Un matrimonio fatto ad ‘arte’.

Ma chi l’ha detto che i matrimoni finiscono tutti male?

Senza soffermarsi sulla loro diversa natura – con rito canonico o “coppie di fatto”  – ci sono “combinazioni spontanee” che dimostrano che in due (ma anche in di più) “è meglio”. E ciò vale ulteriormente se l’abbinamento ricompone tra loro attributi eterogenei come l’età, l’educazione, la condizione e il mestiere dei soggetti coinvolti.

Ciò che più conta è l’affinità e la comunione di intenti, proprio come vogliono gli stessi  riti nuziali.

L’artista e il suo pigmalione

E’ così che Luca Pasqualini, classe 1982, artista e restauratore, grazie a due incontri “galeotti” ha completato un suo progetto.

Il primo “matrimonio”, decisivo per il suo attuale percorso artistico, è stato quello con Nicola Manfredi, titolare, con la sorella, di Mavida, una galleria di opere d’arte che funziona anche come stamperia e restauro di lavori su carta .

Sarà ad uno dei suoi corsi di incisione che Luca incontrerà le soluzioni espressive alla sua grande passione per la grafica d’arte. Pur avendo già appreso i primi elementi di quella tecnica negli anni dell’istituto d’arte,  l’incontro tra Luca e Nicola permette al giovane artista di arricchire la sua espressività e all’insegnante, di stimolarla con le soluzioni tecniche che padroneggia.

La grafica di Luca, fatta di disegni a mano – con matita,  pastelli o acrilici, su tavole in legno – e di segni modernisi sposa così con la tecnica dell’incisione di Nicola, generando un’autentica nuova creazione linguistica che è l’equivalente in valore dell’opera originale. Non un’ imitazione, ma una sua nuova reinterpretazione.

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Vegaglifi di Luca Pasqualini esposto a Interno TRE

Con l’incisione Luca può tradurre in un altro modo la sua idea. Questo perché la tecnica che utilizza è una stampa di antica tradizione, di tirature limitate, su carte pregiate, realizzate interamente a mano.

Il segno grafico dei suoi lavori si trasforma così in un’arte modernamente fruibile ma allo stesso tempo ricercata per le caratteristiche che incorpora. E’ materica quando se ne toccano le carte di stampa o quando se ne sente il profumo degli inchiostri e dei pigmenti utilizzati o quando se ne osserva la minuziosa cura dei dettagli.

In altre parole è una produzione non seriale, fatta a mano.

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Xilografie di Luca Pasqualini a Interno TRE

Com’è scoccata la “fiamma”?

“Galeotta” fu anche un’occasione informale, in una location “extra-ordinaria” : una cena a Interno TRE.

Qui il cibo che si consuma è quello sano per il corpo, ma la mente ne trae altrettanto beneficio grazie all’ ambiente stimolante che si trova in quel contesto. E’ qui infatti che Luca ha potuto immaginare dove esporre il  progetto artistico denominato Vegaglifi : proprio a Interno 3. Tra i tavoli dove quell’idea è nata, tra  un boccone e una chiacchiera, con un piatto di cucina vegetariana, da novembre sono esposte  le opere di Luca.

E come sempre capita, le occasioni migliori le offre il caso. Porri, melanzane e carote finite dentro il carrello della spesa, diventano le immagini protagoniste, ed il cui segno grafico deciso e d’effetto, fatto di secche forme geometriche dai colori accessi diventa la base di xilografie a tiratura limitata.

Conoscere Luca, una persona fuori dai classici stereotipi dell’artista – spesso poco cordiali o a volte un po’ supponenti o magari anche un po’ ricercatamente trasandati – lascia una bella sensazione. La stessa bella sensazione che si prova quando si entra dentro a Mavida, questo storico laboratorio di stampe, nato a servizio degli artisti già prima del 1985, quando  ufficialmente fa la sua prima apparizione.

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Torchio e attrezzi a Mavida, Reggio Emilia

Qui dentro si realizzano stampe con tecniche tradizionali: la xilografia, la calcografia, la litografia e la tipografia con caratteri mobili.

Mavida, stampe d’arte

L’ingresso del laboratorio da subito accoglie con scaffali ricolmi di libri, macchine stampatrici di antichi mestieri e – non da ultimo – con persone di un “genere in via di estinzione”: profilo basso, buon gusto, cultura immensa e scelta di parole da dire solo ‘se’ e ‘quando’ utili.

D’altronde anche questo mestiere, quello dell’incisore, non è così usuale. Per apprezzarlo serve un approccio sistematizzato come quello che si intraprende nei corsi dell’Accademia e nondimeno, per riuscire ad apprezzarne il prodotto, serve capire di cosa si tratta.

Ma ovviamente non tutto il pubblico fa corsi all’Accademia né fa corsi ai licei artistici o studia arte. Non tutti perciò riescono immediatamente a leggere nella sua complessità, o anche solo ad apprezzare, il contenuto di una stampa d’arte: non è detto che se ne capisca il prezzo, se ci si limita a considerare che si sta acquistando un “multiplo” – pur firmato e numerato – di quell’opera originale.

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Matrice litografica di Mario Rosati, presso Mavida

Ma che cosa ottiene un artista da una stampa d’arte?

Con la stampa d’arte l’artista ottiene da un lato la riproducibilità della sua opera originale, in una serie limitata di copie, numerate e firmate per la sua distribuzione.

Per altri versi invece il cliente acquirente con una litografia (o xilografia, o acquaforte, o calcografia, ecc.) si appropria di una stampa nella quale l’artista, insieme al tecnico esperto, ha realizzata un’altra versione dell’originale. E lo ha fatto secondo metodi antichi, rappresentando quell’opera con un linguaggio alternativo, in cui la tecnica viene piegata alle sue esigenze espressive. Un linguaggio grafico dal quale l’artista può ottenere il massimo della sua espressività.

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Matrice calcografica di Wainer Marconi, presso Mavida

La stampa d’arte è un prodotto raffinato, per “palati fini” che  oggi vede gradatamente scemare la propria committenza.

Così succede che il mercato del collezionismo da intenditori è in via di estinzione,  le cartiere artistiche chiudono e, nel contempo, il regalo d’arte è diventato un gesto che non si usa più, soprattutto tra banche e imprenditori, un tempo tra i più attivi nel genere.

Si è perso qualcosa?

Le immagini ed i prodotti che d’abitudine vediamo ed acquistiamo sono di rapida ed immediata comprensione, ma di altrettanto rapida obsolescenza. Si tratta di una condizione che ormai contraddistingue l’uso e il consumo di tutti i beni, vista la scarsità di risorse come il tempo e la sovrapproduzione di merci, in un mercato che spinge al consumo.

La manualità è diventata il figlio di un “dio minore” assieme al “fatto a mano”, mentre  il  tecnologico è il “nuovo che avanza”.

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Litografia di Mario Rosati presso Mavida

 

 

…o si può guadagnare qualcos’altro?

Tuttavia, visto che i matrimoni poi non vanno così male come si crede, quando il nuovo incontra la tradizione, o il giovane talento incontra la persona di esperienza (il suo pigmalione o il talent scout) o il tecnico colto ed esperto incontra l’artista nasce una combinazione nuova che genera innovazione.

Quando la stessa capacità artistica si incunea in percorsi inusuali, in sedi che non sono quelle tradizionali (i musei o le gallerie), inserendosi in circuiti più informali, può uscirne rinnovata, rigenerata e ..ripensata.

E unire le forze è una soluzione vincente : tutte le attività d’artigianato artistico, i mestieri fatti a mano che ancora resistono e di cui c’è ancora competenza, quando si sposano al nuovo – anche alla tecnologia – creano possibilità oggi imprevedibili come anche il Guardian ci documenta.

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Libri a Mavida

Qualcuno però deve anche impegnarsi a spingere più forte in Italia tali competenze: non devono morire perchè se resistono possono ancora contraddistinguerci nel mondo come un popolo di ingegnosi e creativi.

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Incisioni dall’archivio di Mavida

Il make up artist per effetti speciali: un lavoro per facce belle o spaventose.

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foto presa in strada durante Lucca Comix & Games

Era il 1967 quando il saggista francese Guy Debord pubblicava il libro “La società dello spettacolo”, anticipando una tendenza che oggi ha raggiunto quasi il suo paradosso. Se nella società c’è in generale uno spostamento verso gli aspetti più immaginifici, nel cinema, anzi, in un suo preciso genere (il fantasy, il fantascientifico e l’horror), l’elemento fantastico, o della meraviglia, è diventato uno degli aspetti prevalenti rispetto ad altri linguaggi.

Taluni film di successo sono costruiti non tanto sullo sviluppo della vicenda e sul carattere dei personaggi, quanto proprio sugli effetti speciali. L’elemento fantastico – il genere che più ne contiene –  rappresenta un aspetto che tendenzialmente affascina di più lo spettatore  di quanto riesca invece la descrizione realistica degli eventi, perché lascia la narrazione aperta a varie interpretazioni. Non vi si parla di vita quotidiana nè dell’esperienza concreta di ciascuno, ma si rivolge a un futuro (o a un presente e a un passato) che ogni volta si modifica in base alle tecniche della rappresentazione.
Fuori dal cinema, tra la gente, c’è il vasto mondo dei travestimenti, un mondo che nel fenomeno dei cosplayer ha la sua manifestazione più evidente, e nei mascheramenti di Halloween, l’espressione recente più “spontanea”.

Tutti questi sono ambiti che, date le loro esigenze di trucco, travestimento ed effetti speciali, rappresentano i “luoghi” di lavoro del make up artist.

Andrea

Nel febbraio di quest’anno ho conosciuto Andrea: è lui che mi ha mostrato questo mestiere.

Corso in special Make Up (effetti teatrali) dell’Accademia Teatro alla Scala – foto: A.Neotti

 

Andrea Masi è un giovane ventottenne, make up artist, originario di Varese e diplomato di recente allAccademia Teatro alla Scala . Il suo percorso di studi è iniziato al liceo artistico ed è poi proseguito alla BCM (Beauty Center of Milan) e con un master in effetti speciali e body painting di Donatella Mondani. All’Accademia ha appreso le tecniche e le competenze per svolgere tutte le attività che riguardano la predisposizione del trucco – prima e dopo l’entrata in scena degli artisti – ma ha anche conosciuto personalità importanti del mondo dello spettacolo, in un ambiente stimolante, animato dagli allievi-colleghi e da insegnanti qualificati. Oggi Andrea si occupa sia di effetti speciali – come truccatore di scena di cinema, teatro o televisione – che di trucco tradizionale (per attori, spose, modelle, ecc.).

Come funziona il mestiere.

bozzetto preparatorio di Andrea per la protesi de “Il fantasma dell’opera”- foto A. Masi

Il mondo degli effetti speciali, secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, è il complesso di tecniche o trucchi utilizzati in ambito scenico per creare un’illusione di realtà. Un modello nuovo rispetto al cinema delle origini (rimasto immutato per decenni), che punta su una diversa dimensione del tempo e dello spazio. L’era digitale ha introdotto tecniche specifiche in base alle quali la caratterizzazione dei personaggi si può sviluppare sia attraverso la computer grafica che manualmente, appunto col make up per effetti speciali. Invecchiare un attore, piuttosto che renderlo somigliante ad un determinato personaggio, richiedono competenze complesse. E’ un mestiere insolito, così come fuori dal comune sono i contesti in cui lavora. Richiede manualità – moltissima – e approfondite conoscenze dei materiali – soprattutto per quanto riguarda il make up prostetico  – e delle cromie estetiche del viso su cui interviene.

"maquette" di Andrea cioè lo studio preparativo di dimensioni inferiori a quelle naturali che serve a capire come sarà l'aspetto e i volumi della creatura finita

“maquette” di Andrea :studio preparatorio dell’aspetto e dei volumi della creatura finita – foto di A. Masi

Il processo di produzione di un make up prostetico si sviluppa in diverse fasi: dall’idea di partenza si passa alla realizzazione del concept grafico. Ci si dota dei materiali utili, come il silicone, il lattice ed altri materiali sensibili al contatto e leggeri, per avvantaggiare chi dovrà indossare la protesi o maschera. Quindi si passa ai calchi del modellato ed infine al colaggio del silicone (o della schiuma di lattice o del lattice, in base al tipo di materiale e di resa desiderata) che, qualora necessario,  verrà eventualmente precolorato.  Una volta che il materiale si è asciugato, si precolora la protesi e – se coerente col concept – si posizionano i peli facciali. Dopodichè si passa all’applicazione della protesi sul modello: questa fase richiede da una fino a 7 ore di lavoro. Finita l’ applicazione e lo stuccaggio di eventuali difetti, si passa alla colorazione definitiva. Ed il miracolo della trasformazione prende definitivamente il via!

Gli interventi di make up di Andrea

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Chi è il make up artist ?

Per capire il mestiere prendiamo Andrea: lui ama la creatività e la manualità che servono per concretizzarla. Ha scelto di fare il make up artist perché questo lavoro richiede competenze di scultura non meno che  di ricerca scientifica e di osservazione. Inoltre il trucco ha caratteristiche che nessun’altra arte contiene: il trucco è plastico – ha un ‘effetto 3D’ – ma soprattutto il trucco vive di vita propria nei soggetti su cui è stato applicato. Ad Andrea piace che le sue idee si trasformino in qualcos’altro, che si autorigenerino su un modello vivo, creando a loro volta nuove idee. Gli piace questa trasformazione continua, che conduce ad esperienze diverse.

La computer grafica è tuttavia uno strumento ed una tecnica particolarmente efficace sul piano degli effetti finali e dalla quale in determinate esecuzioni non si può prescindere.   Ma l’effetto del lavoro con le mani sulla  materia viva è un’esperienza diversa, più vicina alla reale umanità, con le sue imprecisioni e gli  impercettibili difetti.

Per Andrea questo è il lavoro più bello del mondo. Oltre alla tecnica, il mestiere richiede anche un’importante capacità di relazione: quella che serve per creare un rapporto col modello-attore e a trovare contatti nel mondo dello spettacolo. Ma soprattutto, serve avere una storia e qualcosa da raccontare.
Di tutti gli ambienti di lavoro il teatro è quello che predilige perchè nella sua esperienza si è dimostrato come il più autentico. Lì l’atmosfera è magica. Tuttavia, per quanto si possa trattare di ambienti di lavoro sereni e divertenti, non si può dimenticare che servono sempre metodo e disciplina, i requisiti  fondamentali di ogni attività professionale.

dimostrazione di applicazione in lattice

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Per capire questo mestiere però bisogna  guardare all’oggetto della creazione in un modo aperto: sia che si tratti di mostro o di angelo – qualcosa che suscita o odio o amore nell’osservatore  e che comunque non lo lascia indifferente – il trucco o la maschera nascono dall’elaborazone di idee non meno che da un processo produttivo con competenze importanti. Dall’idea – un progetto personale – si arriva ad un prodotto scultoreo antropomorfo, che incorpora le leggi dell’anatomia e della tecnica dei materiali. Di quel personaggio si immagina il carattere, di cosa si nutre, a chi deve assomigliare; lo si fa vivere idealisticamente poi lo si crea, concretamente, pensando con quali materiali realizzarlo per il comfort e la verosimiglianza dell’attore.

Programmi televisivi come Face off non sono il modo migliore per capire il lavoro di make up artist : queste spettacolarizzazioni fini a sé, pur incuriosendo il pubblico dei profani,  semplificano la realtà di un mestiere molto complesso, dai tempi di realizzazione lunghissimi e che richiede esperienza e competenze sul campo.

sequenza nella quale, sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi , ,modellato, realizzazione nel materiale deciso, precolorazione della protesi ed applicazione- Foto di A. Masi

sequenza nella quale sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi: modellato, realizzazione nel materiale scelto, precolorazione della protesi ed applicazione – foto di A. Masi

La bellezza insolita nella storia del make up artist .

protesi siliconica di Giuseppe Verd

protesi siliconica di Giuseppe Verdi

Nel travestimento c’è tutta la storia delle maschere e quindi della Commedia dell’arte italiana. Ci sono in pratica radici tutte italiane, che tuttavia, ad oggi, si sono disperse nel tempo. In effetti l’unica importante agenzia nazionale di effetti speciali è Makinarium , di cui è recente il lavoro più famoso e pluripremiato, “Il racconto dei racconti”.

Gli effetti speciali non hanno una data di inizio precisa. Pioniere del genere fu Ray Harryhausen che con lo stop-motion, o tecnica a passo uno, creava figure fantastiche. Di lui si ricordano soprattutto I viaggi di Gulliver del 1960 o Il viaggio fantastico di Sinbad del ’74, anche se i suoi primi film risalgono agli anni ’40.

Prima di lui, Georges Méliès, considerato il padre del cinema ad effetti speciali, ricorreva soprattutto ad effetti di montaggio e di esposizione multipla della pellicola o alla sua colorazione a mano. La famosa luna con il razzo nell’occhio ispirata dal libro di Jules Verne “Dalla terra alla luna” potrebbe essere il primo effetto speciale di cui si ha memoria – secondo i parametri attuali – con applicazioni sul corpo. Diverte pensare che era fatta con del formaggio e che colui che la rappresentava doveva sopportarne parecchio il peso e ..l’olezzo!

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foto tratta dl film “Viaggio nella luna”, di Georges Méliès, 1902

 

Lon Chaney (1883-1930) fu uno dei migliori attori caratteristi della storia del cinema. Per la sua eccezionale abilità con il trucco, gli venne dato il soprannome de “L’Uomo dalle Mille Facce” (“The Man of a Thousand Faces”) e acquisì un’eccezionale abilità nel trucco, al punto da sostenere, per carenza di personale, fino a cinque parti in una stessa commedia senza che il pubblico se ne accorgesse.

Film storici che sono succeduti a questi primi sono stati “Il gobbo di Notre Dame” del 1939 con Charles Laughton nella parte di Quasimodo, o anche “Frankenstein” del 1931 con Boris Karloff che faceva la parte della “creatura” con un make-up realizzato dal make-up artist Jack Pierce. Si trattava ancora di lavori molto pesanti, sia nella fase realizzativa – spesso lunga o lunghissima –  sia per il povero attore che soffriva realmente sotto chili di mastice.

La svolta avvenne con Dick Smith considerato il “padre del make-up prostetico“. Prima di lui le protesi erano realizzate solitamente in un unico pezzo. La sua innovazione consistette nel creare protesi in schiuma di lattice composte da più parti sovrapposte fra loro. Sono suoi gli effetti speciali de “Il padrino, L’esorcista, Taxi Driver, La morte ti fa bella” e così via. Un genio del genere! Poi arriva StarWars negli anni ‘70 ed E.T. del 1982 con l’alieno più famoso del cinema creato da Carlo Rambaldi. « Fu difficile trovare la giusta rappresentazione di E.T., perché volevo qualcosa di speciale. Non volevo che sembrasse un alieno qualsiasi. Doveva essere qualcosa di anatomicamente diverso, in modo che il pubblico non pensasse che quello fosse un nano in una tuta. ». Jurassic Park nel 1993, coi suoi giganteschi dinosauri, sancisce la svolta definitiva.

L'Incubo, olio su tela - 1781 di Johann Heinrich Füssli - fonte Wikimedia

L’Incubo, olio su tela – 1781 di Johann Heinrich Füssli – fonte Wikimedia

La bellezza, infine

La bellezza è un mondo particolare, da sentire e da cogliere, legato alla propria esperienza sensoriale.
Non viaggia solo attraverso esseri paradisiaci. Così, come insegna Guillermo del Toro, un mostro non è brutto, ma è un “emarginato dal Paradiso”.
I mostri hanno una propria umanità che ci rimanda ai nostri segreti. E c’è bellezza nel lavoro capace di creare, che si tratti o meno di mostri.
C’è bellezza anche nella rappresentazione dei difetti o delle malformazioni di coloro che  convivono accanto a noi, in quanto parte di tanta umanità.
C’è bellezza nell’ ‘altro’.
Serve solo un occhio attento ed “educato”. Che presti attenzione.

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Grazie ad Andrea ed Alberto che si sono prodigati ad introdurmi dentro al mondo del make up per effetti speciali.

Qui di seguito trovate materiali utili per approfondire e/o divertirvi:
Bibliografia:

BCM Editrice – Manuale di effetti speciali di trucco

Linkografia:
COSTUME E SOCIETA’

La storia della bruttezza ne dimostra l’inesistenza

https://it.wikipedia.org/wiki/Cosplay : per il fenomeno dei cosplayer
http://www.luccacomicsandgames.com/it/2016/home/ :  Lucca Comix & Games
http://www.effectusevent.com/ :  Effect Us
CINEMA
http://www.cinemecum.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=40&Itemid=373
su Guillermo del Toro:
https://www.youtube.com/watch?v=L74coPk1iO8&feature=youtu.be ;
http://unframed.lacma.org/2016/08/10/monsters-and-monstrosity ;
http://hathos-makeup.blogspot.it/2013/02/il-labirinto-del-fauno.html ;

video: http://nerdist.com/game-of-thrones-turned-scott-ian-into-a-white-walker-on-bloodworks/;

MAKE UP ARTIST: STORIA
https://it.wikipedia.org/wiki/Dick_Smith
http://timelessbeauty.it/jack-pierce-make-artist-degli-effetti-speciali/ ;
http://www.ilpost.it/2013/10/23/breve-storia-del-sangue-finto/ ;

A proposito di futuro.

Sabato scorso, 11 giugno, la trasmissione di Radio3 “tutta la città ne parla” ha trattato il tema “il futuro del lavoro e i lavori del futuro” all’interno della festa “arte, cultura e lavoro”. Mi è venuta voglia di trascrivere due dei punti di vista espressi nel corso della trasmissione perchè hanno riguardato degli spunti importanti su cui riflettere e che ho trovato particolarmente stimolanti per ripensare al lavoro ed alle sue prospettive nel futuro.
Ho scelto di trascrivere il discorso di due degli esperti interpellati: Aldo Bonomi e Riccardo Staglianò. Sociologo e fondatore del Consorzio A.A.S.TER., famoso per la sua definizione del capitalismo italiano come “capitalismo molecolare” oggi diventato poi “capitalismo infinito” il primo, giornalista di Repubblica, inviato del Venerdì  e autore del libro “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, il secondo.

Crescono le ore lavorate perchè ci sono più occupati, ma non cresce con altrettanta velocità il PIL, il fatturato di quel lavoro. Cioè l’Italia non cresce o cresce meno. Significa che siamo meno bravi di un tempo a produrre cose di qualità, che rendono,  rispetto ad un tempo?

Innanzitutto non esiste più la piazza universale dei mestieri. E’ cambiata senza che noi ce ne accorgessimo, presi dal “guardare il dito (i numeri) senza porci il problema della luna”. Significa che ogni mese o trimestre siamo tutti molto attenti ad aspettare i dati ISTAD e guardiamo allo zero-virgola di variazione percentuale che i dati ci possono raccontare: la disoccupazione è 12,1 o 12,3 percento?  la disoccupazione giovanile è al 40,2 o al 40,1 percento? Il problema non è il dito ma la luna, cioè la domanda se si può tornare ai salti d’epoca e a quelli che sono i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni rispetto alla dimensione del lavoro. E se sì, quali sono questi cambiamenti? Noi continuiamo ad avere  una concezione del lavoro come se fossimo ancora dentro la società verticale fordista: la grande impresa, la grande azienda pubblica, la banca, l’ impiego a vita, con annessi e connessi (l’ asilo pubblico, il welfare, le pensioni, ecc).

 

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Il manager delle stelle: foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Ma, quell’epoca è in crisi. Quella dimensione del lavoro non c’è più.

In secondo luogo, stando al primo postfordismo, nella società è orizzontale in cui la competizione si svolgeva dentro e fuori di essa, ci hanno detto che se volevi lavorare dovevi fare piccola impresa (in Italia questo ha rappresentato il cd ‘capitalismo molecolare’, e su questo livello si è dimostrata un paese virtuosissimo ) o, se eri giovane,  aprire una partita IVA.

In terzo luogo oggi ci sono i narratori. E il “raccontatore” per i pellegrini, oggi si chiama Airbnb o UBER. Se vuoi spostarti, devi cercare UBER, e se vuoi andare incontro ai pellegrini, devi decantare sulla rete la bellezza del tuo piccolo appartamento che metti in vendita su quel sito. Questo è il grande cambiamento: sta avanzando la società circolare. Siamo tutti in circolo ‘allegramente’.

Ma la società circolare si divide in due grandi cambiamenti: o è ‘ruota della fortuna’ ( e qui qualcuno ce la fa, come qualche start up appena nata  e che fa immediatamente 10 milioni di dollari. Ma quante sono? tutti ci dicono ‘fate le start up e avrete raggiunto la fortuna’) o è ‘la ruota del criceto’ ( ad es: la piattaforma per lavare la macchina che al costo di 14 euro ti manda a casa un ‘servo’ che ti fa il lavoro ed il cui compenso partecipa come “un caporalato antico” al 30% agli incassi della start up).

Questo è il punto critico dove occorre scavare.

Nel capitalismo molecolare tutta la famiglia contribuiva al lavoro e faceva impresa. Nel fordismo è l’uomo bianco europeo maschio che aveva diritto alla pensione (in seguito anche la donna) che contribuisce, nella visione ideal- tipica del lavoro, alla produzione.

Oggi, nella società circolare, ciò che conta è la cittadinanza attiva. Da una parte essa deve provvedere e muoversi nel welfare (quindi dobbiamo occuparci giustamente dei grandi temi, che sono i temi drammatici dei rifiuti, dell’acqua, dell’ambiente, di un volontariato che include) e dall’altra deve correre. Senza dimenticare di stare attenta allo storytelling  fatto dai grandi gruppi (i raccontatori, gli affabulatori) quando ci ammiccano dicendoci “ragazzi entrate dentro, perchè qui c’è il miglior mondo possibile”. Questa società circolare deve rimettere invece dentro, nella dinamica della storia, proprio la storia della società, smettendo di parlare dello ‘zero virgola’ ma parlando piuttosto di un destino di cambiamenti d’epoca che tocca tutti.

E lì dentro ci sta anche la dimensione dei migranti, che non è un problema caritatevole ma un problema di numeri: nei paesi subsahariani l’età media è di 15 anni, nei paesi europei, di 45, nell’ Italia, un po’ di più. Meno siamo, più decliniamo e siamo destinti a morire.

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foto di @manimente: allestimento Citizen al Fuorisalone, Milano Design Week, aprile 2016

Il futuro ci fa paura. Solo il grande modello rassicurante delle organizzazioni sindacali, delle grandi imprese e dei partiti di massa verso le quali i lavoratori avevano fiducia, poteva garantire l’ottimismo e la sicurezza nel futuro?

No, nessuna nostalgia per il passato semplicemente perchè non torna più, non per altro. Però attenzione: avere memoria del passato è importante perchè in quel passato c’era la rappresentanza della forza del lavoro che contava di più. Ora dobbiamo pensare come le forze dei nuovi lavori organizzano a loro volta nuove forme di rappresentanza per mettere una ‘zeppa in mezzo alla ruota del criceto’. Quindi tenere conto della memoria del passato ci serve per cominciare nuovi processi di organizzazione rispetto a questo.

Il futuro certamente fa paura ed è incerto però bisogna entrarci dentro semplicemente senza essere subordinati alle retoriche che vengono solo dell’economia.

Claudio Napoleoni, grande economista, diceva ” tra economia e politica bisogna mettere in mezzo la società“. Oggi c’è un predominio dello storytelling dell’economia, della finanza e dell’innovazione e c’è una politica un po’ subalterna: bisogna rimettere in mezzo la società, con i suoi problemi concreti e reali di cui il futuro dei giovani e dell’occupazione è uno dei principali.

Quale forma le imprese devono avere? “piccolo non è più bello” ha detto il presidente di Confindustra Boccia.

Nessuno ha mai sostenuto che “piccolo è bello”. Si tratta di una diatriba antica tra i sostenitori dei ‘cespugli’ e i sostenitori della grande impresa. Beccattini, grande maestro, dice “intimo è bello”.

Sono i nessi di connessione della società e del territorio che contano. Bisogna ripartire da qua. Il problema non è più la proliferazione delle piccole imprese, dei capannoni: non è più quel modello, ovviamente. Bisogna invece rimettere assieme i meccanismi di territorio, i territori che hanno coscienza di sè e si rapportano con i flussi. Il paradigma della modernità sono i flussi del grande cambiamento che impattano nei luoghi e li cambiano culturalmente, antropologicamente, storicamente, socialmente.

Quanti cambiamenti abbiamo dovuto vivere dall’inizio del nuovo secolo ad oggi? tantissimi, eppure una città – se ha coscienza di sè – incomincia a ridisegnare se stessa. Ripensare la coscienza di sè serve per produrre nuove forme di rappresentazione, nuove forme di lavoro, nuove forme di cultura. Dipende da questo: dalla coscienza dei luoghi, e dalle nostre coscienze di mettere insieme dei meccanismi di contrasto alla pura logica di globalizzazione che vengono avanti.

 

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foto @maninmente; allestimento al Fuorisalone Milano Design Week – aprile 2016

L’immaterialità del digitale: noi dobbiamo stare accorti rispetto a quali minacce? Le start up piccole o le grandi realtà del web ? (risponde Riccardo Satglianò)

Il problema delle tante ore lavorate e di una crescita più bassa dipende dal fatto che abbiamo scambiato il lavoro con i lavoretti che è anche il problema della sharing economy (o gig economy). Si fanno lavori degradanti che rendono meno, che hanno salari peggiori e che per diventare adeguatamente consistenti devono essere numerosi. Questa è la sharing economy.  A livello di numeri se si guarda al numero di lavoratori, Air B&B ha superato, a Parigi, in pochi anni, per fatturato Hilton e Marriot, le più grandi catene alberghiere. Guardando dal punto di vista dell’utente l’ utilità immediata che ne ha ricavato è evidente. Al secondo livello, invece, Air B&B conta 24 impiegati contro 200.000 addetti dell’intero settore alberghiero, a Parigi. Ma soprattutto il dato più éclatante è che le tasse pagate dal primo, a Parigi, ammontavano ad 84.000 € contro i 3,5 miliardi, dei secondi. Cosa vuol dire? Le tasse si trasformano in servizi e sono soldi in più per la collettività: se si tolgono, si impoveriscono le persone.

Quindi la grande falsificazione sulla sharing economy è che è un modo democratico per arrotondare.

Ma la vera domanda che ci si deve porre è: perchè abbiamo bisogno di arrotondare? una volta non c’era bisogno di arrotondare, una volta c’erano degli stipendi, e ne poteva bastare anche uno solo.

Sono le varie crisi, il cambiamento dell’economia dagli anni ’80 ad oggi che ci hanno impoverito e che rappresentano la causa di tutto questo. Quindi c’è bisogno di affittare una stanza libera o di utilizzare una macchina che non usi abbastanza, per condividerne l’utilizzo con altri e trarne un guadagno. Ma questo è solo una parte del problema.

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foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week- Aprile 2016

Il vero problema è che se dopo la prima rivoluzione industriale  perdevi un lavoro, ne trovavi subito dopo un altro nei servizi, mentre adesso, coi servizi sempre più automatizzati,  trovare un lavoro è diventato improbabile. Non c’è più salvezza.

Il problema si è diffuso anche nelle professioni ad alto contenuto cognitivo come quelle dei professori universitari, cioè del top della piramide cognitiva. Grazie alle dinamiche di scala che la rete consente è successo infatti che un solo professore è in grado di insegnare ad una platea di 160.000 studenti di tutto il mondo. Il professore è Andrew Ng, che ha fondato con una collega la piattaforma online Coursera e da solo gestiva 160.000 studenti. Se un professore gestisce da solo 160.000 persone, cosa fanno nel frattempo gli altri insegnanti?Andrew ha fatto un conteggio in cui ha verificato che per raggiungere lo stesso numero di studenti utilizzando una didattica somministrata in modo tradizionale – cioè in aula – gli sarebbero serviti 250 anni accademici. Di questo si sta parlando. Se una persona serve a così tante, le altre persone che fanno il suo servizio non servono più.

Associated press , una delle più importanti agenzie di stampa su scala mondiale, utilizzando dei software di cui paga solo la licenza d’uso, redige degli articoli facendo a meno dei giornalisti. In questo modo si libera dei collaboratori che chiedono variazioni contrattuali, permessi, aumenti di stipendio, si alzano per il caffè o il bagno, contestano per svariati motivi.

Ancora: ci sono macchine che fanno anestesie quasi in automatico, attivate da un solo infermiere e che permettono di sostituirsi all’anestestista che costava ogni volta 2.000 dollari. La macchina interviene invece alla modica cifra  di 200 dollari. Non ci sarà quindi più bisogno di anestesisti.

Nel termine “sharing” , condivisione, potrebbe esserci nascosto – come modo di lavorare – anche qualcosa di nuovo che prima non c’era, come il bisogno di socialità? così frammentata, individualizzata, atomizzata, dove si fatica a trovare lavoro, la sharing economy permette di farsi nuovi amici? Per esempio in una trasmissione in cui si parlava di Uber un’autista diceva che in quell’ attività aveva trovato una dimensione nuova di socializzazione. Altrettanto per le persone che affittano pezzi di casa creando esperienze di viaggio che non era nelle loro disponibilità creando legami nuovi. Questo non ha valore?

Questo corrisponde alla retorica delle narrazioni di Travis Kalanick di Uber e Brian Chesky co-fondatore di Air B&B, i quali dicono di voler restituire la fiducia nelle comunità e che bisogna far sì che gli individui possano trovare delle maniere per fare dei soldi in più. Peccato poi che si scopre che il 13% di quelli che mettono annunci su Air B&B rappresentano il 40% del suo fatturato e sono non singoli individui ma grandi proprietari immobiliari. Il caso più éclatante è raccontato in un libro di Roo Rogers e Rachel Botsnam “what’s mine is your” che raccontava che l’appartamento più caro di Roma che costa 475 euro a notte è di un signore che si chiama Martin di Austin, Texas, e che ne ha un’altra decina sparsi nel mondo. E’ un imprenditore che ha fatto soldi con la tecnologia e che per diversificare ha comprato delle case nel mondo e le affitta. Ci sono anche i singoli che affittano e che generalmente ne hanno bisogno. Ma soprattutto c’è un’ipocrisia molto forte. A un certo punto lo scorso anno ad una conferenza, il fondatore di Uber,  di fronte all’accusa che i prezzi di Uber non sono così convenienti,  ha annunciato candidamente che la motivazione dipende dal fatto ‘”c’è l’altro tipo nell’auto: quando faremo fuori l’autista i prezzi di Uber andranno così giù che non ci sarà più bisogno di un’auto”. In America gli addetti al trasporto sono 3,5 milioni di persone che, con l’indotto, arrivano a 5 milioni di persone impiegate.

Riflettiamoci su.

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foto di @manimente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016