, anche solo imparando questo sapere a lungo ingiustamente bistrattato.

Il saper fare delle mani

La postazione di lavoro del restauratore AldoDa un’altra parte Aldo, restauratore cinquantenne, che ancora oggi, ogni giorno, da più di 30 anni, lavora con le mani, se anche non avesse interessi o hobby, detiene un patrimonio di tali capacità che lo mette in grado, in qualsiasi circostanza, di riuscire sempre a realizzare cose bellissime e di fare quello che vuole. Così, tra le sue occupazioni, nel tempo libero, c’è stata la produzione di quadri particolari,

ad imitazione inconsapevole del più famoso Mimmo Rotella, la costruzione di modellini piccolissimi e dettagliatissimi, e, non da ultima, la capacità di riuscire a riparare e manutenzionare qualsiasi cosa.

Modellino Aldo

Modellino Aldo

Eppure parlare di queste attività trascina sempre con sè una sorta di connotazione nostalgico-sentimentale, da vecchia generazione insofferente alle novità.

Succede fuori dall’Italia

Ma allora perché istituzioni come il Craft Council in Inghiterra stanno spendendosi tanto ed altrettanto stanno investendo per favorire il recupero della manualità tra le giovani generazioni?

make-a-job-asset-6Per quale ragione hanno avviato un progetto, “Inspiring the future”, attraverso il quale reclutando volontari, artigiani, professionisti, vogliono portare una testimonianza diretta del loro lavoro alle giovani generazioni affinchè capiscano che le attività manuali possono condurre ad una vita professionale gratificante? affinchè recepiscano i valori e la bellezza del fare a mano? Nel 2016 organizzeranno una serie di eventi con gruppi di makers per incontrare i ragazzi e fare networking (ad oggi sono registrati circa 9.000 insegnanti e 25.000 volontari).

Ciò facilita lo scambio intergenerazionale: gli uni portando la testimonianza delle stampanti 3D e delle nuove tecnologie, gli altri, dimostrando come le abilità si acquisiscano con il tempo e l’esperienza nel lavoro pratico.

Street job da sturtupper

In una società in cui il valore di scambio è diventato l’informazione, anzi, la comunicazione, il contenuto è diventato una componente più sfilacciata e ripartita a beneficio degli argomenti (ashtag) più popolari. Ma il reale contenuto, se ridotto a veloci pillole informative, può in questo modo sfuggire facilmente. Un esempio: si parla con palese entusiasmo dello street food che altro non è che la riproposizione dei vecchi mestieri ambulanti come il gelataio o il venditore di frittelle, o la merciaia, o il venditore di stoffe, o l’arrotino dei primi del ‘900.

La merciaia col tipico carrettino - foto del libro Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulanti

La merciaia col tipico carrettino – foto del libro Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulanti

Mestieri vecchissimi, come quelli del commerciante-artigiano nomade, che oggi sono accolti col grande entusiasmo delle novità folkloristiche e divertenti da fuori, ma che nella realtà nascondono una vita faticosissima, di sacrificio, di freddo-caldo stagionali che non concededono tregua, e di lavoro duro. Di cui nessuno parla.  Ma allora la stessa dignità l’hanno anche i vecchi mestieri manuali, anche se le giovani generazioni non sono motivate ad intraprenderli.

Succede in Italia

Mestieri duri, di cui, se se ne legge la storia, esisteva nel passato una scuola di pratica e di graduale apprendistato. Oggi non se ne parla. Solo alcune regioni – poche (Toscana, Marche e Lombardia, in primis) – promuovono l’artigianato artistico. La Toscana per esempio di recente, con l’osservatorio OMA e la Fondazione Cologni dei mestieri d’arte, grazie al sostegno di banche e fondazioni di origine bancaria, ha creato il sito “Su misura” che si affianca al sito “scuole dei mestieri d’arte” promosso dalla Fondazione Cologni.

Mi chiedo: oltre alla partecipazione di fondazioni bancarie, che possono finanziarie progetti di tale natura e dalla significativa portata culturale, esiste anche un disegno politico per cui certe regioni sono identificate come soggetti protagonisti di produzioni artistiche di tradizione ed altre invece, come l’Emilia Romagna, o la Sardegna o piuttosto la Liguria, il Friuli, ecc., relegate e promosse solo per altre tipologie di produzioni che qualcun altro ha stabilito essere trainanti nell’attualità dei mercati, come la meccatronica, per dirne una? Non è l’artigianato artistico un valore nazionale diffuso e tipico dell’Italia tutta, da tutelare, studiare, promuovere e difendere in tutta la nazione, anche a prescindere da quelli che sono i settori attualmente trainanti? A prescindere cioè dai numeri di fatturato? Sarebbe come dire che la storia e l’italiano oggi non si devono più studiare perché l’Information Technology funziona di più nell’eldorado delle startup e all’Italia quindi servirebbero soprattutto ingegneri. Eppure nei bacini di patrimonio culturale, creati anche solo a scopo di pura liberalità (così come è per la regione Toscana) risiedono i fermenti per fruttare nuove attività: per nuove scuole dedicate (Alma Scuola ne è un esempio di eccellenza per la cucina), per docenti, per il turismo, il commercio e tutte le persone che vi si potrebbero dedicare professionalmente, grazie ad una rete che parte dalle Istituzioni.

Oscar Wilde ribatterebbe che “non c’è niente di più importante del superfluo” .

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Venditore ambulante di costumi sulle spiagge della Sardegna