La città, i burattini, i suoi musei….e la sua gente

“Giochiamo a fare la parrucchiera?” o ”a fare il dottore?” Chi non lo ha mai detto da piccolo? Il gioco del “far finta” lo riscopriamo però senza pudori anche da adulti nel teatro dei burattini.

Che senso ha oggi un burattino e qual’è il valore del “teatro delle figure animate” per noi?

Una vasta letteratura illustra ed approfondisce il contenuto pedagogico dei “cento linguaggi dei bambini. A Reggio Emilia in particolare, il riferimento immediato corre all’esperienza di Loris Malaguzzi e di Reggio Children (se ne è parlato anche in queste pagine). L’ esperienza del “Laboratorio di animazione permanente Gianni Rodari” di Otello Sarzi e Mariano Dolci ha rappresentato la risposta concreta alle domande sopra.

Le mani di Otello Sarzi

Le mani di Otello Sarzi

Nella pratica delle mani che danno vita ai burattini è contenuta tutta l’espressività del corpo impegnato sulla scena a “fare finta che”. Per i bambini è il gioco più bello e antico del mondo che li aiuta ad esprimersi e rappresentarsi. Credere che ognuna delle diverse figure dello spettacolo, che si agitano con la stessa voce pur in personaggi distinti, sia reale, li aiuta a recupera tutte le paure e le emozioni, anche se la finzione è palese. E intanto si crea ordine.

Otello Sarzi

Otello Sarzi, ultimo, con la sorella Gigliola, di una famiglia centenaria di maestri burattinai, è il realizzatore ed innovatore negli anni ’60-’90 del teatro delle figure animate, ed il fondatore, a Roma negli anni ‘60,  del Teatro Sperimentale dei Burattini. Costruire burattini e metterli in scena ha rappresentato tuttavia solo una parte del suo lavoro. Riconosciuto come uno dei più grandi creatori e sperimentatori di nuovi linguaggi, Otello Sarzi è il primo in Italia ad adottare nuove forme e modalità di manipolazione delle figure animate, e lo ha fatto esplorando il potenziale espressivo di materiali nuovi ed eterogenei come il lattice, la gommapiuma, il metallo e gli oggetti di recupero.

Di tutto questo resta un’importante documentazione a Reggio Emilia nella Casa dei Burattini della Fondazione Sarzi.

La Casa dei Burattini della Fondazione Sarzi

La Casa dei Burattini è una Casa-Museo collocata in Via del Guazzatoio. Lo spazio è piuttosto defilato: serve buttarci un occhio quando si è nei paraggi, perché altrimenti si rischia di passarci davanti senza distinguerla. Ma se ci si entra è come fare un salto dentro un altro mondo: assieme alla storia di un uomo e dei suoi burattini è possibile leggere ed interpretare la storia di un periodo culturale del territorio locale.

La prima stanza a cui si accede nella Casa-Museo è quella del teatrino: lì ci sono sia le figure tradizionali, tipiche di queste zone (Fagiolino, Balanzone, Sandrone) che i personaggi della Commedia dell’Arte (Brighella, Arlecchino, Pantalone). Ad Isabelle Roth, moglie di Otello e Presidente della Fondazione, spetta mettere in scena da sola gli spettacoli, in programma nei week end.

Le dimensioni limitate dello spazio a disposizione producono una piacevole cornice intima, sia per i piccoli spettatori che per l’attore: i bambini difatti possono avvicinarsi per toccare i burattini e interagire con loro durante la rappresentazione. Una zona franca, altra cosa del cinema dove lo “ssshht” del pubblico degli adulti mette spesso fine ad ogni libertà di partecipazione.

Nella sala successiva della Casa dei Burattini sono raccolti alcuni degli allestimenti sperimentali di Otello Sarzi, databili tra il 1960 e il 1985. In realtà si tratta solo di una parte dell’intero fondo che conta circa 3000 pezzi.

Dopo il Teatro Sperimentale di Burattini e Marionette di Roma, Otello ripropone a Reggio Emilia negli anni ’70 il Teatro Setaccio: lì faranno tappa molti giovani venuti “a bottega” dal maestro burattinaio e dalla sorella Giliola per imparare il mestiere. Tra i gruppi teatrali “nati dalla bottega” c’è il Teatro delle Briciole di Reggio Emilia (dal 1981 a Parma), il Teatro Mangiafuoco di Milano e il Teatro Tages di Quartu S. Elena.

E oggi?

Alla Fondazione oggi servirebbero fondi per valorizzare l’attività del museo e continuarla, recuperando anche il resto della collezione. I finanziamenti consentirebbero sia di animare continuativamente la Casa Museo, con figure professionali dedicate, sia a sostenere il costo dell’ affitto degli spazi occupati.

Testa di burattino creata da Otello Sarzi

Testa di burattino creata da Otello Sarzi- Casa dei Burattini di Otello Sarzi

Se poco o tanto ci interessano questi burattini una colpa ce l’ha anche il web. In quanto spazio virtuale, frequentato ormai massivamente, la rete rischia di rubarci il lato immaginativo e insieme reale del comunicare tra noi. Può togliere – se fruita in modo “maniacale”- la possibilità di avere altre occasioni di gioco. Il web poi, per il suo lato fortemente conformista, può manipolare nei giovani ragazzi quel sano e personale sviluppo della capacità di relazione.

Anche per questo la Casa dei Burattini della fondazione Sarzi è un patrimonio da tutelare.

Serve intervenire e partecipare

Perché allora ci si scorda che esiste un mondo ricchissimo nelle nostre piccole città e nella stessa provincia? E’ ad esso che si dovrebbe fare riferimento quando si progettano eventi come quelli di Expo, che nulla avrebbero di irraggiungibile se non il mancato appello rivolto a tutti i presenti. Coinvolgere i protagonisti “minori” sul territorio, facendoli emergere dall’oblio in cui sono relegati da chi non li conosce o non li considera tra le “scelte strategiche” sarebbe un’opportunità per tutti.

Quali logiche impediscono di fare tavoli insieme? Potrebbero le istituzioni (associazioni rappresentative di una categoria, enti locali e/o statali, ecc.) sedere con chi agisce nel territorio come attore di un’attività di tradizione (i restauratori sono un esempio), da tutelare, per fare qualcosa presto e subito? Expo poteva essere un’occasione. Se qualcosa non è stato fatto sarebbe utile che l’esperienza aiutasse a rimediare agli errori ed alle omissioni per le prossime occasioni. Insieme.

Anche la Casa Museo della Fondazione Sarzi poteva essere un’occasione da valorizzare e da inserire in un circuito di iniziative. Insieme ad altre. Come esperienza di museo diffuso. A vantaggio dell’autorevolezza di un territorio che si riconosce dalle e nelle persone che lo hanno percorso e che oggi lo animano, con le loro opere e la loro attività.

Speriamo allora nella prossima “fermata”?

“Razza Umana non Robot” – parole di Dario Fo per Otello Sarzi

Mestieri d’arte e artigianato.

Mestieri d'arte - manifesto mostra a Reggio Emilia aprile 2015

Mestieri d’arte – Porzione del manifesto della mostra a Reggio Emilia, P.za Casotti- aprile 2015

“Mestieri d’arte”: questo è il titolo della mostra collettiva di botteghe artigiane e laboratori del centro storico di Reggio Emilia, ora riunite nell’omonima associazione . Il suo battesimo inaugurale risale al 16 aprile scorso.

In giro per botteghe.

A fine marzo, in occasione delle giornate europee dei mestieri d’arte, anche i laboratori e le botteghe artigiane di Milano e di Treviso, contemporaneamente a quelle di Ginevra, Parigi e di altre città europee, hanno tenuto aperti i loro spazi, assieme a musei, scuole ed altre istituzioni.

Ma cos’ispira tanto fermento, a volte sponsorizzato, altre volte semplicemente autoprodotto? L’obiettivo dichiarato è quello di far uscire gli artigiani dalla condizione di invisibilità in cui sono entrati da quando il prodotto industriale, accessibile a tutti ed a buon mercato, ha soppiantato il gusto per la qualità delle produzioni artigiane.

Cosa sono i mestieri d’arte?

Giuridicamente c’è una normativa che li identifica, ma a furor di popolo – come dimostrano i risultati di Astra Ricerche (ricerca quantitiva “gli italiani e i mestieri d’arte” del giugno 2012, commissionata dalla Fondazione Cologni) le figure maggiormente riconosciute come tali sono quelle che più ricorrono in televisione, cioè …..i cuochi …..

Ugo la Pietra, famoso artista designer, li classifica distinguendoli in base alle differenze culturali che li contraddistinguono: c’è l’artigianato artistico per conto terzi, che realizza le parti di un manufatto da assemblare. Ci sono gli artigiani che lavorano su progetto (S. Micelli li chiama gli “artigiani traduttori o modellisti”), cioè artigiani “colti ed abili” che realizzano pezzi su misura per architetti e/o designer (è tutta da scoprire la storia di Giovanni Sacchi,  segnalata da S. Micelli). Ci sono poi gli artigiani della tradizione, che portano avanti competenze sedimentate nel territorio (come i mosaicisti di Ravenna o i maestri ceramisti umbri). All’interno di questo stesso insieme rientrano gli artigiani che realizzano pezzi per il mercato di massa dei OLYMPUS DIGITAL CAMERA“souvenirs” (ceramiche, mosaici, ecc.) ed artigiani che recuperano la tradizione trasformandosi piuttosto in artisti con un proprio linguaggio di produzione (U. La Pietra cita tra i vari B. Gambone ). Di recente si sono aggiunti gli artigiani “metropolitani”, che realizzano oggetti con materiali di recupero (http://www.riciclarte.it/). Ancor più attuale è la popolarità acquisita dai cosiddetti “makers”, gli “artigiani digitali”. Questi ultimi sono giovani, generalmente di provenienza universitaria, ma privi di esperienza manuale e di dimestichezza pratica coi diversi materiali: producono oggetti di design “artistico/sintetico” affidandosi al supporto delle stampanti 3D. Resta un’ultima categoria – quella più innovativa – : si tratta dei designer/artigiani capaci di combinare tecnologia e tradizione per trovare un nuovo modello produttivo che li ricolleghi al mondo aziendale (Micelli li definisce artigiani creativi che autoproducono).

Il settore in generale è oggi alla ribalta in una veste mediatica che vede come protagonisti soprattutto i Fab-Lab – per la novità che rappresenta il movimento – e le start up nate come piattaforme web e marketplace per vendere e promuovere l’artigianato artistico. Oppure se ne parla attraverso immagini di botteghe improponibili nell’attualità, che sembrano più ritagli di un mondo perduto e nostalgico.

Chi sono gli artigiani artistici oggi?

 

Roberta fa la restauratrice di sculture lignee, Giorgio, l’orafo, Gian Domenico, il mosaicista, Anna, la decoratrice di tessuti, Rossano e Antonia, i calzolai che producono scarpe su misura e così via per tutti gli altri che costituiscono l’ associazione dei 18 artigiani che si sono presentati al pubblico a Reggio Emilia, il 16 aprile scorso. Hanno provato a raccontarsi alla città, mettendoci faccia, i loro prodotti e gli attrezzi che utilizzano. Questi sono i segni distintivi che li rappresentano Non sono mode. Sono persone che incarnano valori e competenze che vorrebbero far riconoscere.

L’artigiano, perfeziona le sue abilità attraverso la pratica ed un lavoro lento ed accurato: quali valori può riproporre in quest’economia dove resiste il paradigma della produzione di massa, la velocità e la produzione su scala globale a costi minimi? Che ruolo hanno i mestieri d’arte in un contesto lavorativo  “multitasking” e precario?

Questi artigiani hanno capito che serve far sapere la propria storia quotidiana per far capire a tutti cos’è quel mestiere. Hanno capito che serve raccontare della loro passione per il lavoro ben fatto, del lavoro fatto a regola d’arte . Serve dire della loro voglia di migliorarsi giorno per giorno e del loro attaccamento ad una comunità di pratica. Serve far sentire il loro senso di appartenenza a quelle che un tempo erano le ‘corporazione’, e che oggi sono piuttosto i valori del territorio, detto fino a ieri “distretto”. A disposizione oggi hanno il web ed i suoi strumenti.

Come fare per essere attuali? 

La ricchezza dei mestieri d’arte consiste non  solo nella capacità di produrre pezzi unici ma anche nella grande attenzione verso i bisogni dei clienti a cui viene offerto un servizio su misura. Sono questi i valori su cui impostare una nuova catena del valore per le produzioni  Made in Italy. Detto in altro modo: le aziende, gli studi di architettura e di design, per es., possono avere come prototipisti, modellisti, o produttori di pezzi importanti degli artigiani artistici tradizionali. Basta intercettarli e farsi raggiungere.

Mestieri d’arte, l’associazione di Reggio Emilia, ci ha provato con un primo passo: da vetrina dovrà diventare luogo di contatto e scambio per raggiungere – se lo vorrà – occasioni di lavoro su un mercato più vasto.

E di tutto ciò anche la collettività ne può beneficiare: perchè le persone si possono sentire più coese, meno insicure, con più ottimismo e voglia di parlarsi e confrontarsi. C’è spazio per tutti, anche per lavori a misura d’uomo, pensando ad un ecosistema che recuperi e metta a nuovo un’ economia per le persone, le loro capacità e i loro bisogni. Perché no?Mostra Mestieri d'arte - Piazza Casotti R.E. Aprile 2015

Meglio soli o ben accompagnati?

Che aria si respira.

L’“aria che tira” sul restauro – questo speciale ambito dell’artigianato artistico – la puoi respirare solo direttamente nelle botteghe,  nei laboratori,  parlando con i suoi protagonisti: i restauratori. Sul web, alla correlativa voce di “wikipedia”, non c’è molto.

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Girando a Reggio Emilia, proprio in due di queste botteghe, ho incontrato Elisabetta Ghirardini, restauratrice pittorica, e Roberta Notari, specializzata nel recupero delle sculture. Quest’ultima condivide il suo ampio spazio di lavoro con Cristina Lusvardi, anche lei restauratrice pittorica. Fino a qualche anno fa, fino alla fine degli anni ’90, i restauratori beneficiavano non solo di prestigio e riconoscimenti ma anche di carichi di lavoro oggi diventati ormai impensabili.

Meglio soli o ben accompagnati?

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d'Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d’Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Sono storie queste che iniziano a partire dagli anni ’80: in quel periodo Elisabetta ha cominciato la scuola, coi corsi dell’Istituto per il Restauro di Firenze, e poi a bottega, facendo pratica da un restauratore modenese. Tipicamente, in quegli anni, era consuetudine fare apprendimento diretto, formandosi nella pratica, un po’ perché il sapere artigiano tradizionalmente non è sempre scritto ma viene appreso visivamente e lavorando, un po’ perché è molto più agile l’apprendistato a bottega. Questo però non teneva conto della possibilità di poter formare una propria capacità critica decisionale che solo la scuola può trasmettere attraverso l’ insegnamento teorico. Con la pennellata finale la mano ricompone tecnicamente il dipinto così com’ era nelle sue origini, ma sceglie anche, tra tante tecniche a disposizione, come intervenire.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

Elisabetta ha passione per il proprio lavoro – il recupero di dipinti – perchè non è un’attività ripetitiva, ma una continua novità. Ad ogni intervento c’è sempre la sorpresa e lo stimolo a ricercare le migliori soluzioni per il manufatto. C’è in sostanza la soddisfazione di chi prende in mano un’opera deteriorata per ridargli la sua luce originaria, mantenendone tutto il vissuto che il tempo gli ha impresso. Riuscire a farlo permette anche di ricucire l’attualità con la cultura e la mentalità dei maestri d’arte della storia. Elisabetta conferma che non riuscirebbe a concepirsi in un’attività diversa: “questo è il mio lavoro, non sono una creativa ma mi piace l’intervento minuzioso delle mani, la precisione dei gesti, che arrivano fin nei più piccoli dettagli. Non riesco a pensarmi in un altro posto, diverso da questo, né ad immaginare di poter disperdere tutte le fatiche, tutti i miei sacrifici fatti fin qui”.

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Roberta invece comincia negli anni ’90, occupandosi di sculture lignee, in cartapesta e tela gessata e di cornici. La sua attività nasce e si sviluppa attraverso l’ esperienza diretta con diversi restauratori coi quali ha collaborato, mentre viene approfondita sul piano tecnico-teorico con corsi specifici. Anche gli stagisti – come lei stessa riferisce – “ hanno portato le loro innovazioni e le loro competenze” nel suo laboratorio, in un reciproco scambio di tecniche e approcci. Una tipologia di opere che Roberta confessa di amare di più è quella dei crocifissi, anche perché averli studiati tanto a fondo è un modo per non abbandonarli più.

Ma chi porta più oggi a restaurare crocefissi? Roberta non si tira indietro rispetto alle difficoltà, grazie anche alla sua apertura verso la sperimentazioni in nuovi ambiti. Così si è cimentata in produzioni di arte moderna ricreando superfici pittoriche ex-novo con tecniche antiche, come nel caso degli interventi sull’ambone, la seduta e l’ altare per l’ adeguamento liturgico della Parrocchia di S. Agata di Rubiera, in collaborazione con un architetto locale (foto).

Il suo laboratorio è diventato spazio di lavoro anche per Cristina Lusvardi, prefigurandosi come un coworking ante-litteram. Già dal 2001 le due restauratrici collaborano tra loro anche se la titolarità condivisa dello spazio partirà solo dal 2008.

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Cristina è una giovane collega che si occupa di dipinti su tela e tavola, e di arte contemporanea; interviene anche nei cantieri, sulle opere murarie. E’, come vuole lo spirito di chi lavora per passione e la chimica della giovane età, un vulcano di energia che ovviamente non nasconde la sua soddisfazione quando comincia a parlare del lavoro che fa nei cantieri. “Sono momenti molto faticosi – al freddo e continuamente in giro da una parte all’ altra, a seconda delle destinazioni assegnate per gli interventi- ma sono anche una ventata di energia e di novità per l’ambiente nuovo, il confronto con tanti altri colleghi e il cambio di rotta rispetto alla quotidianità del laboratorio”. Anche a Cristina piace sperimentare il nuovo e, con la sua passione per il tadelakt, uno stucco di origine marocchina, si cimenta con nuovi approcci dove può rigenerare le sue competenze (foto).

Tre storie che qui in estrema sintesi mostrano 3 diversi approcci in un momento di innegabile difficoltà del settore, un momento in cui è facile sentirsi molto soli anche quando si è sul lavoro con altri.

Sono vite dedicate ad una passione che, per usare le parole di Thomaz Gunzig, è vero, rappresenta una scelta per privilegiati, ma che a ben vedere hanno come unico e reale privilegio, di cui realmente riescono a godere, soprattutto la propria libertà di azione sul lavoro e l’essersi dedicati a propri interessi. Il prezzo pagato rimane spesso un diverso comfort materiale, ed oggi una maggiore insicurezza economica .

Gli attori culturali si guadagnano male la propria vita e devono condurne diverse. Ciò è piuttosto seccante perchè l’arte richiede una temporalità ‘altra’, un tempo di riflessione.”, cioè tempi più lunghi che si appropriano anche del privato individuale.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

In totale, le cifre.

Al 30 settembre 2009 in Emilia Romagna erano attive nel restauro 716 ditte, con un totale di 1078 addetti; nello stesso periodo del 2014 sono diventate 659, con 1056 addetti al seguito (Fonte Unioncamere E-R). Un calo di circa l’8% nel numero di imprese attive e del 3% nel numero di addetti. Reggio Emilia supera la media regionale registrando un crollo del 19,8% nel numero di attività ancora presenti (il primato però spetta Parma con un preoccupante – 20,6%).

E’ indubbio che ci sarebbe di che lamentarsi: da qui si comincia con la lunga serie di criticità che, come da tutte le parti dell’artigianato, in particolare quello artistico, hanno travolto il settore, e la cui prima causa risulta essere fra tutte la mancanza di una committenza continuativa. Una volta c’erano la soprintendenza dei beni artistici e culturali- il maggior committente- la curia e le parrocchie, gli antiquari, le gallerie e i privati. Oggi più o meno tutti sono latitanti.

In tali condizioni – scriveva in tempi non sospetti  A. Emiliani ne “L’artigiano, i suoi modelli culturali, la città storica” del 1983 – la sponsorizzazione somiglia ad un’elemosina insistentemente richiesta da un ricco che tuttavia, la notte, dissipa malamente i suoi beni al tavolo verde”.

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata  del XVIII sec  Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia - opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata del XVIII sec Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia – opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Le probabili cause.

Cominciamo dal gusto: oggi in media i trentenni vanno ad IKEA per arredare le proprie case e non acquistano più né mobili o oggetti d’antiquariato né si fanno restaurare quelli  lasciati dai nonni per mettere su casa (quando ci riescono). Di conseguenza l’arredamento o è un assemblaggio neutralissimo dei pezzi “copia design a buon mercato” di IKEA, o – nei casi più d’avanguardia – è il recupero-fai-da-te del “ciarpame” buttato presso i raccattatutto, in linea col trend “shabby o eco-chic”.

Le stesse abitudini di consumo sono condizionate da portafogli in media ridimensionati e da gusti che cambiano spesso e che variano in relazione alle diverse mode. Si vive ormai in un flusso continuo di divertimento in cui la fruizione dei momenti culturali come il teatro, il museo, la letteratura, la musica, per i quali serve concentrazione ed attenzione, stanno diventando un lusso, perché ormai siamo più allenati a vivere nel pieno dell’adrenalina che a rallentare.

Ma anche la committenza dello Stato – il principale motore degli interventi di conservazione e recupero del nostro patrimonio artistico-culturale – non c’è più: è sotto gli occhi di tutti la sua attuale assenza. Troppe le emergenze sociali a cui è chiamato a dare priorità, facendo leva su una dotazione finanziaria sempre più striminzita.

Ma fuori dalle preoccupazioni verso questo cambio di rotta che coinvolge tutti coloro che fino ad oggi hanno potuto beneficiare di questo main sponsor, ci si può finalmente porre la questione se davvero le sole risorse pubbliche, con l’ attuale organizzazione delle Soprintendenze, che risale ad ancora prima la seconda guerra, possano bastare per mantenere il nostro patrimonio? La risposta dovrebbe essere ovvia.

Le Fondazioni Bancarie, il bacino alternativo a cui si è fatto maggior ricorso, già da questi ultimi periodi si sono orientate su interventi di rigenerazione della città, dandosi come obiettivo di lavoro il recupero del parco architettonico ed urbanistico. Si privilegiano le città con le loro attività culturali e coi loro segni identitari per dar vita ad un turismo più qualificato e ricettivo che risponda ad un bisogno di partecipazione e nello stesso tempo riesca a  generare anche redditività. I loro interventi si attuano attraverso collaborazioni con diversi attori – pubblici, privati e del terzo settore – ed insieme intendono riattivare quegli spazi del territorio non più funzionali ai bisogni della comunità di riferimento (per esempio l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena  nel progetto Sant’Agostino per il recupero dell’omonimo complesso ospedaliero e la sua trasformazione in un polo culturale multifunzionale) e ad ottenere ritorni sul capitale investito in termini di benessere pubblico non meno che di rendite finanziarie.

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quindi che fare?

I corsi di aggiornamento– a detta degli stessi intervistati – non rappresentano per la categoria un valore aggiunto riconosciuto, né per l’affidamento di nuovi incarichi né per rivalutarsi rispetto ai diretti concorrenti. Ma nemmeno le potenzialità dei nuovi strumenti web vengono completamente riconosciute dalla categoria: tutti confessano che “solo il passaparola é l’unico canale di trasmissione della propria offerta di servizi”, il solo strumento riconosciuto e riconoscibile per accaparrarsi clienti. Questo nonostante sia chiara la lettura del trapasso avvenuto nel passato col cambio generazionale: allora c’era un divario tra la preparazione dei restauratori nati sull’ esperienza rispetto ad una generazione successivamente maturata nelle scuole di restauro. Oggi, ugualmente, non si è in grado di cogliere lo stesso differenziale che divide il trapasso ad una nuova generazione, che è appunto quella di artigiani che dovranno anche spendersi nella comunicazione, integrandosi in nuovi modi di proporsi e di intervenire nondimeno che con le nuove tecniche (il digitale, la stampa 3D).

…Anche se il ricambio generazionale, stando così le cose, stenta oggi a profilarsi con chiarezza.

Restauro pittorico su tela - opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro pittorico su tela – opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quali strade davanti?

Visto che non si tratta più di ricevere “a fondo perduto” un patrimonio da committenti pubblici o privati, credo che ci siano due importanti leve su cui poter lavorare.

La prima è quella di riuscire a trovare modalità d’impiego del patrimonio stanziato facendo in modo che esso rientri in circolo nell’economia. Il recupero dei beni dovrebbe cioè essere anche profittevole, pensato in modo economicistico, perché questa condizione è indispensabile per garantire la sostenibilità del sistema.

La seconda, è che anche i cittadini siano accompagnati ad una fruizione più colta del proprio territorio e dei suoi beni, già a partire dai modelli pedagogici, e siano resi anch’essi più responsabili di quello che abbiamo e di quello che ci viene negato. Devono essere resi partecipanti attivi nella fruizione dei circuiti culturali dove si espongono i beni. Per farlo sono a disposizione nuovi linguaggi, meno distanti dalla gente e quindi nuovi modelli di fruizione (penso al modello messo in pratica in questi mesi dai musei di Milano con la collaborazione dei restauratori).

In questo momento “il nostro patrimonio culturale può rappresentare l’area più vitale di dialogo tra la cultura umanistica e le nuove tecnologie e quindi può diventare un campo di sperimentazioni continue, più sostenibile dei grandi eventi promossi da mentalità che non hanno ancora compiuto il passo per la modernità. Bisogna eliminare la spettacolarità, le grandi celebrazioni e ridare il gusto della qualità del lavoro esposto, della qualità degli interventi realizzati.” (Rapporto Fondazioni 2013-2014)

D’altra parte i soggetti protagonisti – tra i quali anche i restauratori – devono imparare a guardare al contesto in cui operano, che è il “vile mercato”, che piaccia o meno. “Non ci si può più fermare alla sola lamentela continua ed alla critica, chiusi nell’isolamento e nell’autoreferenzialità. E’ necessario” immergerci, contaminarci. Non basta parlare fra noi. E’ necessario uscire, occupare altri spazi, altre arene, altri dibattiti, altri media”.(Doppio Zero, Neve Mazzoleni).

Quali sogni?

Serve capire qual è la propria vision, quella che P. Kotler definisce come il sogno che ogni imprenditore/artigiano ha della propria attività.

Quale vision ha di sé un restauratore di oggi? Non dovrebbe forse limitarsi solo al restauro, ma dovrebbe considerare che questo lavoro, con le competenze, le conoscenze e la manualità che ha acquisito, può avere altre declinazioni.

particolare del laboratorio di Roberta Notari - restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

particolare del laboratorio di Roberta Notari – restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Far vivere a nuova vita un’opera, non significa consegnarla bell’e pronta e salutare andandosene,  ma pensare insieme alla committenza dei modi per renderla fruibile nei circuiti della sua esibizione.

E per fare questo si può sì anche lavorare da soli nel proprio laboratorio, ma magari creando sinergie con altri, altri restauratori, altre professionalità (come giovani web designer o programmatori, architetti, designer) per rimettere in circolo quello che sappiamo fare e quello che abbiamo.

Io non vedo altre strade, ma si accettano volentieri suggerimenti.