Riuscire a volare in alto

uno scorcio dello spazio dell’Atelier dell’Errore Big . Nella parete il disegno: “Cracker mangia le cirlider pon pon”

In aprile ho incontrato Luca Santiago Mora.

E’ successo nello spazio bianchissimo del 3° piano, nella sede storica di Max Mara – oggi sede della stessa Collezione  – che dal 2015 l’imprenditore Luigi Maramotti ha messo a disposizione dell’Atelier dell’Errore Big.

E fin da subito ho conosciuto un ambiente fatto da persone lungimiranti e generose, al servizio del bene di tutti.

Ed è lì che abbiamo parlato di quello che Luca fa.

Luca Santiago Mora negli spazi dell’Atelier dell’Errore Big, presso la Collezione Maramotti

Nel racconto emerso in quell’incontro c’è dentro la storia di un progetto artistico. Ma c’è anche la storia di una “scultura sociale”; il racconto di un’esperienza felice dai risvolti collettivi.

Nondimeno c’è la storia dei successi di chi quotidianamente è talmente abituato ai propri fallimenti e alle continue delusioni, da non riuscire a ricordare nemmeno se potrà mai fare qualcosa, figurarsi poi se quel qualcosa sarà importante.

Tutto ciò è successo e succede all’Atelier dell’Errore.

Cominciamo dall’inizio: cos’è l’Atelier dell’Errore e chi lo frequenta?

in primo piano il disegno: “Verme Assassino che mangia tutti quelli che attraversano il mare”, 70×200 cm, 2014, Nuru

L’ Atelier dell’Errore nasce nel 2002 per caso, quando un’amica chiede a Luca di sostituirla nella conduzione di un laboratorio di attività espressive svolto a servizio della Neuropsichiatria Infantile dell’Ausl di Reggio Emilia, come collaborazione con L’Indaco di Reggio Emilia.

Luca non è un atelierista, è un artista visivo che, come tale, non si accontenta di fare un buon lavoro di atelier ma vuole dar voce alle potenzialità espressive dei bambini e dei ragazzi che accoglie.

Si tratta in genere di ragazzini con problematiche cliniche di varia natura, come difficoltà nell’apprendimento, disturbi dello spettro autistico, ipercinesi, ecc. . Categorie mediche che in rapida sintesi hanno a che fare con la neurodiversità (interessante leggere i concetti di Harvey Blume e Judy Singer in proposito).

Con loro Luca ha messo in pratica la sua visione del mondo: si comincia dall’imperfezione e dall’errore, dal senso di inadeguatezza, per arrivare a creare un’opera, andando avanti ad oltranza senza cancellare mai nulla di quanto fatto prima. Perché è dagli errori e dalle imperfezioni che nascono le invenzioni e le creazioni più sorprendenti.

Noi siamo quelli degli insegnanti di sostegno ; quelli che alle feste di compleanno nessuno inviterà mai”.

Sono questi i ragazzi a cui Luca insegna: lavorando sulla loro scarsa autostima, agendo su quegli accumuli di incomprensioni e di autolimitazioni che si sono dati per riuscire a sopravvivere, a scuola e coi compagni.

Nell’Atelier dell’errore questa visione del mondo ha innescato un processo a catena .

Qual è la materia prima di questo lavoro?

Innanzitutto, per poter cominciare, Luca deve riconoscere in questi ragazzi e bambini alcune qualità superiori.

Nelle situazioni di marginalità nelle quali sempre si trovano a “sopravvivere”, sotto la stratificazione delle loro sconfitte quotidiane, loro conservano integre qualità che nessuno ha mai avuto l’occasione di portare alla luce.

nella foto il disegno:”Il Farchio del Sud: va a caccia di Marco e …(i miei due nemici) che mi chiamavano ‘boss bambino’ e ‘bambino obeso senza speranza’ e li fa vivere nei loro stessi incubi”,  Atelier dell’Errore Big

Lo si vede nelle opere che realizzano: disegni, racconti, poesie, danza e performance Non conta la tecnica, ma la qualità del racconto, anzi, conta soprattutto quello che hanno da raccontare.

L’atelier in questo senso è un luogo dove poter trovare un modo per raccontare la propria storia, senza arrendersi alle imperfezioni dei segni sul foglio, senza doversi adeguare a delle aspettative, anche quando prevale la voglia di cancellare tutto e di ricominciare da capo.

E’dentro a questi territori dell’inconosciuto, dentro alla materia umana viva, che prende forma la ricchezza dell’Atelier dell’Errore.

Nell’Atelier dell’Errore si parla solo di animali. Non si parla di storie della mamma, di vasi di fiori.

Ci si specializza per diventare monotematici e fare un laboratorio di narrazione. Poche sono le tecniche utilizzate: pastello a cera e matite. Ciò che conta è di arrivare direttamente al centro del contenuto perché loro stessi sono il contenuto.

Cosa succede alla fine?

nella foto il disegno: “Catoblepa che si nutre delle parti molli dei bambini”- 125×300, 2014, Francesco, Atelier dell’Errore Big

In un secondo momento Luca interviene per far accettate le qualità che ha riconosciuto ai ragazzi. Loro infatti sono i primi ad essere disorientati in quanto abituati più a riconoscersi nelle mancanze come il  “tu non sai allacciarti le scarpe; tu non riesci a…” piuttosto che nelle competenze.

L’ approccio come quello di un artista – in tal caso Luca – può vedere altro, anzi, oltre, ed è un tale approccio che li può aiutare a riconoscersi in quel nuovo mondo.

Per far sì che il processo venga attivato occorrerà che le qualità riconosciute vengano messe in pratica IN GRUPPO.

i ragazzi dell’Atelier dell’Errore in gruppo alla fine della loro improvvisazione teatrale “Piccola Liturgia per Santa Chiara”, durante il Festival di Doppiozero, al Teatro Rasi di Ravenna, il 9 aprile 2017

Nell’Atelier dell’Errore non si fa talent scouting ma si lavora alla creazione di una sorta di organismo dove ciascuno è complementare ed interscambiabile all’altro. Chi racconta delle storie non necessariamente deve saper disegnare bene, ma può coinvolgere quelli con una bella mano e più in difficoltà nel racconto. In questo senso l’Atelier dell’Errore è come una partitura musicale: i ragazzi sono gli strumentisti inconsapevoli capaci di produrre suoni molto belli, arcaici mentre Luca – che dirige l’atelier – è il maestro che sa orchestrarli.

Riuscire a volare in alto.

Il beneficio di questo processo, dal punto di vista clinico, come contributo alla neuropsichiatria, consiste soprattutto nella conquista di autostima e di una maggior capacità di socializzazione. E l’autostima è il minimo comune denominatore per sopravvivere nell’ ipercompetitività della nostra scuola. Trattandosi di persone che normalmente “non è poi così importante” che facciano le stesse cose dei coetanei, la scoperta dentro  loro di qualità oggettive, superiori, richiama un solo obiettivo: fare di tutto perché quelle qualità emergano e vengano riconosciute.

nella foto il disegno: “La Remora Ade”, Nicolas, proiettato al Teatro Rasi di Ravenna in occasione del Festiva di Doppiozero, 9 aprile 2017

In Atelier si applica un’arte relazionalesi fanno uscire le risorse latenti che tutti hanno dentro e che, sulla carta si trasformano – e trasformano loro – in opere d’arte. Perché lì vince essere se stessi, avere qualcosa da dire, non essere banali: tutti ingredienti che il conformismo e l’efficienza hanno reso un bene scarso

Ai medici si regalerà questo lavoro sull’interiorità, sulla riscoperta dell’energia interiore. Una scoperta psicologico-spirituale che consentirà loro di affrontare al meglio le terapie.

Ai ragazzi il regalo concreto arriva con la partecipazione a mostre ed eventi internazionali come quelle a Monaco di Baviera, a Londra, a Venezia e a Milano; con premi prestigiosi come l’European Art Award del 2014, o con la pubblicazione dei propri disegni in libri di cui  “L’ atlante di zoologia profetica” edito da una delle case editrici più prestigiose, è l’ultimo uscito.

un momento della Piccola liturgia per Santa Chiara, al Teatro Rasi Ravenna, in occasione del Festival di Doppiozero,  9 aprile 2017

L’arte può fare questo: non può guarire dalle patologie ma può creare una condizione interiore favorevole  capace di generare un meccanismo virtuoso di positività e di apertura al mondo.

Fino ad arrivare in alto, là dove in pochi possono sperare di arrivare.

I miracoli esistono.

Dai “salti mortali” compiuti per sviluppare e rodare il processo di cui sopra, è nato il primo miracolo che consegna ai ragazzi un  senso di autostima .

Da qui nasce la libera università dell’Atelier dell’Errore dove i ragazzi ed i bambini sono i docenti di questo mondo dell’ultrazoologia e di cui loro stessi hanno una conoscenza insindacabile.

Il secondo miracolo è stato quello di aprire nel 2013 un Atelier a Bergamo perché il protocollo sanitario della Lombardia non prevedeva finanziamenti per servizi a complemento della clinica. Ma soggetti privati – come il Rotary, la Fondazione della Comunità Bergamasca e la signora, Martina Fiocchi Rocca – hanno dato il proprio sostegno economico a questo progetto artistico e sociale, che rappresenta un’attività pubblica,  aggiungendo anche un’altra persona illuminata tra i contributori dell’Atelier.

“E’ un miracolo anche il fatto che in Italia ci siano dei privati che regalano un servizio completamente pubblico e gratuito come quello svolto dall’Atelier dell’Errore per il servizio di neuropsichiatria infantile di Bergamo.”

Il terzo miracolo è stato l’Atelier dell’Errore Big.

Il passaggio ai servizi dell’handicap adulto, al compimento dei 18 anni,  rappresenta in effetti un dramma per le famiglie – e i loro ragazzi – che si ritrovano così schiacciate in un sistema dove i processi dell’Atelier non hanno più spazio. E’ quindi naturale che i genitori di questi ragazzi, a cui è stata modificata la percezione di se stessi, chiedano di poter continuare quell’attività che ha permesso – e permette – ai loro figli di fare qualcosa che non li rigetti nell’oblio.

uno scorcio degli spazi dell’Atelier dell’Errore Big, presso la Collezione Maramotti

Sebbene Luca riconosca di “non avere la bacchetta magica” per cambiare il corso delle vite, la sua proposta di progetto di Atelier per i maggiorenni, nel 2015 convince  l’imprenditore Luigi Maramotti ad offrire gli spazi della Collezione.

Questi ragazzi ora si ritrovano a lavorare lì dentro, a contatto con una delle più prestigiose collezioni del mondo

“Senza fare nulla di più, ma per il fatto stesso di trovarsi a lavorare lì dentro, negli spazi della Collezione Maramotti, loro sono già un’opera d’arte e ne percepiscono appieno il valore.”

Luigi Maramotti (di spalle) e Marco Belpoliti al Festival “Enter, chiamata degli artisti in forma di festival” , di Doppiozero, al teatro Rasi di Ravenna, il 9 aprile 2017

E dopo?

Nella Collezione Maramotti c’è il posto del dopo: l’Atelier dell’Errore Big.

Se la funzione degli atelier è inizialmente quella di fare “terapia occupazionale”, la sfida vera che si è assunto Luca è piuttosto quella di fare una scommessa su ognuno di questi ragazzi, per accompagnarli in una sorta di

paleontologia immanente fatta di pastelli e di risorse che nemmeno loro sanno di avere”.

Atelier dell’Errore si è aggiudicato un finanziamento dalla Fondazione Alta Mane, che ha reso possibile prolungare l’attività di laboratorio per un  giorno intero di 8 ore.

Il progetto futuro sarà quello di farne dei professionisti, cioè persone che possano vivere di questa attività come di un lavoro.

I ragazzi e io ci siamo utili a vicenda: facciamo programmi, progetti, definiamo delle modalità di rapportarci all’esterno che sono nostre. Giovanni De Francesco – artista visivo – da alcuni anni ci aiuta nella progettazione, negli allestimenti e nelle installazioni delle performance, una parte a cui i ragazzi tengono tantissimo.”

Ad arte Verona, la prima mostra, i ragazzi hanno capito che devono andare in giro. A Londra, all’Istituto Italiano di Cultura erano insieme a Marco Belpoliti, Massimiliano Gioni e ad Arturo Galansino, direttore del Museo di Palazzo Strozzi. Quello che hanno provato lì, con 150 persone presenti per vederli, sarà un ricordo per tutti e otto.

E questo è quello che rimane, per sempre.

I loro disegni, negli spazi della Collezione Maramotti, hanno un valore che altrove,  senza il riconoscimento di un pubblico, non potrebbero avere.

Andare per mostre, insieme, essere apprezzati,  è e rimane un valore indelebile per questi ragazzi. Una ricchezza dentro a cui potranno sempre attingere. La quadratura del cerchio oggi,  dopo tanti anni, consisterà proprio nell’andare in giro ad incontrare il loro pubblico.

Lo spettacolo al Teatro Rasi di Ravenna con Doppiozero,  dove i ragazzi dell’Atelier dell’Errore si sono esibiti con un’improvvisazione teatrale, il 9 aprile scorso,  ha mostrato una platea incantata, silenziosa durante l’esibizione. e grata e commossa alla fine. A Ravenna inizialmente hanno invitato solo Luca, ma lui ha chiamato tutti, circa 50 persone tra ragazzi e genitori.

“E’ questa la mia attività: fare una scultura sociale, attraverso il disegno, video e performance. Coi ragazzi dell’Atelier”

Luca Santiago Mora durante l’improvvisazione Piccola Liturgia per Santa Chiara coi ragazzi dell’Atelier dell’Errore al Teatro Rasi di Ravenna, per il Festival di Doppiozero, 9 aprile 2017

 

A porte aperte: in teatro e non solo…

Il Teatro Sociale Gualtieri anche quest’anno, l’ 8 e il 9 aprile scorsi, ha aperto le sue porte al pubblico grazie all’iniziativa A scena aperta” promossa dall’IBCper diffondere la conoscenza e valorizzare i teatri storici dell’Emilia Romagna. Un patrimonio artistico straordinario diffuso nel territorio con ben 34 sedi.
Nella prima edizione dell’iniziativa su queste pagine ho parlato delle origini storiche del Teatro Sociale di Gualtieri.
Stavolta parlerò delle persone che ne hanno fatto la storia più recente.

Cosa ha spinto dei ragazzi poco più che ventenni ad avventurarsi in un’impresa che ha portato all’attuale Teatro Sociale Gualtieri? Ha pesato di più il gusto della sfida o l’incoscienza del giovane?

Riccardo Paterlini

Questa è la prima domanda a Riccardo Paterlini, Presidente dell’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri e direttore organizzativo. A vedere la struttura architettonica di questo edificio, così ricca del suo vissuto storico e così moderna nello stesso tempo, la domanda è spontanea. E’ dal racconto di Riccardo che provo a ricostruire la storia di questa avventura, paradigmatica nel suo recente traguardo oggi lieto-fine.

L’incontro.

Riccardo racconta che quando l’hanno “incontrato”, il teatro era uno spazio abbandonato: mancava del palcoscenico e della platea, era completamente buio e invaso da terra, da polvere e calcinacci, e ricoperto da tutto quello che era avanzato dai lavori di consolidamento. Ciononostante, lui ed alcuni suoi amici, tutti ventenni, incantati dal suo fascino, hanno cominciato ad immaginare di portarci, riadattando l’originale, lo spettacolo itinerante da loro rappresentato a Poviglio, in un’oasi naturale,
All’epoca non si rendevano ancora ben conto di cosa avrebbero potuto fare, ma tanta era la fascinazione per quello spazio e le sue condizioni, che si prodigarono per ottenere il beneplacito dell’amministrazione comunale e della pro-loco per poterlo frequentare. Musa ispiratrice dell’avventura fu l’amica e pittrice Maria Luisa Montanari, che ben conosceva il teatro in quanto addentro ai primi lavori di consolidamento.
E’ il 2006 quando il gruppo di amici decide di mettere in scena uno spettacolo che segnali a tutti l’abbandono di quel luogo chiuso da 30 anni. Lo spettacolo è la rappresentazione di un’asta alla quale il pubblico – e di conseguenza l’amministrazione comunale da esso sollecitata – viene invitato come ad un evento reale. Grande è lo scalpore creato, ma in realtà l‘obiettivo ultimo della performance mira a far credere al pubblico la messa in vendita del teatro per sollecitarne l’attenzione e spingerlo ad intervenire a tutela del proprio patrimonio culturale.
L’abbattimento simbolico del muro che ne chiudeva l’entrata oltre a chiudere la rappresentazione, segna l’ inizio di una nuova vita per tutti.

Inizia l’avventura.

Ma chiuso un capitolo si apre quello più prosaico dei problemi. Enormi.

Come  riaprire concretamente uno spazio per recuperare il quale la sola volontà non sarebbe mai bastata ma occorreva invece  attrezzarsi concretamente?
Il gruppo di amici era costituito da 10 ragazzi, tutti con velleità artistiche e con tanti sogni in tasca: fare cose, belle, e magari farle proprio lì dentro. E’ da lì che è cominciata la loro vita dentro al Teatro, in un misto di clandestinità e di ufficialità, proprio come si conviene alle avventure più intriganti.
Almeno fino all’inverno del 2008.
Alla fine di quell’anno il Comune annuncia l’arrivo dei finanziamenti per la ristrutturazione dei teatri di Luzzara, Reggiolo e Gualtieri invitandoli indirettamente a lasciare libero lo spazio. Si erano finalmente sbloccati i fondi e qualcosa si poteva cominciare a fare: una vittoria per i ragazzi mista a delusione per i tanti piccoli lavori autocostruzione ora nelle mani ingenerose di grosse imprese.
Ma tra amici – giovani – il pensiero positivo è sempre la nota dominante, non meno dell’istinto creativo. Così propongono all’amministrazione di festeggiare l’inizio dei lavori con una prima programmazione teatrale nel cantiere; unica richiesta: un impianto elettrico per gli spettacoli e l’agibilità per 100 posti.
La risposta dell’Amministrazione Comunale che ha aperto le porte a questi giovani, scommettendo su di loro, non è stata da meno quanto a positività.

La prima stagione del teatro.

uno scorcio del teatro

Prima degli spettacoli si è dovuto provvedere ai numerosi lavori: dalla costruzione della cabina di regia e della biglietteria, alla levigatura e verniciatura della platea in legno, alla realizzazione delle porte di emergenza fino alla programmazione teatrale con una compagnia e con gli artisti. Il tutto in autofinanziamento, con ricerca di sponsor.
E’ il marzo 2009 quando il gruppo diventa un’associazione di promozione sociale e a giugno si comincia con una ventina di serate di spettacolo. L’esito è incoraggiante.
Nel frattempo quei finanziamenti che sarebbero dovuti arrivare si sono persi sotto le macerie del governo che li aveva approvati (Governo Prodi). Così quella che nasceva come un’esperienza “effimera” si trasforma man mano in un’avventura di lungo termine.
Nel 2010 e nel 2011 si replica l’esperienza di spettacoli ma alla fine dell’ultimo anno diventa urgente lanciare un allarme: sino ad allora l’attività era stata garantita a titolo gratuito, come esperienza di volontariato, ma per renderla duratura servivano finanziamenti. Perciò si rendeva necessario un contatto istituzionale che si aggiungesse a quello del Comune di Gualtieri. E siccome i problemi non arrivano mai da soli, nel frattempo la platea stava cominciando a dare i primi segni di cedimento strutturale.

L’esperienza del “teatro in rada” e del “cantiere aperto”.

Da lì è nata l’idea del “teatro in rada”: un teatro nave, ferma in rada per lavori di manutenzione. Lavori sia di struttura che di autocoscienza. Su quest’ultimo versante ci sono domande che interpellano l’associazione non meno che la comunità intorno: cosa si sta facendo, si vuole che l’attività del teatro continui, e se sì, come si può continuare?

manifesto del teatro in rada, “cantieri navali per una stagione in secca”

Ed è a quel punto che anche nella stessa comunità ha cominciato a risvegliarsi un senso di partecipazione tradottosi in contributo manuale ai lavori.
E’ stata quella la fase più significativa che ha decretato la notorietà su scala nazionale dell’ avventura: nella cornice del “teatro in rada” il “cantiere aperto” ha portato avanti i lavori di ristrutturazione della platea. Più di una trentina di persone, che si alternavano una sera a settimana, per un anno e mezzo, hanno spalato una quantità totale di circa 500 tonnellate fra terra e calcinacci.
Nel “cantiere aperto” si procedeva con la ristrutturazione reale della platea rimuovendone il pavimento di assi, numerandole ad una a una e restaurandole. Contemporaneamente, con la programmazione “teatro in rada”, la partenza dei lavori diventava l’occasione culturale dalla quale generare la narrazione dei “lavori di calafataggio del fasciame delle imbarcazioni”, i “lavori in rada” del teatro.
Così, in un gioco di finzione e realtà, di assoluta teatralità, il cantiere diventa scenografia per letture a carattere marinaresco e la serata di cantiere si alterna con serate di spettacoli fino alla fine.
Dalla lettura della “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge, attraverso “Moby Dick” di Melville finendo con pezzi di letteratura italiana del ‘200 e del ‘300 a tema marinaresco, il teatro mutava progressivamente aspetto. Durante la messa in scena – come artificio teatrale – erano state smontate tutte le assi e nel frattempo Giancarlo Illari , attore e intellettuale di Parma, leggeva la “Ballata del vecchio marinaio”. Man mano che le assi venivano rimosse, Illari veniva isolato dal resto del mondo sopra una specie di zattera metaforica. La volta successiva, in una scenografia fatta da una landa di sabbia – rimosse tutte le assi della platea – si cominciava a scavare, e nel contempo lui proseguiva la sua lettura, che la volta dopo diventava una lettura medioevale come “La nave dei folli” di Sebastian Brant. Illari, solo, su una barca scenica, con intorno alcune delle buche scavate e riempite d’ acqua, rievocava  durante la sua narrazione anche il cantiere reale, popolato dagli stessi cittadini di Gualtieri che aiutavano nei lavori di manovalanza in modo costante e attivo.

cartelloni della programmazione teatrale

Ma quale meta avevano in mente?

“In tutto questo c’è quel margine di incoscienza che è la salvezza in ogni cosa. Ricordo che quando proposi questa attività avevo preventivato al gruppo 3-4 mesi di lavoro mentre in realtà ne sono serviti 18”.

Tutti i lavori sono stati progettati ed eseguiti dai componenti dell’associazione e da volontari – i murattori,  “lavoratori dello spettacolo altamente intesi” – che hanno realizzato un’opera messa a preventivo per un valore di 150.000 euro. Poi, sui materiali, c’è stato il contributo del Comune con 10.000 € e la partecipazione di varie altre aziende private, sponsor. E tra le sorprese degli scavi c’è stato il rinvenimento di un pavimento di Giovan Battista Fattori del 1705 e…di una falda d’acqua: i lavori così si sono svolti  con pompe e fango.

Nel maggio 2012 rimaneva da risistemare solo il tavolato ma poi… è arrivato il terremoto.

E ancora una volta è arrivata in soccorso l’immaginazione creativa : così è nata una soluzione ispirata a quello che fanno gli sfollati. Il palcoscenico si è trasferito all’aperto, in piazza, e l’inizio della programmazione è stato inaugurato da Ezio Bosso, che ha dedicato il suo concerto alle “cose che rimangono” .
E’ il maggio 2013 quando finalmente si inaugura “la platea ristrutturata” .

E oggi’?

il teatro visto dall’alto

Ad oggi il Teatro Sociale Gualtieri rappresenta un festival nazionale, finanziato dal Ministero e dalla Regione, ed è un’associazione in veste di impresa culturale under 35.

I problemi sono stati e sono tuttora tantissimi: trovare finanziamenti è stato estenuante, proporsi sul mercato come giovani non lo è stato di meno, senza le introduzioni e l’esperienza di chi è già più rodato. Ma ciononostante il gruppo è decollato e lo ha fatto proprio negli anni della crisi, il 2009 .

In questa storia i protagonisti principali sono le persone, i giovani e …l’ incoscienza, cioè quell’attitudine dell’animo che oggi – a risultati ottenuti – pone dubbi di fronte alla domanda di rito:“lo rifaresti?”.

Diego Rosa, murattore e accompagnatore durante la visita

Quell’incoscienza è stata insieme una scommessa e un investimento per un futuro di lungo respiro, senza nessuna idea di cosa avrebbe portato, ma è stata vincente.  Anche perché forte dello spirito del gruppo: tutti amici con un interesse comune e una visione unitaria. Un gruppo rodato nel tempo che poi si è allargato e magari si allargherà ancora e si rinnoverà.

Nel futuro Riccardo immagina un produzione teatrale, con residenza per gli artisti negli spazi ancora da recuperare del teatro. Per tutto questo serviranno altri finanziamenti.

cartellone dei prossimi spettacoli al teatro

Però sembra che i sogni allora non smettano mai. Per fortuna!

Per vedere e sentire questa storia come la raccontano le immagini e le parole di Riccardo, potete guardare il video che segue realizzato dalle riprese di Augusto Ruggiero di ArtMaker Tv .  Lo trovate sia su You Tube che all’indirizzo qui .

Il meraviglioso mondo dell’ovvio

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Dettaglio di una parete del salone (ex-granaio) del Museo Guatelli

Ma quale sarà mai la ragione per cui nessuno riesce a sottrarsi all’incanto dell’esposizione di tutti gli  oggetti  raccolti in quel Museo di Ozzano Taro che ha preso il nome dal suo stesso creatore, il maestro Ettore Guatelli?

Di sicuro non sarà il nostalgico rimpianto per una civiltà che si è gradatamente svuotata del suo significato  originario e che è rappresentata nelle raccolte di Guatelli.  Mi riferisco a quella civiltà dei contadini e degli artigiani di cui è utile tuttavia ricordare sempre – fuori dal mito – le tante storie di stenti e privazioni.

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Veduta laterale nel salone ex-granaio del Museo Guatelli con gli attrezzi appesi ed esposti

Senza nemmeno conoscerne bene le ragioni – se non quella più immediata che si chiama ‘sussistenza’ – Ettore Guatelli ha iniziato a raccogliere gli oggetti che hanno rappresentato quella civiltà nel quotidiano, a partire dagli anni ’50, portando avanti questa attività fino ai suoi ultimi anni di vita, cioè fino alla sua scomparsa avvenuta nel settembre del 2000.

Sono più di 60.000 i pezzi – tra attrezzi, utensili, giocattoli, bottiglie, vasi, scatole, orologi e mobili  provenienti dalle case contadine e dai laboratori degli artigiani che in quegli anni venivano rimodernati –  che Ettore ha raccattato e accumulato in quel periodo di tempo.

“Usava gli oggetti per far parlare e raccontare ai suoi scolari, spesso bloccati nelle loro capacità espressive dalla scarsa conoscenza dell’italiano e dal senso di inferiorità tipica dei contadini di allora”.

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Soffitto nel salone ex-granaio del Museo Guatelli

Molte persone detestano il sentimento di nostalgia del passato, coi suoi mestieri e le sue abitudini, perché la vita scorre, il mondo cambia, e in realtà, l’ idillio con cui si rievoca un periodo non è che una falsa idea utile solo a rendere più indigesto il presente.

Molti altri poi  vorrebbero che il racconto di queste storie fosse diffuso ai più giovani i quali, non avendo potuto conoscere nulla del passato di nonni operosi e parsimoniosi, avrebbero così l’occasione di capire meglio il senso della loro identità.

Ma tutti – anche i più reticenti – rimangono sopraffatti da questa mostra che è quella di una moderna wunderkammer.

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Una parete del salone del Museo Guatelli con le asce e accette disposte in modo ornamentale

Ettore usa diverse parole per definire la sua attività: se inizialmente raccoglieva oggetti per collaborare all’economia familiare, poi, col passare del tempo ha  trasferito su quegli stessi oggetti il senso di ciò che stava facendo. Come maestro, poteva utilizzarli per spiegare meglio ai suoi allievi il significato e il funzionamento di molte cose, raccontando di questa gente ingegnosa che si arrangiava con poco.

Di fatto, raccogliere oggetti “troppo ovvi per essere ritenuti importanti” è ciò che ha consentito oggi a Guatelli di diventare un “atlante” delle geografie funzionali del passato. 

Dentro alle stanze del suo museo è possibile ricostruire come vivevano e si arrangiavano le persone – famiglie, contadini e artigiani – e con quali oggetti compivano le funzioni di vita e di lavoro quotidiani.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Quegli oggetti, che rappresentano le tracce della vita materiale di un passato temporalmente recente ma  culturalmente  lontano anni luce, sono collocati negli spazi del Museo e della casa di Guatelli secondo un ordine che può essere tutto fuorchè didascalico. Sono sistemati seguendo geometrie artistiche, quasi surreali, come si fa con le tassonomie degli insetti, o in quelle che furono le wunderkammer di ottocentesca memoria.

Ecco: il Museo Guatelli piace a tutti, anche a chi non ama il ritorno al passato. Questo perché le sue raccolte utilizzano un linguaggio che supera il didascalico. Il suo è un linguaggio artistico che ha preso a prestito dal passato solo gli oggetti ma che parla al futuro con un’estetica che anticipa la fine di quelle stesse cose di cui racconta.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Non sollecita la nostalgia ma stupisce con la  bellezza, per le geometrie delle sue disposizioni, per la ripetitività con cui sono presentate le famiglie di oggetti (tutte le forbici, tutte le seghe, tutti i vasi) che sembrano messi lì più per il gusto di stupire che per voler dialogare coi visitatori.

Anzi, dai  discorsi riportati del Guatelli, lui pareva più un signore scostante, che non amava “le domande stupide dei visitatori” perché il suo intento era quello di “versare le sue conoscenze, di comunicare”,  di “arricchire e di arricchirsi”.

Una psicologia da collezionista seriale che evoca immediatamente un’inclinazione quasi maniacale. Ma che in realtà ha la logica del’ordinatore delle cose del mondo conosciuto, di fronte allo spavento del cambiamento.

Parete della camera degli orologi nella casa Museo Guatelli

Anche noi oggi collochiamo le nostre preferenze su bacheche virtuali come quella di Pinterest, accumulando oggetti dematerializzati che possiamo solo vedere ma non toccare.

Due collezionismi diversi uniti dall’unica aspirazione a scappare dalle possibilità che li hanno generati: uno – quello di Guatelli – sembra rappresentare più un riscattarsi da quel materiale che l’ha inchiodato alle cose della sua terra . Cose fisiche che odorano, si guardano e si toccano, sono ruvide e polverose, cambiano colore a seconda dell’ora in cui le puoi osservare e raccontano una propria storia .

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Dettaglio di una parete della stanza dei giochi nel Museo Guatelli

L’altro collezionismo – quell dei social, Pinterest e via dicendo – racconta più di un tempo dematerializzato, che sta ancora cercando un suo linguaggio che riconquisti anche la relazione umana e con la natura per potersi meglio rappresentare.

Intanto godiamoci lo spettacolo della bellezza che le mani e il gusto di questo signore hanno saputo creare: non inchiodiamo i ragazzi ad ascoltare ancora e sempre lezioni di vita che non potranno capire mai completamente, oggi.

Perché quella vita è troppo lontana da questi tempi. E’ un’antologia impossibile questa. Semmai potrà essere solo un’archeologia delle cui bellezza poter semplicemente godere.

Ingresso della casa Museo Guatelli, dove ha abitato Ettore

Cosa c’è da sapere prima di farci un salto:

Il Museo Guatelli si compone di due sezioni: il Museo vero e proprio, con l’ingresso, uno scalone, la stanza dei giochi, il salone, la stanza della cucina e la stanza delle scarpe e delle scimmie.

Nella casa Museo, dove invece Ettore Guatelli abitava, si visitano l’ingresso, la camera di Ettore, la camera della musica, la camera dei vetri o della zia, la camera delle latte, il ballatoio della ceramiche, la camera degli orologi e la camera che non c’è più.

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Il ballatoio delle ceramiche nella casa Museo Guatelli

Ettore Guatelli, primo di quattro fratelli, nasce da genitori mezzadri nell’aprile del 1921. Per tutta la vita soffrirà di problemi di salute che lo costringeranno a diversi ricoveri  in ospedali e sanatori. Fu proprio lì che ebbe modo di conoscere quelli che divennero i  personaggi determinanti per la sua vita come il poeta Attilio Bertolucci a cui faceva da dattilografo  e da cui fu aiutato ad ottenere il diploma di maestro come privatista.

Informazioni più dettagliate le trovate sul sito del museo: http://www.museoguatelli.it e ascoltando le appassionate guide che vi accompagneranno nella visita come Maira, dal racconto fresco e coinvolgente o Nelson, coi suoi aneddoti e insegnamenti di nonno e amico personale di Ettore.

“Un museo romanzesco come quello ideato da Ettore Guatelli è la storia di un’esistenza e di un’intuizione,…..

Ciò che vi si apprende, in parallelo al grande scenario delle “cose mute”, è la necessità di imparare a guardare, di ristabilire un contatto con l’oggettività della natura e con la sua rete umana di relazioni ricavandone un senso, ossia un valore al di là del frammento o di ciò che resta.” E. Rimondi