Che arte il profumo!

Tra tutte le cose che oggi condividiamo e che sono condivisibili, ce ne sono alcune – come il tatto e l’olfatto – che i social non sono ancora riusciti a riprodurre pubblicamente, togliendocele dal nostro intimo più privato. I profumi e gli odori sono  per esempio un affare assolutamente personale ed una materia che manca di un linguaggio uguale per tutti.

Materie prime per profumazioni esposte a Palazzo Mocenigo – foto di Palazzo Mocenigo, Fondazione Musei Civici Venezia

L’ impatto emozionale e la persistenza nella memoria individuale  di un odore  è tale da non poter essere nè ripetibile né riproducibile.

Io ricordo con chiarezza l’odore di brace con cui mia nonna si scaldava il letto, e l’odore dei ceppi bruciati nella sua stufa “economica” vicino alla quale si scaldava le ossa; ma ricordo  anche il profumo della pelle lavata col sapone di Marsiglia di una persona a me tanto cara e che associo in modo inequivocabile solo alla sua faccia ed al suo nome.

Insomma ad ogni odore corrisponde un’immagine e un contesto di vissuto  che poi si è trasformato in  sensazione – di freddo, di caldo, di gusto o disgusto – e che alla fine è continuato come emozione. Eterna.

L’olfatto “è uno dei sensi più diffusi nel regno animale, che sia nell’aria, nell’acqua o sulla terra.(..) Non conosco nulla senz’ odore”: 

così Jean Claude Hellena, creatore di profumi per la Maison Hermés. E’ lui che mi ricorda che il naso è il solo organo ricettore di interscambio con l’esterno di cui siamo dotati per la comunicazione diretta tra la nostra intimità,  e l’ambiente in cui viviamo. Forse questa caratteristica è anche il requisito necessario per preservare questo senso dall’”usura” che è toccata invece ad altri, come la vista .

Antichi vasi con materie prime per profumazioni esposte a Palazzo Mocenigo – foto di Palazzo Mocenigo, Fondazione Musei Civici Venezia

Ai profumi spetta un posto speciale: ho voluto parlarne  qui, assieme alle storie di produzioni di artigianato e di creatività artistica perchè si tratta di un mondo dove le mani e il pensiero creativo confermano di essere una parte determinante nella realizzazione di quelle opere.

Fare un profumo, oltre che rappresentare un mestiere creativo ( il mestiere di “naso”creatore di profumi è quello di  “stilista ” o di “sommelier” di fragranze), è anche una tradizione di lunga storia. In Italia, e non soltanto.

Vasi e attrezzature per profumeria esposti a Palazzo Mocenigo- foto di Palazzo Mocenigo, Fondazione Musei Civici Venezia

Si comincia dalla produzione delle materie prime utilizzate(gli olii essenziali come il bergamotto e il gelsomino, specialità italiane) fino al prodotto finale – il profumo – che per ogni regione italiana vanta una propria fonte di ispirazione, in relazione sia alle caratteristiche dei nostri territori che alla cultura del periodo. Sul finire dell’800, ogni regione d’Italia darà alla luce profumazioni diverse: così Capri avrà i suoi profumi a marchio Carthusia, Genova la sua Acqua, e Parma altrettanto, insieme alla famosa Violetta della Borsari & Figli. Senza dimenticare qui a Bologna, in Emilia, la storica Acqua di Felsina brevettata nel 1827 e recuperata oggi a nuova vita col marchio Autentica di Felsina.

Bortolotti etichetta delll’Acqua di Chinina Bortolotti di Bologna, fine XIX sec collez privata – foto Museo del Risorgimento

Sembra incredibile, e ci sfugge facilmente, eppure esiste ovunque una ricca cultura ed una lunga tradizione che viaggiano di pari passo con la sua importanza come risorsa economica, produttiva e di lavoro. Un esempio? Il numero di operatori che affollano le giornate del Cosmoprof di Bologna, una fiera internazionale che è giunta quest’anno alla sua 59sima edizione , con più di 250.000 visitatori in 4 giorni.

E più nascosta ancora, invisibile, c’è una cultura del saper fare che segue i codici del lusso: obiettivo del “naso”  è quello di far sentire chi indossa un profumo una persona con un  “abito” speciale che la renderà inconfondibile tra le altre.

Per questo si cercano oggi  marchi artigianali in cui è più forte la competenza e il gusto del mestiere del maître parfumier, perchè lui solo è in grado di  creare un profumo per nuovi desideri  di chi lo indossa .

Francesca Faruolo, studi in lettere ed una specializzazione in comunicazione e tecnologia dell’informazione, coltiva la passione per la bellezza e se ne è fatta ambasciatrice ideando il Festival Smell. Si tratta di un’occasione in cui – grazie ad ospiti speciali – Bologna “la dotta” avrà un’ occasione per mostrarsi nella sua veste ecclettica facendosi portavoce del lato artistico- culturale della profumeria.

Illustrazione di Georges Bousquet Casajordi per Smell Festival

Non sarà a Milano, capitale della moda e del lusso, né a Firenze, già nota a tutti per la sua storica tradizione di artigianato artistico, ma a Bologna che, a partire da giovedì prossimo 24 giugno, fino a domenica 27,  Smell Festival aprirà con le sue mostre, le installazioni artistiche, le esposizioni di fragranze, i laboratori, le conferenze  e gli incontri con i più famosi operatori del settore. Ci saranno   Diletta Tonatto  della Maison Tonatto, o l’artista Peter De Cupere, fino a Dominique Moellhausen  Perfumer e R&D Vice Director di Moellhausen s.p.a.

Non mi basterebbero le righe veloci di questo blog per raccontare tutto il mondo che riguarda i profumi. Comincio ora per proseguire poi con tutto quello che il Festival ci regalerà non appena aprirà i battenti.

Libri consigliati:
– Le parfum, di Jean Claude Hellena, PUF 2012
una ricca bibliografia specializzata è reperibile a questo link

Link consigliati:
Accademia del profumo
Smell Festival
Bortolotti Acqua di Felsina
Googles arts & culture
Consorzio del bergamotto
Colognoisseur ( blog di profumi)

Video:
Rai Italia Community
Gooogle arts & culture: i fiori di S. Remo
Google arts & culture: mostra delle essenze e dei profumi
L’olfatto, il senso del futuro | Francesca Faruolo | TEDxBologna

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La fiamma: la conosci?

Un tempo, tempo dimenticato dai sogni stessi, la fiamma faceva pensare i sapienti.

Al filosofo solitario regalava mille sogni. Sul tavolo del filosofo, accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura. Evocava immagini senza limite.

La fiamma diventava allora, per un sognatore di mondi, un fenomeno del mondo.

Stavamo studiando in grossi libri il sistema del mondo, ed ecco che una semplice fiamma – ironia del sapere – viene direttamente a proporci il suo enigma.

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Collage con due mosche – Frida Kahlo 1953 – foto @maninmente

Dentro una fiamma non vive forse il mondo? e la fiamma non ha anch’essa una vita? non è forse il segno visibile di una creatura intima, il segno di una potenza segreta? non contiene forse tutte le contraddizioni interne che danno ad una metafisica elementare il suo dinamismo?

Perchè cercare dialettiche di idee quando abbiamo, proprio alla radice di un fenomeno semplicissimo, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri?

La fiamma è un essere senza massa eppure è un essere forte.

Davanti ad una fiamma noi comunichiamo moralmente con il mondo.
Persino in una veglia semplice qualsiasi, la fiamma della candela è il modello di una vita tranquilla e delicata. Certo il minimo soffio la scompone, esattamente come il pensiero estraneo nella meditazione di un filosofo in meditazione.
Ma quando giunge davvero il regno della vera solitudine, quando davvero suona l’ora della tranquillità, allora regna la stessa pace nel cuore del sognatore e nel cuore della fiamma. Allora la fiamma conserva la sua forma e corre, dritta come un pensiero sicuro, verso il suo destino di verticalità.

Ma per il saggio che io immagino, l’insegnamento della fiamma è più grande dell’insegnamento della sabbia che frana via.

ART CITY BOLOGNA.jpgLa fiamma chiama chi veglia a sollevare gli occhi dal suo infoglio. Ad abbandonare il tempo dei doveri, il tempo delle letture, il tempo del pensiero. Nella fiamma il tempo stesso si mette a vegliare.

Sì, chi veglia davanti alla sua fiamma non legge più.

Pensa alla vita. Pensa alla morte.

La fiamma è precaria e vacillante. Questa luce basta un soffio ad annientarla, una scintilla a riaccenderla.

La fiamma è nascita facile e morte facile.

La candela che si spegne è un sole che muore e la candela muore con dolcezza anche maggiore dell’astro del cielo: lo stoppino s’incurva, lo stoppino si annerisce.

La fiamma ha preso il suo oppio dall’ombra che la serra. La fiamma muore bene. Muore addormentandosi.

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Dora Maar – Ritratto di Nusch Eluard – 1920, stampa alla gelatina ai sali d’argento – Mostra 2017 di Palazzo Albergati a Bologna “Magritte Duchamp e i surrealisti” – foto @maninmente

(da “La fiamma di una candela” di Gaston Bachelard)
Radio 3 “Uomini e profeti” del 31 marzo 2018

L’artista va a scuola. Ma davvero ci va?

“Mamma perché ci sono così pochi licei artistici rispetto al classico o allo scientifico?”

E io cosa potrei rispondere? L’unica cosa adeguata la trovo in una scena a cui ho assistito durante l’orientamento scolastico alla scuola secondaria: l’alunna di turno, scelta per presentare il suo percorso,  candidamente, in una sorta di transfer psicologico, così ci informa : “ho scelto l’istituto tecnico commerciale perché mia madre non voleva che facessi l’artistico”.

Non è un caso perchè sembra che la preoccupazione principale delle famiglie che si ritrovano in casa un figlio con attitudini creative sia soprattutto di proteggerli da quel mestiere sconosciuto a cui potrebbero essere destinati per talento, perché l’arte non è considerata un “mestiere” né tantomeno quella dell’artista è una figura riconosciuta e riconoscibile.

Se è un problema di nomi, chiamiamolo diversamente, per esempio chiamiamolo “illustratore”. Non che vada meglio per questa figura, anzi, tutti quelli che hanno un interesse diretto con la persona in questione proveranno a dissuaderla dal tentare quel lavoro (come mi ha detto anche Arianna Papini)

Ma chi è l’illustratore e cosa occorre fare per diventarlo?

Le testimonianze che ho raccolto le ho combinate insieme su queste pagine, riducendo ognuna a poche righe, giusto per abbozzare gli attori, lo scenario e gli strumenti a disposizione di chi sente la “chiamata” ad un mestiere d’arte.

Quando si affronta quel momento delicatissimo che riguarda le proprie scelta di vita, come gli anni da spendere nella propria formazione o la svolta da fare nella propria vita professionale, non sempre si ha la lucidità sufficiente per distinguere bene tra le lusinghe e i respingimenti di questi ambienti così affascinanti, ma misconosciuti e duri.

Guardando con gli occhi di chi si e’ già formato

Tutti – o quasi – i ragazzi che ho incontrato hanno frequentato il liceo artistico.

Illustrazione di Noemi Vola per il libro “Un orso sullo stomaco” di Corraini editore

Noemi Vola, classe ’93,  è in procinto di completare il suo percorso accademico al 5° anno del corso di illustrazione a Bologna. Lavora mentre sta concludendo gli studi così come ha sempre fatto negli anni dell’ accademia, sia collaborando con Blancaun collettivo indipendente di ragazze illustratrici,   sia  con le attività collegate al festivaL Bil Bol Bul . Suoi attuali committenti sono case editrici come Corraini , Bianco e nero e Planeta Tangerina  : sono stati gli editori a contattarla scovandola tra i partecipanti non selezionati attraverso laBologna Children’s Book Fair . Partita con corsi estivi ad Ars in Fabula è approdata all’accademia di Macerata dove non è riuscita a trovare né le opportunità di una collaborazione in rete tra le due realtà formative né un percorso come quello di Bologna. E’ in quest’ultima scuola che ha continuato gli studi trovando finalmente lì la sua dimensione: un corso di laurea, triennale e magistrale, tutto dedicato all’illustrazione, dove prof. come Emilio Varrà, sono stati per lei determinanti.

illustrazione di Valentina Salvatico

ValentinaSalvatico, classe 1984, piemontese come Noemi, mi ha raccontato della sua esperienza all’accademia di Torino con un senso di  vissuto sofferto: i 4 anni nel corso di pittura, pur con tutta la passione profusa nell’arte contemporanea, le hanno lasciato una sensazione di forte estraniamento. All’accademia di Torino infatti ha patito quel senso di distacco dalla realtà che il mondo dell’arte contemporanea può incutere, tutto chiuso in se stesso, nonostante il fascino e gli stimoli che emana. Grazie al lavoro con Franca Aimone  e i suoi laboratori di danza e autoespressività, Valentina ha rionciliato le sue aspirazioni col suo talento ed il mondo reale. Oggi lavora instancabile a nuovi progetti, tra cui quello di rappresentare su veline poesie delicate”   disegnando giorno e notte per non perdere quello che è riuscita a conquistarsi con lo studio, la passione e ora con la sua nuova determinazione.

illustrazione di Laura Aldofredi

Laura Aldofredi, 28 anni, diplomata alla triennale di Belle Arti di Brera e quindi all’Accademia di Belle Arti Jan Matejko di Cracovia, in Polonia, con in tasca il master di Ars in Fabula, è illustratrice ed artista. Il racconto della sua esperienza testimonia la distanza che ha vissuto con l’insegnamento accademico e il bisogno di  una maggior preparazione alla manualità. A Cracovia, per contro, ha  trovato sia la considerazione umana e la formazione manuale che le hanno consentito di scoprire come mettere in pratica ciò che la contraddistingue: cioè la sua ricca vena narrativa. A Brera queste qualità le sono state in qualche modo penalizzate in quanto ritenute ridondanti per l’ambito pittorico.

Da Laura ho capito quanto sia determinante nella vita di un artista riuscire a soddisfare il bisogno di trovare il proprio sé perché, come lei stessa mi ha detto, è proprio dall’ autoconsapevolezza, dall’onestà con cui ci si riconosce artisti o meno, che si può fare l’illustratore ( l’artista). Se un illustratore è molto onesto, allora potrà essere persino più innovativo di quanto un artista riesca ad esserlo nell’ arte contemporanea.

Illustrazione di Lorenzo Ghetti per cartolina To Be Coninued

Lorenzo Ghetti, classe 1989, è fondatore ed autore di To Be Continued Comics  una webcomics che dimostra le potenzialità della narrazione a fumetti sul supporto digitale. In tasca ha un diploma di maturità scientifica e una laurea magistrale all’Accademia di Bologna in fumetto. Riporto direttamente il suo pensiero perché esprime meglio di quanto potrei fare io per rappresentare la sua “filosofia” di vita :

Riesco a mantenermi anche secon un tenore di vita basso (vivo ancora in coinquilinaggio). In fondo non mi serve molto per vivere: preferisco per adesso guadagnare poco ma avere il tempo di fare solo cose che mi piacciono.L’Accademia è stata fondamentale per me, forse non tanto come esperienza didattica ( i suoi insegnanti mi hanno comunque dato molto), quanto con tutto ciò che mi è capitato intorno.

L’Università non ci farà mai trovare la ‘pappa pronta’: siamo noi a doverci muovere. Ma lì ho incontrato molti ragazzi con la mia stessa voglia di fare, e insieme abbiamo iniziato cose al di fuori dell’Accademia.

Con alcuni di loro ho fondato un’etichetta indipendente, Delebile Edizioni, attiva ancora oggi ma di cui non faccio ormai più parte.

Ascoltando gli insegnanti dentro l’Accademia 

davanti all’accademia di Belle Arti di Bologna, sotto i portici – foto @maninmente

Quello che ho scoperto all’ Accademia di Bologna, l’unica in Italia con un corso di laurea in Illustrazione di 5 anni, me l’hanno raccontato i suoi docenti coordinatori: i professori Emilio Varràe Mario Rivellialias Otto Gabos.  Da loro ho saputo che, a differenza di quanto accade negli altri corsi, in Accademia, al dipartimento di illustrazione, c’è una struttura più giovane, orientata a leggere la contemporaneità. Inoltre, poichè il corso ha a che fare con le arti applicate, non solo si studia ma le materie trovano anche la loro applicazione pratica: a fianco dell’apparato teorico, finalizzato a creare consapevolezza nello studente, c’è un ambito completamente laboratoriale-artigianale.

All’Accademia di Bologna i professori Emilio Varrà (sn) e Mario Rivelli (ds) – foto @maninmente

Nel dipartimento di pittura c’è invece tutta quella libertà che serve per una disciplina che non deve avere limiti, e tuttavia questa dimensione, per molti studenti, può risultare  spaesante .

Il corso di illustrazione, per sua stessa natura, è legato al prodotto editoriale, quindi è orientato ad una creatività nel fare. Rispetto alle scuole private l’Accademia ha come obiettivo quello di costruire l’identità artistica e autoriale dello studente, cioè si fa carico di renderlo consapevole rispetto a chi è e a cos’ha da raccontare, dotandolo delle tecniche utili per poterlo fare. Viene fatto anche molto lavoro di artigianalità, insegnando gli strumenti da utilizzare, come lavorare in digitale, quali sono le caratteristiche della stampa, ecc.: manualità e autorialità insieme.

nei corridoi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, davanti alle opere di alcuni studenti del corso di fumetto e illustrazione esposte in occasione di BilBolBul – – foto @maninmente

Venti anni fa chiedere ai genitori di potersi iscrivere all’accademia era molto più destabilizzante per le famiglie: oggi invece, a partire dal 2000,  il titolo di studio ha acquisito lo stesso valore legale di una laurea.  Per chi voleva seguire la strada dell’illustratore o del fumettista, all’epoca, mancava pure quella rete che oggi è invece possibile trovare già durante il percorso di studi: per esempio oggi succede che gruppi di studenti che si incontrano a scuola, uniti da interessi ed affinità, si ritrovano a condividere un progetto e creano delle autoproduzioni. Un mercato parallelo rispetto a quello classico, che non dà da vivere, ma che funziona, ed è identico al fare un libro tradizionale col quale le autoproduzioni si pongono sempre più in competezione in modo  concorrenziale. Gli stessi docenti sono un utile riferimento  “della rete” anche per aiutare i ragazzi a non cadere nelle trappole di contatti troppo prematuri con gli editori, col rischio di “bruciarsi” presto o di essere  facili prede di editori senza scrupoli.

libri negli scaffali della libreria di Mattia – foto @maninmente

Cosa guadagna sul mercato un illustratore?

Per un illustratore ci sono 2 possibilità: la prima, consigliata, è il diritto d’autore, meglio se basato su un anticipo non rimborsabile delle previsioni di vendita,  con eventuali royalties alla fine delle vendite, liquidate in  misura variabile nella percentuale del  6 – 8%, in relazione alla notorietà dell’autore ed alla tiratura della pubblicazione.

L’altra possibilità si chiama work made for hire , cioè lavoro in affitto su commissione: funziona con un pagamento a forfait, con diritti ceduti. Viene sconsigliato a meno che non interessi cedere il proprio diritto d’autore.

Si sta inoltre diffondendo la pratica del contratto con anticipo zero che rappresenta un territorio un po’ incerto dove il rischio è quello di non prendere nulla.

Se il lavoro viene realizzato in 2 – redattore ed illustratore – si divide il compenso accordandosi su percentuali variabili tra il 30-70 o il 50-50, in base agli accordi raggiunti.  Nel fumetto tra l’altro c’è chi lo scrive chi lo disegna e chi lo colora e  il compenso si ripartisce tra 3 persone.

Non esiste nessuna agevolazione garantita da albi – inesistenti per la professione – o sindacati. Essendo i numeri della categoria molto ridotti le contrattualistiche sono deboli , senza forza d’urto contrattuale.

Un illustratore può lavorare in diversi settori: dalla scuola, al cinema, al fumetto, ai ragazzi, nella grafica: è un po’ una giungla ma la cosa certa è che dal percorso scolastico non ci si può aspettare un posto sicuro. La scuola  dà gli strumenti ma non ti garantisce il posto soprattutto oggi in cui non esiste posto fisso, in un’epoca che è quella dell’invenzione e del reinventarsi ogni volta

A volte ci sono compromessi, mediazioni, e c’è anche chi tutto questo non riesce ad accettarlo:se si è giunti alla consapevolezza di essere artisti bisogna negoziare anche con la necessità, per mantenersi, di dover fare anche altri lavori riuscendo così a continuare nella propria ricerca.

Sarebbe necessario non cadere nella facile ipocrisia  che parte ancora dalla domanda: cosa fai come lavoro? E’ un passaggio frutto di una visione malata: forse Jannacci era più  cantante o più medico, Paolo Conte, più un cantautore o un avvocato? Henri Rousseau, era gabelliere nell’ufficio comunale del dazio di Parigi, e Vincent Van Gogh vendeva litografie, fotografie, dipinti, ecc. nella filiale dell’Aia della Goupil & Co, nota casa d’arte.

Certe distinzioni non contano. L’artista non è fare un lavoro che appena lo si inizia possa dare immediatamente uno stipendio. 

Con gli occhi un’artista e arte terapeuta

illustrazione di Arianna Papini per la copertina ” Droles d’animaux”

Arianna Papini, nota illustratrice, scrittrice, artista e arte terapeuta, quando mi ha raccontato il suo punto di vista mi ha letteralmente portato dentro alla sua poesia. Una poesia non priva di sano realismo che emerge quando mi dice che

“chi intraprende questa strada non può stare mai un giorno senza disegnare: è questa la scuola fondamentale per l’attività. L’insegnamento può al massimo riguardare il metodo. Alla fine quello che conta è la passione – che deve essere grandissima – conta crederci e conta l’ipersensibilità dell’individuo che è fondamentale. Ma nello stesso tempo conta essere molto forti. Essere resilienti. 

Alla fine l’arte ripaga sempre perché è uno spazio meraviglioso dove si può comunicare con tutti senza nemmeno conoscere l’idioma dell’ interlocutore”.

Ma non si deve mai dimenticare che fare l’illustratore è anche un mestiere e come tale ha un committente – l’editore assieme al suo team – e  quindi bisogna sapersi relazionare con lui, rispettando le regole di lavoro e le scadenze; “l’editore è come un compagno di viaggio in un progetto comune” e l’illustratore non è un artigiano ma un artista con proprie idee che per poter essere applicate hanno bisogno di percorrere una strada insieme  a molte altre persone, con cui  dovrà avere a che fare.

Punto di partenza dell’insegnamento è l’autobiografia. Di solito la maggior parte degli insegnanti si focalizza sui lavori di autori già noti che vengono poi clonati senza che tutto ciò  aiuti l’allievo a trovare la propria identità permettendogli una vera innovazione.  Si insegnano agli studenti questi autori e invece di accompagnarli a trovare se stessi li si indirizza verso la loro imitazione.

L’amore per la lettura è poi un requisito non secondario perché si sarà incaricati di fare copertine di libri e per riuscirci servirà  leggerli più di una volta, magari anche in lingua originale .

Come la vede  l’editore

Per Lina Vergara, fondatrice di Logos edizioni,  una delle più ricercate case editrici di libri illustrati

un bravo artista non ha bisogno di fare la scuola perché quello bravo è quello che si sveglia alla mattina e disegna. Da solo cerca le proprie mete, i propri obiettivi e da solo cerca i suoi riferimenti. Poi la società gli richiede una giustificazione che consiste nella scuola. Pur essendo quella dell’illustratore una professione, l’ artista vero non necessariamente entra nel mondo dell’accademia. Non ha bisogno che qualcuno gli insegni come diventare grande perchè ha già in sé tutta la volontà e l’aspirazione a volerlo diventare.”

L’illustratore, secondo Lina Vergara, è un artista, anzi non fa differenza tra pittore e illustratore.

Strutturare troppo i ragazzi attraverso la scuola a volte appare più una necessità del genitore che vuole educarli a un mestiere piuttosto che una vera necessità. Conta che i ragazzi siano educati a vivere, cioè a saper scegliere una direzione e a portarla avanti con grande impegno e determinazione.

fumetti di Jesse Jacobs nella libreria Mirabilia a Bologna – foto @maninmente

Per concludere

Quando mi sono iscritta al DAMS ho conosciuto moltissimi artisti o aspiranti tali. Persone più o meno strane, a volte anche normalissime, moltissime fragili, la maggior parte di loro quasi inafferrabili. Ne sono sempre stata affascinata: assieme a loro mi ha sempre affascinato l’arte e la figura dell’artista. Anche se quel periodo universitario risale ormai alla “notte dei tempi” ho un ricordo vivissimo di quell’ esperienza: bellissima, nonostante, assieme all’ euforia, si patisse la frustrazione di essere inattivi  proprio in un momento della vita in cui hai talmente tanta energia e voglia di fare che pare assurdo sprecarla così, seduti ad ascoltare i prof e ad aspettare un domani con laurea.

Illustrazione di Laura Aldofredi basata sul libro di Octavio Paz “The Labyrinth of Solitude”

Oggi conosco molti ragazzi, artisti e aspiranti tali. Ne vedo i sacrifici e la dedizione e percepisco chiara la loro sofferenza per l’instabilità che vivono, le loro paure quotidiane, alla  ricerca continua di uno spazio di riconoscimento che a volte parte ahimè proprio da se stessi e che per questo  motivo  sono più esposti alle frustrazioni ed al rischio di non riuscire ad intrecciare il proprio sè col contesto sociale.

“Calati dentro questa ‘economia della promessa”’nella quale combattono per riuscire a sopravvivere, macinando quella frustrazione e quel risentimento che sono all’origine di numerosi casi di una sofferenza esistenziale profonda”. (C. Morini -Doppio Zero)”

Non molto tempo fa ho rivisto  un amico carissimo,  artista e compagno al DAMS, oggi irriconoscibile: ha fallito, troppo fragile, e non è più un artista, ma un disperato.

La realtà è che noi siamo immersi in una società dove il lavoro pervade ogni anfratto della nostra vita. Al di là del puro mantenimento, il vero e unico lume che dovrebbe guidare ogni aspirante artista è quello della parabola dei talenti esortati a  non seppellire il proprio talento solo per paura, ma ad osare a fare frutti.

Solo così potrà liberare  la forza del desiderio, questo motore inarrestabile della vita e del suo rigenerarsi creativo  (come anche si legge nel libro  di Recalcati “contro il sacrificio”).

E’ a tutti questi ragazzi, gli uomini e le donne appassionati,  che dedico le pagine qui scritte. Auguro loro di non buttarsi mai via, di amarsi tanto più di quanto il mondo voglia loro bene. Le passioni che hanno alla fine sono la luce di chi continua a trascinarsi nel grigio di tutti i giorni. Tutti ne abbiamo profondamente bisogno.

Illustrazione di Valentina Salvatico

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CREDITS:

Vorrei ringraziare Valentina, Laura, Noemi e Lorenzo che si sono resi disponibili a mettersi a nudo e raccontarmi le loro storie: mi hanno aiutata a tenere un filo nella concretezza.
Ringrazio Arianna Papini che ho conosciuto come una persona speciale e che riconosco come un’artista straordinaria.

Grazie sicuramente anche ai prof Emilio Varrà e Mario Rivelli che  hanno messo a disposizione il loro tempo per raccontarmi la vita in accademia.

Grazie a Lina Vergara che mi ha accolta nella sua splendida libreria a Bologna: da frequentare!

Per ognuna delle persone qui citate rimando ai link che troverete nella pagina qui: scoprirete quanto c’è ancora e ancora e ancora da sapere!