Contrasti e alleanze di moda.

Francia-Italia: un’abbinata famosa da sempre, ma di recente ancor più famosa non per un match sportivo, ma per un duro scontro di politica economica. Sempre lì: due paesi confinanti, due nemici secolari. Suona anche buffo.

Nella moda – per citare uno dei campi dove lo scontro è storico – la Francia ci è sempre stata al fianco non come alleata, ma come la rivale più agguerrita.

Campione delle prove di ricamo del Ricamificio Laura di San Martino in Rio (R.E.)

E se Pascal Morand, Presidente Esecutivo della Fédération Française de la Couture, du Prêt-à-Porter des Couturiers e des Créateurs de mode, sulla piattaforma del Google Cultural Institute, We Wear Culturepuò affermare che

la cultura per la moda francese deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda, documentata già nel 1298 (…) “e che “fu Maria Antonietta, che iniziò a liberare il corpo femminile mentre adornava le sue creazioni con ricami, pizzi e petali di rosa

è un peccato non leggere su quel portale dichiarazioni altrettanto altisonanti sui meriti delle creazioni italiane .

La moda, nonostante la forte evoluzione tecnologica,  è ancora un settore in cui  la maggior parte della produzione si basa sul “fatto a mano”  .

Una bella azienda.

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La sala operativa dell’azienda Ricami Laura di San Martino in Rio

Così mi ha molto incuriosito scoprire il “ricamo mano-macchina”, un processo che a parole sembra un controsenso, ma che nella realtà racconta dell’alleanza non solo possibile, ma anzi fondamentale, tra uno strumento – la macchina – ed il tecnico esperto che sa usarla,  non meno che tra un’attrezzatura obsoleta  e le sue attuali possibilità

Visitando il Ricamificio Laura di San Martino in Rio ho potuto vedere la bellezza di queste produzioni. Sefano Bonaretti, suo Presidente, mi ha accompagnata a conoscerlo. Vi lavorano 45 donne  –  dai 30 fino ai 60 anni – signore che altrimenti sarebbero rimaste disoccupate, perché fuoriuscite da un settore ridimensionato per chiusure e fallimenti,  dove la competizione globale si è giocata soprattutto sulla capacità di  contenere i costi, con  manovalanze despecializzate e non locali.

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Stefano Bonaretti mentre controlla alcuni lavori in corso di realizzazione all’interno della sua azienda Ricami Laura

Sono tutte lavoranti – come mi riferisce il loro datore di lavoro – con un contratto a tempo indeterminato, così inquadrate per farle sentire parte dell’azienda. Stefano dice che “hanno mani preziose”: fanno ricami a mano-macchina, cioè  lavorazioni con macchine a pedale ormai fuori produzione, degli anni ’70-’80, reperite da ex ricamifici. Sono macchine Cornely o Bernina, adatte a ricami con filati e materiali di vario tipo: dai metalli, alle catene, fino alla plastica, il ferro e le pietre.

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Una macchina del Ricamificio Laura

La magia di quest’orchestra è la manualità e l’armonia viene garantita da un maestro unico, cioè da una responsabile che guida la produzione completa del capo.

La sua storia.

Le origini del Ricamificio Laura risalgono all’apertura del primo laboratorio, negli anni ’90, ad opera della mamma di Stefano, Laura Magnanini, e che oggi è presente in azienda come responsabile dei modelli. Laura è diventata un’ imprenditrice dopo l’esperienza lavorativa nel ricamificio locale di Luigi Malavasi.

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Laura Magnanini, fondatrice del Ricamificio Laura

Erano gli anni del boom della moda, quelli che hanno anche rappresentato la fortuna di tanti piccoli laboratori artigianali fioriti a quell’epoca  per l’intuito e l’intraprendenza di  alcuni addetti del settore.

Ricami dell’archivio storico Gianfranco Ferré realizzati da RIcami Laura

Poi, come vuole ogni bella storia, arriva a San Martino un cavaliere bianco – lo stilista-architetto Ganfranco Ferrè –, si innamora di quell’’attività e se ne “appropria” nei panni del suo monocommittente.  Sarà un matrimonio duraturo,  che si interromperà alla morte dello stilista nel 2007.

Questa pluriennale collaborazione  rimarrà per sempre in eredità al Ricamificio  che la porterà con sè come sua capacità di riuscire a collaborare con tutte le figure dello stile – dai designer, ai responsabili di prodotto fino alle modelliste – per costruire le proposte di una  collezione di moda.

 

La crisi e la rinascita.

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Una addetta dell’azienda Ricami Laura mentre completa un tessuto per Gucci

Ma gli anni 2000 sono il periodo in cui non si fanno più regali a nessuno: la crisi è ovunque e per il Ricamificio sarà fatale la morte del mentore Ferrè.

E’ in questo momento di difficoltà che Stefano rientra dall’America. Con la sua esperienza in ambienti fortemente competitivi come quelli del cinema, dove studiava e lavorava, Stefano può mettersi a disposizione dell’azienda di famiglia, temprato e allenato per resistere e riuscire.

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Stefano Bonaretti, Presidente di Ricami Laura con prove ricamo perFerragamo

Con lo stesso spirito pragmatico degli uomini del fare americani, Stefano intraprende la strada della promozione commerciale sulle pagine dei social e intercetta così l’interesse degli uffici studi delle principali Maison della moda.

Comincia con Ferragamo donna, proseguendo poi con Giorgio Armani ed attirando a ruota tutti i big del settore come Gucci, Tom Ford, Givenchy, Burberry, Hermès, Dior, Cavalli, e così via.

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Addetta al lavoro per un ricamo Gucci

In due anni Stefano riesce a quintuplicare il fatturato dell’azienda di famiglia.

Materie prime del Ricamificio Laura

Disponendo di un meraviglioso archivio storico delle collezioni ricamate per Gianfranco Ferrè, il Ricamificio ha, oltre ad un biglietto da visita autorevole, un campionario del suo saper fare. 

Una competenza che tutti noi  ignoriamo quotidianamente perché prima di tutto la moda la viviamo come un’espressione formale di noi stessi, senza che ci riguardi particolarmente il fatto che al valore delle sue forme, dei colori e dei dettagli con cui ci veste corrisponde un lavoro incredibile che sta all’origine di quei capi.

E’ la moda, cioè anche industria.

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura all’opera per la produzione di patch

Per i francesi la moda rappresenta un’eccellenza nazionale di cui vanno orgogliosi. Tanto che Pascal Morand, può affermare che

nel complesso essa rappresenta l’1,7% del PIL francese, il 2,7% se includiamo l’occupazione, in particolare quella correlata ai servizi e il suo effetto sull’indotto, che rappresenta complessivamente 1 milione di posti di lavoro. Sorprendentemente, è superiore al valore combinato di industria automobilistica ed aereonautica” (da Google Cultural Insttute – We Wear Culture).

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Ricami per tessuti Gucci

Allora perché mai nessun nostro rappresentante ha fatto simili dichiarazioni d’orgoglio nazionale per promuovere la moda italiana sul portale del Google Cutural Institute,  consultabile da chiunque nel mondo? Perché non possiamo leggervi anche che il valore dell’industria dell’abbigliamento italiana pesa 7 punti percentuali del PIL (nota Pitti Immagine mag 2016)? Perchè loro – i francesi – raccontano a tutto il mondo che

la creatività ed il successo degli stilisti e dei marchi francesi non possono essere scissi dall’esperienza dei laboratori e degli artigiani che si occupano della manifattura dei loro prodotti, trattandosi di una cultura che deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda.“ ?

Quello che intorno tocchiamo quotidianamente con mano, quello che sentiamo dai diretti protagonisti che fanno, lavorano e producono, tanto nell’abbigliamento quanto in altri comparti legati all’artigianato artistico, e che ci dicono persone come Stefano e chi collabora con lui, nella sua azienda, racconta di fatiche e di grandi difficoltà quotidiane nel portare avanti ogni giorno quella che è prima di tutto una passione e, non secondariamente, un impegno di lavoro ed una responsabilità.

Eppure gli italiani…

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Un’addetta intenta al lavoro nel Ricamificio Laura mentre lavora ad un capo di Valentino

Eppure nonostante la nostra storia parli dell’Italia come di un territorio popolato da una miriade di piccole-medie realtà, fatte di laboratori e atelier che portano avanti un “saper fare” fortemente radicato nel nostro DNA, ciononostante, tutti – dagli economisti ai politici – temono il “nanismo”, cioè la piccola impresa.

Ma Toscana, Emilia,  Marche – per citare alcuni territori – hanno tradizioni secolari in ambito artistico-artigianale. Sono cioè giganti storici. Sarà allora la paura di apparire obsoleti? o di perdere primati tecnologici mai detenuti?

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura

Si tratta di sentimenti di inferiorità senza fondamento perché in realtà, come succede nel caso del Ricamificio Laura, la tecnologia viene utilizzata comunque, anche se solo negli ambiti in cui la si ritiene efficace. Un esempio della sua applicazione è la gestione delle relazioni commerciali e la promozione dell’attività tipica del laboratorio, oppure la realizzazioni di grandi commesse come quelle dei patch (si utilizzano infatti le macchine elettroniche della foto).

Il legame tra creazione e tecnica in effetti permette la produzione di quelle piccole serie, tipiche della tradizione artigianale, che oggi si contraddistinguono come pezzi personalizzati ed unici, così come richiesto dalle regole del lusso.

E’ quindi al lusso che possiamo riconoscere uno straordinario potere di conservazione delle tradizioni e del sapere. Oltre a permetter ai tanti che sanno fare qualcosa con le mani ed alle comunità di quel territorio, di poter lavorare, il lusso rappresenta un motore di sviluppo sostenibile.

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Applicazione per Gucci del Ricamificio Laura

Che fare?

Ma quali sono concretamente le difficoltà?

Burocrazia, concorrenza sleale dei numerosi laboratori che clandestinamente “inquinano” il mercato, stretta creditizia delle banche nei confronti dei neo-imprenditori, mancanza di fiducia nel sistema paese ancora privo di una precisa linea di politica industriale: già questo impedisce di liberare le nostre migliori energie.

Nonostante ovunque si possano trovare in Italia bellissime realtà produttive, simili al ricamificio Laura, è tangibile sempre l’assenza di chi dovrebbe promuovere al mondo questo importante ‘saper fare’, che ci rappresenta.

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Filati del Ricamificio Laura

Chi potrebbe promuovere allora l’eccellenza?

Da soli non si può far molto di più di quanto già si è impegnati a fare: è il sistema, in quanto soggetti, istituzioni e politica uniti da obiettivo condivisi e comuni, che deve creare condizioni fertili per far eccellere chi merita. La politica deve innanzitutto mostrare una maggior consapevolezza del potenziale produttivo dell’Italia, e delle competenze di cui dispone.

Turismo, artigianato, cultura e arte sono gli asset forti di cui disponiamo ma vanno gestiti in modo sinergico.

Abbiamo e produciamo bellezza, perché nessuno – eccetto i nostri detrattori – se ne ricorda mai ?

Tessuti realizzati coi dettagli ed i ricami di Ricamificio Laura per Missoni

 

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Un matrimonio fatto ad ‘arte’.

Ma chi l’ha detto che i matrimoni finiscono tutti male?

Senza soffermarsi sulla loro diversa natura – con rito canonico o “coppie di fatto”  – ci sono “combinazioni spontanee” che dimostrano che in due (ma anche in di più) “è meglio”. E ciò vale ulteriormente se l’abbinamento ricompone tra loro attributi eterogenei come l’età, l’educazione, la condizione e il mestiere dei soggetti coinvolti.

Ciò che più conta è l’affinità e la comunione di intenti, proprio come vogliono gli stessi  riti nuziali.

L’artista e il suo pigmalione

E’ così che Luca Pasqualini, classe 1982, artista e restauratore, grazie a due incontri “galeotti” ha completato un suo progetto.

Il primo “matrimonio”, decisivo per il suo attuale percorso artistico, è stato quello con Nicola Manfredi, titolare, con la sorella, di Mavida, una galleria di opere d’arte che funziona anche come stamperia e restauro di lavori su carta .

Sarà ad uno dei suoi corsi di incisione che Luca incontrerà le soluzioni espressive alla sua grande passione per la grafica d’arte. Pur avendo già appreso i primi elementi di quella tecnica negli anni dell’istituto d’arte,  l’incontro tra Luca e Nicola permette al giovane artista di arricchire la sua espressività e all’insegnante, di stimolarla con le soluzioni tecniche che padroneggia.

La grafica di Luca, fatta di disegni a mano – con matita,  pastelli o acrilici, su tavole in legno – e di segni modernisi sposa così con la tecnica dell’incisione di Nicola, generando un’autentica nuova creazione linguistica che è l’equivalente in valore dell’opera originale. Non un’ imitazione, ma una sua nuova reinterpretazione.

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Vegaglifi di Luca Pasqualini esposto a Interno TRE

Con l’incisione Luca può tradurre in un altro modo la sua idea. Questo perché la tecnica che utilizza è una stampa di antica tradizione, di tirature limitate, su carte pregiate, realizzate interamente a mano.

Il segno grafico dei suoi lavori si trasforma così in un’arte modernamente fruibile ma allo stesso tempo ricercata per le caratteristiche che incorpora. E’ materica quando se ne toccano le carte di stampa o quando se ne sente il profumo degli inchiostri e dei pigmenti utilizzati o quando se ne osserva la minuziosa cura dei dettagli.

In altre parole è una produzione non seriale, fatta a mano.

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Xilografie di Luca Pasqualini a Interno TRE

Com’è scoccata la “fiamma”?

“Galeotta” fu anche un’occasione informale, in una location “extra-ordinaria” : una cena a Interno TRE.

Qui il cibo che si consuma è quello sano per il corpo, ma la mente ne trae altrettanto beneficio grazie all’ ambiente stimolante che si trova in quel contesto. E’ qui infatti che Luca ha potuto immaginare dove esporre il  progetto artistico denominato Vegaglifi : proprio a Interno 3. Tra i tavoli dove quell’idea è nata, tra  un boccone e una chiacchiera, con un piatto di cucina vegetariana, da novembre sono esposte  le opere di Luca.

E come sempre capita, le occasioni migliori le offre il caso. Porri, melanzane e carote finite dentro il carrello della spesa, diventano le immagini protagoniste, ed il cui segno grafico deciso e d’effetto, fatto di secche forme geometriche dai colori accessi diventa la base di xilografie a tiratura limitata.

Conoscere Luca, una persona fuori dai classici stereotipi dell’artista – spesso poco cordiali o a volte un po’ supponenti o magari anche un po’ ricercatamente trasandati – lascia una bella sensazione. La stessa bella sensazione che si prova quando si entra dentro a Mavida, questo storico laboratorio di stampe, nato a servizio degli artisti già prima del 1985, quando  ufficialmente fa la sua prima apparizione.

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Torchio e attrezzi a Mavida, Reggio Emilia

Qui dentro si realizzano stampe con tecniche tradizionali: la xilografia, la calcografia, la litografia e la tipografia con caratteri mobili.

Mavida, stampe d’arte

L’ingresso del laboratorio da subito accoglie con scaffali ricolmi di libri, macchine stampatrici di antichi mestieri e – non da ultimo – con persone di un “genere in via di estinzione”: profilo basso, buon gusto, cultura immensa e scelta di parole da dire solo ‘se’ e ‘quando’ utili.

D’altronde anche questo mestiere, quello dell’incisore, non è così usuale. Per apprezzarlo serve un approccio sistematizzato come quello che si intraprende nei corsi dell’Accademia e nondimeno, per riuscire ad apprezzarne il prodotto, serve capire di cosa si tratta.

Ma ovviamente non tutto il pubblico fa corsi all’Accademia né fa corsi ai licei artistici o studia arte. Non tutti perciò riescono immediatamente a leggere nella sua complessità, o anche solo ad apprezzare, il contenuto di una stampa d’arte: non è detto che se ne capisca il prezzo, se ci si limita a considerare che si sta acquistando un “multiplo” – pur firmato e numerato – di quell’opera originale.

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Matrice litografica di Mario Rosati, presso Mavida

Ma che cosa ottiene un artista da una stampa d’arte?

Con la stampa d’arte l’artista ottiene da un lato la riproducibilità della sua opera originale, in una serie limitata di copie, numerate e firmate per la sua distribuzione.

Per altri versi invece il cliente acquirente con una litografia (o xilografia, o acquaforte, o calcografia, ecc.) si appropria di una stampa nella quale l’artista, insieme al tecnico esperto, ha realizzata un’altra versione dell’originale. E lo ha fatto secondo metodi antichi, rappresentando quell’opera con un linguaggio alternativo, in cui la tecnica viene piegata alle sue esigenze espressive. Un linguaggio grafico dal quale l’artista può ottenere il massimo della sua espressività.

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Matrice calcografica di Wainer Marconi, presso Mavida

La stampa d’arte è un prodotto raffinato, per “palati fini” che  oggi vede gradatamente scemare la propria committenza.

Così succede che il mercato del collezionismo da intenditori è in via di estinzione,  le cartiere artistiche chiudono e, nel contempo, il regalo d’arte è diventato un gesto che non si usa più, soprattutto tra banche e imprenditori, un tempo tra i più attivi nel genere.

Si è perso qualcosa?

Le immagini ed i prodotti che d’abitudine vediamo ed acquistiamo sono di rapida ed immediata comprensione, ma di altrettanto rapida obsolescenza. Si tratta di una condizione che ormai contraddistingue l’uso e il consumo di tutti i beni, vista la scarsità di risorse come il tempo e la sovrapproduzione di merci, in un mercato che spinge al consumo.

La manualità è diventata il figlio di un “dio minore” assieme al “fatto a mano”, mentre  il  tecnologico è il “nuovo che avanza”.

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Litografia di Mario Rosati presso Mavida

 

 

…o si può guadagnare qualcos’altro?

Tuttavia, visto che i matrimoni poi non vanno così male come si crede, quando il nuovo incontra la tradizione, o il giovane talento incontra la persona di esperienza (il suo pigmalione o il talent scout) o il tecnico colto ed esperto incontra l’artista nasce una combinazione nuova che genera innovazione.

Quando la stessa capacità artistica si incunea in percorsi inusuali, in sedi che non sono quelle tradizionali (i musei o le gallerie), inserendosi in circuiti più informali, può uscirne rinnovata, rigenerata e ..ripensata.

E unire le forze è una soluzione vincente : tutte le attività d’artigianato artistico, i mestieri fatti a mano che ancora resistono e di cui c’è ancora competenza, quando si sposano al nuovo – anche alla tecnologia – creano possibilità oggi imprevedibili come anche il Guardian ci documenta.

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Libri a Mavida

Qualcuno però deve anche impegnarsi a spingere più forte in Italia tali competenze: non devono morire perchè se resistono possono ancora contraddistinguerci nel mondo come un popolo di ingegnosi e creativi.

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Incisioni dall’archivio di Mavida

Il make up artist per effetti speciali: un lavoro per facce belle o spaventose.

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foto presa in strada durante Lucca Comix & Games

Era il 1967 quando il saggista francese Guy Debord pubblicava il libro “La società dello spettacolo”, anticipando una tendenza che oggi ha raggiunto quasi il suo paradosso. Se nella società c’è in generale uno spostamento verso gli aspetti più immaginifici, nel cinema, anzi, in un suo preciso genere (il fantasy, il fantascientifico e l’horror), l’elemento fantastico, o della meraviglia, è diventato uno degli aspetti prevalenti rispetto ad altri linguaggi.

Taluni film di successo sono costruiti non tanto sullo sviluppo della vicenda e sul carattere dei personaggi, quanto proprio sugli effetti speciali. L’elemento fantastico – il genere che più ne contiene –  rappresenta un aspetto che tendenzialmente affascina di più lo spettatore  di quanto riesca invece la descrizione realistica degli eventi, perché lascia la narrazione aperta a varie interpretazioni. Non vi si parla di vita quotidiana nè dell’esperienza concreta di ciascuno, ma si rivolge a un futuro (o a un presente e a un passato) che ogni volta si modifica in base alle tecniche della rappresentazione.
Fuori dal cinema, tra la gente, c’è il vasto mondo dei travestimenti, un mondo che nel fenomeno dei cosplayer ha la sua manifestazione più evidente, e nei mascheramenti di Halloween, l’espressione recente più “spontanea”.

Tutti questi sono ambiti che, date le loro esigenze di trucco, travestimento ed effetti speciali, rappresentano i “luoghi” di lavoro del make up artist.

Andrea

Nel febbraio di quest’anno ho conosciuto Andrea: è lui che mi ha mostrato questo mestiere.

Corso in special Make Up (effetti teatrali) dell’Accademia Teatro alla Scala – foto: A.Neotti

 

Andrea Masi è un giovane ventottenne, make up artist, originario di Varese e diplomato di recente allAccademia Teatro alla Scala . Il suo percorso di studi è iniziato al liceo artistico ed è poi proseguito alla BCM (Beauty Center of Milan) e con un master in effetti speciali e body painting di Donatella Mondani. All’Accademia ha appreso le tecniche e le competenze per svolgere tutte le attività che riguardano la predisposizione del trucco – prima e dopo l’entrata in scena degli artisti – ma ha anche conosciuto personalità importanti del mondo dello spettacolo, in un ambiente stimolante, animato dagli allievi-colleghi e da insegnanti qualificati. Oggi Andrea si occupa sia di effetti speciali – come truccatore di scena di cinema, teatro o televisione – che di trucco tradizionale (per attori, spose, modelle, ecc.).

Come funziona il mestiere.

bozzetto preparatorio di Andrea per la protesi de “Il fantasma dell’opera”- foto A. Masi

Il mondo degli effetti speciali, secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, è il complesso di tecniche o trucchi utilizzati in ambito scenico per creare un’illusione di realtà. Un modello nuovo rispetto al cinema delle origini (rimasto immutato per decenni), che punta su una diversa dimensione del tempo e dello spazio. L’era digitale ha introdotto tecniche specifiche in base alle quali la caratterizzazione dei personaggi si può sviluppare sia attraverso la computer grafica che manualmente, appunto col make up per effetti speciali. Invecchiare un attore, piuttosto che renderlo somigliante ad un determinato personaggio, richiedono competenze complesse. E’ un mestiere insolito, così come fuori dal comune sono i contesti in cui lavora. Richiede manualità – moltissima – e approfondite conoscenze dei materiali – soprattutto per quanto riguarda il make up prostetico  – e delle cromie estetiche del viso su cui interviene.

"maquette" di Andrea cioè lo studio preparativo di dimensioni inferiori a quelle naturali che serve a capire come sarà l'aspetto e i volumi della creatura finita

“maquette” di Andrea :studio preparatorio dell’aspetto e dei volumi della creatura finita – foto di A. Masi

Il processo di produzione di un make up prostetico si sviluppa in diverse fasi: dall’idea di partenza si passa alla realizzazione del concept grafico. Ci si dota dei materiali utili, come il silicone, il lattice ed altri materiali sensibili al contatto e leggeri, per avvantaggiare chi dovrà indossare la protesi o maschera. Quindi si passa ai calchi del modellato ed infine al colaggio del silicone (o della schiuma di lattice o del lattice, in base al tipo di materiale e di resa desiderata) che, qualora necessario,  verrà eventualmente precolorato.  Una volta che il materiale si è asciugato, si precolora la protesi e – se coerente col concept – si posizionano i peli facciali. Dopodichè si passa all’applicazione della protesi sul modello: questa fase richiede da una fino a 7 ore di lavoro. Finita l’ applicazione e lo stuccaggio di eventuali difetti, si passa alla colorazione definitiva. Ed il miracolo della trasformazione prende definitivamente il via!

Gli interventi di make up di Andrea

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Chi è il make up artist ?

Per capire il mestiere prendiamo Andrea: lui ama la creatività e la manualità che servono per concretizzarla. Ha scelto di fare il make up artist perché questo lavoro richiede competenze di scultura non meno che  di ricerca scientifica e di osservazione. Inoltre il trucco ha caratteristiche che nessun’altra arte contiene: il trucco è plastico – ha un ‘effetto 3D’ – ma soprattutto il trucco vive di vita propria nei soggetti su cui è stato applicato. Ad Andrea piace che le sue idee si trasformino in qualcos’altro, che si autorigenerino su un modello vivo, creando a loro volta nuove idee. Gli piace questa trasformazione continua, che conduce ad esperienze diverse.

La computer grafica è tuttavia uno strumento ed una tecnica particolarmente efficace sul piano degli effetti finali e dalla quale in determinate esecuzioni non si può prescindere.   Ma l’effetto del lavoro con le mani sulla  materia viva è un’esperienza diversa, più vicina alla reale umanità, con le sue imprecisioni e gli  impercettibili difetti.

Per Andrea questo è il lavoro più bello del mondo. Oltre alla tecnica, il mestiere richiede anche un’importante capacità di relazione: quella che serve per creare un rapporto col modello-attore e a trovare contatti nel mondo dello spettacolo. Ma soprattutto, serve avere una storia e qualcosa da raccontare.
Di tutti gli ambienti di lavoro il teatro è quello che predilige perchè nella sua esperienza si è dimostrato come il più autentico. Lì l’atmosfera è magica. Tuttavia, per quanto si possa trattare di ambienti di lavoro sereni e divertenti, non si può dimenticare che servono sempre metodo e disciplina, i requisiti  fondamentali di ogni attività professionale.

dimostrazione di applicazione in lattice

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Per capire questo mestiere però bisogna  guardare all’oggetto della creazione in un modo aperto: sia che si tratti di mostro o di angelo – qualcosa che suscita o odio o amore nell’osservatore  e che comunque non lo lascia indifferente – il trucco o la maschera nascono dall’elaborazone di idee non meno che da un processo produttivo con competenze importanti. Dall’idea – un progetto personale – si arriva ad un prodotto scultoreo antropomorfo, che incorpora le leggi dell’anatomia e della tecnica dei materiali. Di quel personaggio si immagina il carattere, di cosa si nutre, a chi deve assomigliare; lo si fa vivere idealisticamente poi lo si crea, concretamente, pensando con quali materiali realizzarlo per il comfort e la verosimiglianza dell’attore.

Programmi televisivi come Face off non sono il modo migliore per capire il lavoro di make up artist : queste spettacolarizzazioni fini a sé, pur incuriosendo il pubblico dei profani,  semplificano la realtà di un mestiere molto complesso, dai tempi di realizzazione lunghissimi e che richiede esperienza e competenze sul campo.

sequenza nella quale, sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi , ,modellato, realizzazione nel materiale deciso, precolorazione della protesi ed applicazione- Foto di A. Masi

sequenza nella quale sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi: modellato, realizzazione nel materiale scelto, precolorazione della protesi ed applicazione – foto di A. Masi

La bellezza insolita nella storia del make up artist .

protesi siliconica di Giuseppe Verd

protesi siliconica di Giuseppe Verdi

Nel travestimento c’è tutta la storia delle maschere e quindi della Commedia dell’arte italiana. Ci sono in pratica radici tutte italiane, che tuttavia, ad oggi, si sono disperse nel tempo. In effetti l’unica importante agenzia nazionale di effetti speciali è Makinarium , di cui è recente il lavoro più famoso e pluripremiato, “Il racconto dei racconti”.

Gli effetti speciali non hanno una data di inizio precisa. Pioniere del genere fu Ray Harryhausen che con lo stop-motion, o tecnica a passo uno, creava figure fantastiche. Di lui si ricordano soprattutto I viaggi di Gulliver del 1960 o Il viaggio fantastico di Sinbad del ’74, anche se i suoi primi film risalgono agli anni ’40.

Prima di lui, Georges Méliès, considerato il padre del cinema ad effetti speciali, ricorreva soprattutto ad effetti di montaggio e di esposizione multipla della pellicola o alla sua colorazione a mano. La famosa luna con il razzo nell’occhio ispirata dal libro di Jules Verne “Dalla terra alla luna” potrebbe essere il primo effetto speciale di cui si ha memoria – secondo i parametri attuali – con applicazioni sul corpo. Diverte pensare che era fatta con del formaggio e che colui che la rappresentava doveva sopportarne parecchio il peso e ..l’olezzo!

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foto tratta dl film “Viaggio nella luna”, di Georges Méliès, 1902

 

Lon Chaney (1883-1930) fu uno dei migliori attori caratteristi della storia del cinema. Per la sua eccezionale abilità con il trucco, gli venne dato il soprannome de “L’Uomo dalle Mille Facce” (“The Man of a Thousand Faces”) e acquisì un’eccezionale abilità nel trucco, al punto da sostenere, per carenza di personale, fino a cinque parti in una stessa commedia senza che il pubblico se ne accorgesse.

Film storici che sono succeduti a questi primi sono stati “Il gobbo di Notre Dame” del 1939 con Charles Laughton nella parte di Quasimodo, o anche “Frankenstein” del 1931 con Boris Karloff che faceva la parte della “creatura” con un make-up realizzato dal make-up artist Jack Pierce. Si trattava ancora di lavori molto pesanti, sia nella fase realizzativa – spesso lunga o lunghissima –  sia per il povero attore che soffriva realmente sotto chili di mastice.

La svolta avvenne con Dick Smith considerato il “padre del make-up prostetico“. Prima di lui le protesi erano realizzate solitamente in un unico pezzo. La sua innovazione consistette nel creare protesi in schiuma di lattice composte da più parti sovrapposte fra loro. Sono suoi gli effetti speciali de “Il padrino, L’esorcista, Taxi Driver, La morte ti fa bella” e così via. Un genio del genere! Poi arriva StarWars negli anni ‘70 ed E.T. del 1982 con l’alieno più famoso del cinema creato da Carlo Rambaldi. « Fu difficile trovare la giusta rappresentazione di E.T., perché volevo qualcosa di speciale. Non volevo che sembrasse un alieno qualsiasi. Doveva essere qualcosa di anatomicamente diverso, in modo che il pubblico non pensasse che quello fosse un nano in una tuta. ». Jurassic Park nel 1993, coi suoi giganteschi dinosauri, sancisce la svolta definitiva.

L'Incubo, olio su tela - 1781 di Johann Heinrich Füssli - fonte Wikimedia

L’Incubo, olio su tela – 1781 di Johann Heinrich Füssli – fonte Wikimedia

La bellezza, infine

La bellezza è un mondo particolare, da sentire e da cogliere, legato alla propria esperienza sensoriale.
Non viaggia solo attraverso esseri paradisiaci. Così, come insegna Guillermo del Toro, un mostro non è brutto, ma è un “emarginato dal Paradiso”.
I mostri hanno una propria umanità che ci rimanda ai nostri segreti. E c’è bellezza nel lavoro capace di creare, che si tratti o meno di mostri.
C’è bellezza anche nella rappresentazione dei difetti o delle malformazioni di coloro che  convivono accanto a noi, in quanto parte di tanta umanità.
C’è bellezza nell’ ‘altro’.
Serve solo un occhio attento ed “educato”. Che presti attenzione.

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Grazie ad Andrea ed Alberto che si sono prodigati ad introdurmi dentro al mondo del make up per effetti speciali.

Qui di seguito trovate materiali utili per approfondire e/o divertirvi:
Bibliografia:

BCM Editrice – Manuale di effetti speciali di trucco

Linkografia:
COSTUME E SOCIETA’

La storia della bruttezza ne dimostra l’inesistenza

https://it.wikipedia.org/wiki/Cosplay : per il fenomeno dei cosplayer
http://www.luccacomicsandgames.com/it/2016/home/ :  Lucca Comix & Games
http://www.effectusevent.com/ :  Effect Us
CINEMA
http://www.cinemecum.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=40&Itemid=373
su Guillermo del Toro:
https://www.youtube.com/watch?v=L74coPk1iO8&feature=youtu.be ;
http://unframed.lacma.org/2016/08/10/monsters-and-monstrosity ;
http://hathos-makeup.blogspot.it/2013/02/il-labirinto-del-fauno.html ;

video: http://nerdist.com/game-of-thrones-turned-scott-ian-into-a-white-walker-on-bloodworks/;

MAKE UP ARTIST: STORIA
https://it.wikipedia.org/wiki/Dick_Smith
http://timelessbeauty.it/jack-pierce-make-artist-degli-effetti-speciali/ ;
http://www.ilpost.it/2013/10/23/breve-storia-del-sangue-finto/ ;