A proposito di futuro.

Sabato scorso, 11 giugno, la trasmissione di Radio3 “tutta la città ne parla” ha trattato il tema “il futuro del lavoro e i lavori del futuro” all’interno della festa “arte, cultura e lavoro”. Mi è venuta voglia di trascrivere due dei punti di vista espressi nel corso della trasmissione perchè hanno riguardato degli spunti importanti su cui riflettere e che ho trovato particolarmente stimolanti per ripensare al lavoro ed alle sue prospettive nel futuro.
Ho scelto di trascrivere il discorso di due degli esperti interpellati: Aldo Bonomi e Riccardo Staglianò. Sociologo e fondatore del Consorzio A.A.S.TER., famoso per la sua definizione del capitalismo italiano come “capitalismo molecolare” oggi diventato poi “capitalismo infinito” il primo, giornalista di Repubblica, inviato del Venerdì  e autore del libro “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, il secondo.

Crescono le ore lavorate perchè ci sono più occupati, ma non cresce con altrettanta velocità il PIL, il fatturato di quel lavoro. Cioè l’Italia non cresce o cresce meno. Significa che siamo meno bravi di un tempo a produrre cose di qualità, che rendono,  rispetto ad un tempo?

Innanzitutto non esiste più la piazza universale dei mestieri. E’ cambiata senza che noi ce ne accorgessimo, presi dal “guardare il dito (i numeri) senza porci il problema della luna”. Significa che ogni mese o trimestre siamo tutti molto attenti ad aspettare i dati ISTAD e guardiamo allo zero-virgola di variazione percentuale che i dati ci possono raccontare: la disoccupazione è 12,1 o 12,3 percento?  la disoccupazione giovanile è al 40,2 o al 40,1 percento? Il problema non è il dito ma la luna, cioè la domanda se si può tornare ai salti d’epoca e a quelli che sono i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni rispetto alla dimensione del lavoro. E se sì, quali sono questi cambiamenti? Noi continuiamo ad avere  una concezione del lavoro come se fossimo ancora dentro la società verticale fordista: la grande impresa, la grande azienda pubblica, la banca, l’ impiego a vita, con annessi e connessi (l’ asilo pubblico, il welfare, le pensioni, ecc).

 

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Il manager delle stelle: foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Ma, quell’epoca è in crisi. Quella dimensione del lavoro non c’è più.

In secondo luogo, stando al primo postfordismo, nella società è orizzontale in cui la competizione si svolgeva dentro e fuori di essa, ci hanno detto che se volevi lavorare dovevi fare piccola impresa (in Italia questo ha rappresentato il cd ‘capitalismo molecolare’, e su questo livello si è dimostrata un paese virtuosissimo ) o, se eri giovane,  aprire una partita IVA.

In terzo luogo oggi ci sono i narratori. E il “raccontatore” per i pellegrini, oggi si chiama Airbnb o UBER. Se vuoi spostarti, devi cercare UBER, e se vuoi andare incontro ai pellegrini, devi decantare sulla rete la bellezza del tuo piccolo appartamento che metti in vendita su quel sito. Questo è il grande cambiamento: sta avanzando la società circolare. Siamo tutti in circolo ‘allegramente’.

Ma la società circolare si divide in due grandi cambiamenti: o è ‘ruota della fortuna’ ( e qui qualcuno ce la fa, come qualche start up appena nata  e che fa immediatamente 10 milioni di dollari. Ma quante sono? tutti ci dicono ‘fate le start up e avrete raggiunto la fortuna’) o è ‘la ruota del criceto’ ( ad es: la piattaforma per lavare la macchina che al costo di 14 euro ti manda a casa un ‘servo’ che ti fa il lavoro ed il cui compenso partecipa come “un caporalato antico” al 30% agli incassi della start up).

Questo è il punto critico dove occorre scavare.

Nel capitalismo molecolare tutta la famiglia contribuiva al lavoro e faceva impresa. Nel fordismo è l’uomo bianco europeo maschio che aveva diritto alla pensione (in seguito anche la donna) che contribuisce, nella visione ideal- tipica del lavoro, alla produzione.

Oggi, nella società circolare, ciò che conta è la cittadinanza attiva. Da una parte essa deve provvedere e muoversi nel welfare (quindi dobbiamo occuparci giustamente dei grandi temi, che sono i temi drammatici dei rifiuti, dell’acqua, dell’ambiente, di un volontariato che include) e dall’altra deve correre. Senza dimenticare di stare attenta allo storytelling  fatto dai grandi gruppi (i raccontatori, gli affabulatori) quando ci ammiccano dicendoci “ragazzi entrate dentro, perchè qui c’è il miglior mondo possibile”. Questa società circolare deve rimettere invece dentro, nella dinamica della storia, proprio la storia della società, smettendo di parlare dello ‘zero virgola’ ma parlando piuttosto di un destino di cambiamenti d’epoca che tocca tutti.

E lì dentro ci sta anche la dimensione dei migranti, che non è un problema caritatevole ma un problema di numeri: nei paesi subsahariani l’età media è di 15 anni, nei paesi europei, di 45, nell’ Italia, un po’ di più. Meno siamo, più decliniamo e siamo destinti a morire.

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foto di @manimente: allestimento Citizen al Fuorisalone, Milano Design Week, aprile 2016

Il futuro ci fa paura. Solo il grande modello rassicurante delle organizzazioni sindacali, delle grandi imprese e dei partiti di massa verso le quali i lavoratori avevano fiducia, poteva garantire l’ottimismo e la sicurezza nel futuro?

No, nessuna nostalgia per il passato semplicemente perchè non torna più, non per altro. Però attenzione: avere memoria del passato è importante perchè in quel passato c’era la rappresentanza della forza del lavoro che contava di più. Ora dobbiamo pensare come le forze dei nuovi lavori organizzano a loro volta nuove forme di rappresentanza per mettere una ‘zeppa in mezzo alla ruota del criceto’. Quindi tenere conto della memoria del passato ci serve per cominciare nuovi processi di organizzazione rispetto a questo.

Il futuro certamente fa paura ed è incerto però bisogna entrarci dentro semplicemente senza essere subordinati alle retoriche che vengono solo dell’economia.

Claudio Napoleoni, grande economista, diceva ” tra economia e politica bisogna mettere in mezzo la società“. Oggi c’è un predominio dello storytelling dell’economia, della finanza e dell’innovazione e c’è una politica un po’ subalterna: bisogna rimettere in mezzo la società, con i suoi problemi concreti e reali di cui il futuro dei giovani e dell’occupazione è uno dei principali.

Quale forma le imprese devono avere? “piccolo non è più bello” ha detto il presidente di Confindustra Boccia.

Nessuno ha mai sostenuto che “piccolo è bello”. Si tratta di una diatriba antica tra i sostenitori dei ‘cespugli’ e i sostenitori della grande impresa. Beccattini, grande maestro, dice “intimo è bello”.

Sono i nessi di connessione della società e del territorio che contano. Bisogna ripartire da qua. Il problema non è più la proliferazione delle piccole imprese, dei capannoni: non è più quel modello, ovviamente. Bisogna invece rimettere assieme i meccanismi di territorio, i territori che hanno coscienza di sè e si rapportano con i flussi. Il paradigma della modernità sono i flussi del grande cambiamento che impattano nei luoghi e li cambiano culturalmente, antropologicamente, storicamente, socialmente.

Quanti cambiamenti abbiamo dovuto vivere dall’inizio del nuovo secolo ad oggi? tantissimi, eppure una città – se ha coscienza di sè – incomincia a ridisegnare se stessa. Ripensare la coscienza di sè serve per produrre nuove forme di rappresentazione, nuove forme di lavoro, nuove forme di cultura. Dipende da questo: dalla coscienza dei luoghi, e dalle nostre coscienze di mettere insieme dei meccanismi di contrasto alla pura logica di globalizzazione che vengono avanti.

 

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foto @maninmente; allestimento al Fuorisalone Milano Design Week – aprile 2016

L’immaterialità del digitale: noi dobbiamo stare accorti rispetto a quali minacce? Le start up piccole o le grandi realtà del web ? (risponde Riccardo Satglianò)

Il problema delle tante ore lavorate e di una crescita più bassa dipende dal fatto che abbiamo scambiato il lavoro con i lavoretti che è anche il problema della sharing economy (o gig economy). Si fanno lavori degradanti che rendono meno, che hanno salari peggiori e che per diventare adeguatamente consistenti devono essere numerosi. Questa è la sharing economy.  A livello di numeri se si guarda al numero di lavoratori, Air B&B ha superato, a Parigi, in pochi anni, per fatturato Hilton e Marriot, le più grandi catene alberghiere. Guardando dal punto di vista dell’utente l’ utilità immediata che ne ha ricavato è evidente. Al secondo livello, invece, Air B&B conta 24 impiegati contro 200.000 addetti dell’intero settore alberghiero, a Parigi. Ma soprattutto il dato più éclatante è che le tasse pagate dal primo, a Parigi, ammontavano ad 84.000 € contro i 3,5 miliardi, dei secondi. Cosa vuol dire? Le tasse si trasformano in servizi e sono soldi in più per la collettività: se si tolgono, si impoveriscono le persone.

Quindi la grande falsificazione sulla sharing economy è che è un modo democratico per arrotondare.

Ma la vera domanda che ci si deve porre è: perchè abbiamo bisogno di arrotondare? una volta non c’era bisogno di arrotondare, una volta c’erano degli stipendi, e ne poteva bastare anche uno solo.

Sono le varie crisi, il cambiamento dell’economia dagli anni ’80 ad oggi che ci hanno impoverito e che rappresentano la causa di tutto questo. Quindi c’è bisogno di affittare una stanza libera o di utilizzare una macchina che non usi abbastanza, per condividerne l’utilizzo con altri e trarne un guadagno. Ma questo è solo una parte del problema.

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foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week- Aprile 2016

Il vero problema è che se dopo la prima rivoluzione industriale  perdevi un lavoro, ne trovavi subito dopo un altro nei servizi, mentre adesso, coi servizi sempre più automatizzati,  trovare un lavoro è diventato improbabile. Non c’è più salvezza.

Il problema si è diffuso anche nelle professioni ad alto contenuto cognitivo come quelle dei professori universitari, cioè del top della piramide cognitiva. Grazie alle dinamiche di scala che la rete consente è successo infatti che un solo professore è in grado di insegnare ad una platea di 160.000 studenti di tutto il mondo. Il professore è Andrew Ng, che ha fondato con una collega la piattaforma online Coursera e da solo gestiva 160.000 studenti. Se un professore gestisce da solo 160.000 persone, cosa fanno nel frattempo gli altri insegnanti?Andrew ha fatto un conteggio in cui ha verificato che per raggiungere lo stesso numero di studenti utilizzando una didattica somministrata in modo tradizionale – cioè in aula – gli sarebbero serviti 250 anni accademici. Di questo si sta parlando. Se una persona serve a così tante, le altre persone che fanno il suo servizio non servono più.

Associated press , una delle più importanti agenzie di stampa su scala mondiale, utilizzando dei software di cui paga solo la licenza d’uso, redige degli articoli facendo a meno dei giornalisti. In questo modo si libera dei collaboratori che chiedono variazioni contrattuali, permessi, aumenti di stipendio, si alzano per il caffè o il bagno, contestano per svariati motivi.

Ancora: ci sono macchine che fanno anestesie quasi in automatico, attivate da un solo infermiere e che permettono di sostituirsi all’anestestista che costava ogni volta 2.000 dollari. La macchina interviene invece alla modica cifra  di 200 dollari. Non ci sarà quindi più bisogno di anestesisti.

Nel termine “sharing” , condivisione, potrebbe esserci nascosto – come modo di lavorare – anche qualcosa di nuovo che prima non c’era, come il bisogno di socialità? così frammentata, individualizzata, atomizzata, dove si fatica a trovare lavoro, la sharing economy permette di farsi nuovi amici? Per esempio in una trasmissione in cui si parlava di Uber un’autista diceva che in quell’ attività aveva trovato una dimensione nuova di socializzazione. Altrettanto per le persone che affittano pezzi di casa creando esperienze di viaggio che non era nelle loro disponibilità creando legami nuovi. Questo non ha valore?

Questo corrisponde alla retorica delle narrazioni di Travis Kalanick di Uber e Brian Chesky co-fondatore di Air B&B, i quali dicono di voler restituire la fiducia nelle comunità e che bisogna far sì che gli individui possano trovare delle maniere per fare dei soldi in più. Peccato poi che si scopre che il 13% di quelli che mettono annunci su Air B&B rappresentano il 40% del suo fatturato e sono non singoli individui ma grandi proprietari immobiliari. Il caso più éclatante è raccontato in un libro di Roo Rogers e Rachel Botsnam “what’s mine is your” che raccontava che l’appartamento più caro di Roma che costa 475 euro a notte è di un signore che si chiama Martin di Austin, Texas, e che ne ha un’altra decina sparsi nel mondo. E’ un imprenditore che ha fatto soldi con la tecnologia e che per diversificare ha comprato delle case nel mondo e le affitta. Ci sono anche i singoli che affittano e che generalmente ne hanno bisogno. Ma soprattutto c’è un’ipocrisia molto forte. A un certo punto lo scorso anno ad una conferenza, il fondatore di Uber,  di fronte all’accusa che i prezzi di Uber non sono così convenienti,  ha annunciato candidamente che la motivazione dipende dal fatto ‘”c’è l’altro tipo nell’auto: quando faremo fuori l’autista i prezzi di Uber andranno così giù che non ci sarà più bisogno di un’auto”. In America gli addetti al trasporto sono 3,5 milioni di persone che, con l’indotto, arrivano a 5 milioni di persone impiegate.

Riflettiamoci su.

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foto di @manimente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Il Teatro di Gualtieri: dalle stanze del dottore fino al teatro rovesciato.

C’era una volta uno spazio, appiattito lungo le paludi della Bassa Reggiana. Un posto dove la gente poteva anche morire d’inedia o per gli acquitrini intorno. Lì – e precisamente a Gualtieri – comincia la storia del  Teatro Sociale ,  un  racconto da conoscere  perchè ricco  di  belle storie, di persone attive e di bei finali a sorpresa. E’una storia da raccontare  perchè il Teatro di Gualtieri è un teatro magnifico, un luogo davvero particolare: non finito, diroccato, spezzettato in tanti spazi. Un luogo unico e suggestivo.

Devo per forza cominciare da qui – primo di due articoli –  per dare un’idea completa di questa splendida realtà della Bassa Reggiana. Una  terra tormentata prima dall’acqua delle paludi e poi, in anni più recenti, dal terremoto del 2012.

Per vederlo dal vivo ed ascoltare la sua storia dentro ai suoi muri, e con le parole di una sua mur-attrice, ho approfittato della due giornate –  “a scena aperta”  – che IBC Emilia Romagna ha organizzato con l’apertura al pubblico dei teatri storici della regione.

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la mur-attrice Carla che accompagna le visite durante “A scena aperta”

L’“incontro” col teatro di Gualtieri ha un duplice effetto: subito l’edificio fisico, “teatrale”,  imponente da fuori e grazioso e duro dentro, ingombra la vista.  E’ integro nella sua versione originaria, non manipolato cioè con interventi di recupero invasivi; si presenta coi suoi anni (anzi secoli, ormai) e le sue cicatrici, senza nessun artificioso make up.  Poi quello spazio si fa teatro anche dentro di te, perché esagera. Un po’ come le contraddizioni della Palermo barocca, devastata dall’incuria e dalla cementificazione, ma così passionale nelle sue contraddizioni da non poterti lasciare indifferente. E’ un luogo che “appare come se fosse stato sventrato da un bombardamento in tempi di guerra”.

 

L’edificio dove nascerà il Teatro di Gualtieri è Palazzo Bentivoglio, una fortezza del 1600 voluta da Cornelio e Ippolito Bentivoglio per ospitarvi la famiglia con la sua corte. Ma se l’idea originaria era quella di offrire una splendida magione ai suoi residenti, dal 700 quell’edificio subisce il tragico destino delle vittime delle scorrerie di guerra: segnato dai vandalismi, spogliato di tutto e quindi ridotto ad alloggio delle milizie di passaggio.

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la platea e il palcoscenico dai palchi del teatro

Nel 1750  interviene il Comune che lo acquista per farne il palazzo comunale e metterlo così al servizio della comunità locale. Ma l’acqua incombe sempre minacciosa sulla zona e per controllarla si sacrifica una  consistente porzione dell’edificio destinandola agli argini (i “pennelli frangi-corrente”) di protezione dal fiume.

 

Il palazzo, pensato originariamente come dimora privata, entra nella mano pubblica e, guarda caso, si trasforma nell’abitazione del medico condotto e del chirurgo e “somministra i comodi per la pesa, per il macello, per il dazio della ferma, salina e grani per le sue moliture, e quartiere alla guardia della ferma, oltre i magazzini inservienti ai bisogni pubblici”.

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il fronte del teatro di Gualtieri

Poi finalmente arriva l’architetto Giovan Battista Fattori che, oltre ad intendersi di edifici, è un appassionato di teatro e guida un gruppo di attori dilettanti. Sarà lui che nel 1775 trasformerà le stanze adibite ancora ad alloggio del medico e del chirurgo nel piccolo Teatro Principe. Tutto ciò col beneplacito e la gioia della comunità che benedice l’iniziativa in quanto fonte di occupazione e impiego della gioventù dell’epoca. Lì immagina solo  “ onesti divertimenti e per istruirla e renderla vantaggiosa e liberarla dall’ozio in certi tempi dell’anno “.

Ma nella lunga serie di eventi che si succedono nella storia non poteva mancare l’ incendio fatale, la causa della rovina  del teatro che dopo 99 anni di attività è costretto a chiudere.

Passano gli anni fino al 1905 e  l’amministrazione comunale riabraccia finalmente l’idea di recuperarlo ed ampliarlo. Ma ormai lo sanno già tutti come va a finire perchè  i fondi a disposizione non bastano per sostenere l’impegno economico dell’intervento.

Allora chi arriva? Nessun paladino ma solo chi crede nell’iniziativa, cioè i futuri proprietari dei palchi. Saranno loro ad intervenire in soccorso del teatro fondando nel 1905 la Società Teatrale i cui fondi versati a pegno dell’acquisto dei palchi di primo e secondo ordine permetteranno di contribuire con circa 2.000 lire sulla spesa totale di 25.000 per il recupero del teatro.

Questa sarà la prima manifestazione della “socialità” del teatro di Gualtieri: gli spettatori, i cittadini che vogliono lo spettacolo coi suoi divertimenti, si fanno promotori dell’iniziativa che lo riporterà in vita.

E’ il 1907 quando riapre i battenti il nuovo teatro: torna la ludica vitalità delle scene in queste lande piatte.  Ma poichè già dal 1907 non di sola cultura ci si può divertire, il teatro diventerà anche la sede di feste da ballo e di veglioni di un gruppo di giovani operai – quelli della Palanca Sbusa (il soldo bucato, cioè senza valore alcuno) .

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affresco nel soffitto del retropalco del teatro

La storia va avanti e altri divertimenti si fanno strada: negli anni ’30 all’attività teatrale si aggiunge quella cinematografica grazie all’acquisto di un proiettore. Il teatro di Gualtieri diventa così un centro per il divertimento di tutta la popolazione della Bassa Reggiana. L’attività è frenetica fino a quando non viene messa in crisi definitivamente dall’avvento del cinema.

 

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proiettore Fedi utilizzato per le pellicole del cinema

Sono gli anni ’70 e nel Teatro Sociale di Gualtieri le proiezioni cinematografiche sostituiranno man mano la produzione teatrale con pellicole perlopiù a luci rosse.

L’avvento del cinema domestico, dispensato comodamente a casa da un apparecchio televisivo, segna l’ennesima svolta storica del teatro. 

Così arriva il 1979, anno che decreta definitivamente la chiusura del teatro per i seri problemi strutturali manifestati dall’edificio. Si iniziano interventi di recupero che tuttavia  non vengono mai completamente conclusi a causa dell’annosa scarsità di fondi per la cultura.

L’ultima decadente attività di cui si fa sede il teatro riguarda l’accoglienza di allestimenti di presepi natalizi.

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nelle stanze del teatro dedicate agli alloggi per gli attori

Finalmente è il 2005: è l’anno in cui un gruppo di ragazzi ventenni viene folgorato da questo spazio grazie alle indicazioni di un’amica, coinvolta nei precedenti lavori di consolidamento. Indignata per l’abbandono in cui si è impaludato, riesce a trasmettere agli amici un sogno che diventa un obiettivo comune e rianima di vita quel luogo. Diventa una scommessa: quella di riuscire a recuperare un teatro di memoria storica e di poter esprimere  una passione per la sua scena.

 

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nelle stanze del teatro dedicate agli attori

Così, se per concretizzare un sogno occorre rimboccarsi le maniche, questi ragazzi si alambiccano tra soluzioni creative e mandopera faticosa. Grazie a loro, giorno dopo giorno, il teatro ritrova la sua luce, sia come spazio fisico che come luogo di spettacolo ed eventi teatrali. Una manodopera faticosa perché questi ragazzi – su tacito accordo dell’amministrazione comunale – spalano carriolate di detriti e rimettono a nuovo gli spazi, pensando, scrivendo e provando contemporaneamente idee da metter in scena. Il tutto con mur-attori, cioè attori, muratori e quant’altro serva per far rivivere questo storico spazio di cultura e spettacoli.

 

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un momento di “cantiere aperto” (foto dal sito del  Teatro Sociale di Gualtieri- di Nicolò Cecchella )

La messa in scena che rompe qualsiasi argine di anonimato e di “clandestinità cittadina” in cui stava vivendo il loro “sotterraneo lavorio”, si recita nell’estate del 2006, con l’asta pubblica a cui sono invitati tutti: volantini sparsi nel paese convocano gli abitanti di Gualtieri per assistere alla pubblica vendita del loro stesso teatro.

Partecipano tutti, scandalizzati dall’evento, per impedirne la vendita. La generale mobilitazione della cittadinanza, ignara di stare partecipando in realtà ad uno spettacolo, sortisce l’effetto di risvegliarne le coscienze perché i cittadini convocati si percepiscono stavolta come i legittimi proprietari ma soprattutto perché vengono stimolati a sentire la propria responsabilità nei confronti dei pubblici beni del loro territorio.

Dentro allo spettacolo intervengono 300 persone che simbolicamente accolgono i personaggi delle arti (pittura, scultura, letteratura, poesia e danza) e abbattono il muro che barrica le porte del teatro. Una chiara e cosciente ribellione alla sua vendita.

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manifesti sui muri del Teatro di Gualtieri

Da quella data cominciano i lavori di restauro svolti in forma di totale volontariato, con l’impegno sottile ma coraggioso dell’amministrazione comunale che ha scommesso sui sogni di questi ragazzi appassionati. Si parlerà così di “cantiere aperto” ed il teatro si modificherà sotto le loro mani. Il pubblico stesso , da quella sera, da beneficiario passivo dello spettacolo, diventerà contributore responsabile, con il proprio lavoro, della rinascita del teatro.

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la platea e il “palcoscenico” visti dai palchi

Ma nella storia ci sono anche eventi imprevisti come il terremoto del 2012 che assesterà una battuta di arresto ai lavori. Non sarà tuttavia un deterrente alla voglia di quei ragazzi – ora costituiti in un’Associazione – di fare. Con la rassegna “teatro in rada” verranno portati sul palco una serie di eventi per coinvolgere il pubblico nei lavori di consolidamento. I numeri dimostrano a sufficienza la situazione: 250 tonnellate di terra e calcinacci rimossi con badili e carriole, 120 mq di pavimento storico restaurati centimetro per centimetro. Quasi 50 serate di lavoro con  lavoratori volontari da tutta la provincia di Reggio Emilia. Un’esperienza unica di recupero collettivo di un bene comune. Un esempio da raccontare,  da sentire direttamente dai ragazzi del Teatro Sociale.

Le foto qui raccolte aiutano meglio questo racconto, e il prossimo post potrà aggiunge qualche riflessione in più.

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manifesto d’epoca di uno spettacolo

 

Creatività e creativi al Salone del Libro per Ragazzi

2010-12-07 09.11.36All’età di 5 anni sono stata sorpresa dai miei genitori – che a loro volta hanno sorpreso me con una sonora “ripassata” sul mio fondo schiena – mentre completavo sulle tre pareti libere di una stanza-ripostiglio di tre metri per due, il disegno di alcuni buffi personaggi in dimensioni reali (cioè all’epoca grandi quanto me). Lo shock per le sculacciate lo ricordo ancora perché da allora non ho più manifestato desideri di esprimermi “artisticamente” nel resto della casa. Le mie velleità illustrative da quel momento in poi sono precipitate drasticamente, mentre fiorivano in me spontanee domande sull’ingiustizia del mondo verso la “libera espressione dello spirito”.

Ma questa è un’altra storia, perché quella della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna è un momento recente, anzi talmente vicino che non si è ancora chiuso, visto che questo fine settimana continuerà con il week end dei giovani lettori che comincia da oggi, venerdì 8 aprile,  fino a domenica 10, con mostre, incontri e laboratori.

Le cifre dell’editoria per ragazzi.

Detta in altro modo, la Bologna Children’s Book Fair è una fiera che, dietro l’immagine fantastica che propone agli adulti – i genitori – ed ai bambini e ragazzi a cui si rivolge, rivela cifre da vera e propria industria della creatività. I dati rilasciati da AIE (associazione italiana editori ) fotografano un settore – quello dell’editoria per ragazzi e bambini –  che nel 2015 è cresciuto del +7,9% con un fatturato che ha raggiunto i 182milioni di euro (nei canali trade, esclusa la GdO; dati Nielsen per AIE);  sono invece 219,7milioni gli euro (+ 5,3% rispetto all’anno scorso) valutati secondo le stime dell’Ufficio studi AIE considerando tutti gli altri canali (toy center, uffici postali, fiere e saloni, GdO, ecc). Ad esso va aggiunto il fatturato derivante dalla vendita dei diritti di libri per bambini e ragazzi che è arrivata infatti a coprire oltre un terzo dell’export complessivo dell’editoria italiana (il 35,6% per la precisione): oggi ne esportiamo 2140, quando solo nel 2001 erano 486 (Ufficio studi AIE per ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane). Dal nostro piccolo osservatorio di genitori, zii, nonni o anche solo amici, ogni famiglia spende annualmente in libri per bambini di 0-14 anni circa 25 euro, ma arriva a spendere fino ad 85 euro per i bambini lettori, nella fascia dei 6-14 anni.

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Il popolo dei creativi: gli illustratori.

Ma quello che mi è capitato di vedere, nel rapido tour in fiera per accompagnare una persona a me cara, è stato un mondo di ragazzi che si aggirava tra gli stand per presentarsi, incontrare persone, instaurare relazioni e magari raccogliere anche idee. Chi sono? Sono gli illustratori ed i narratori – o aspiranti tali – dei libri che compriamo per i bambini. Ad oggi i dati parlano di 273 autori italiani e di 252 illustratori che scrivono e lavorano abitualmente a libri per ragazzi (2016; Fonte: Annuario Andersen). Sono cifre che hanno come proprio contesto di riferimento una popolazione di 8.383.122 bambini tra gli 0-14 anni, e di 5.159.556 bambini lettori di 6-14 anni.

 

IMGP3576Le fiere si sa sono utili soprattutto per le relazioni, per riallacciare o conoscere persone del settore. Io, che al settore non appartengo se non in modo indiretto, in fiera ho potuto rincontrare una ragazza che sta completando il suo percorso di formazione come illustratrice. Parlare con lei mi ha permesso di rendermi conto di quanto la professione, nel back stage, sia davvero durissima. Corsi, scuola, master, chini sulle tavole anche 9-14 ore al giorno nell’attesa di poterle presentare all’art director della propria casa editrice (che è già una fortuna avere), sperando che nulla vada storto e che si possa arrivare ad una rapida intesa reciproca sull’esito finale della propria “produzione”.  Attese, aspettative, sogni, notti insonni, paure, incertezze, ansie, tempo-libero-poco, traslochi ovunque, invasioni periodiche di materiale di lavoro nel proprio privato inseistente, e così via.

E parliamo di ragazzi e ragazze dai 20 anni in su, che investono i propri soldi  ( certo sempre pochi se non sono alimentati anche da altre fonti ) per formarsi ad una professione che richiede idealmente grande creatività ma che necessita più prosaicamente di una grande disciplina personale, di capacità organizzativa e di una importante “scorza professionale” per la gestione dei suoi esiti (sia negativi che positivi).

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Ma in soldoni qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?

Stando alle indicazioni di Davide Calì riportate dal blog “Robadadisegnatori” il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due – scrittore e illustratore – il compenso normalmente è diviso metà per ciascuno, quindi la percentuale diventa il 5%. Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra realizzabile si deve partire dalla tiratura, che cambia da paese a paese. In Italia le tirature per gli album dovrebbero essere sulle 1000 copie, mentre in Francia e Germania, intorno alle 4000-5000, in Spagna forse 2000, e così via. Su un prezzo medio di 15 euro, con 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è di 1500 euro lordi, da ripartirsi tra autore e illustratore se entrambi hanno collaborato al lavoro. Per i libri tradotti in altre lingue e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%). Mentre la cessione di un libro per l’edizione estera, in relazione al paese che compra, al cambio delle monete, al numero di copie che si stamperanno e al loro prezzo di copertina, si aggira dai 600 a 3000 euro; quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi. Le royalties invece sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. “Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties. Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

In buona sostanza pare – a quanto riferisce Calì – che difficilmente si riesca a vivere di soli libri e tantomeno di albi illustrati, anche se le situazioni sono diverse da persona a persona e dai contesti, per non dire, dalla fortuna. Il fatto è che in genere diventa opportuno affiancare all’attività di illustratore altri lavori che possono aiutare a far quadrare i bilanci personali: si va dall’insegnamento  alle collaborazioni con studi grafici, agenzie, e tutto quello che la propria fantasia e intraprendenza suggeriscono di fare.

Un amico, un po’ di tempo fa, mi segnalava la malinconica parabola di alcuni suoi conoscenti musicisti affidatisi alle scelte commerciali del loro nuovo produttore: l’ ingresso sul mercato risultò loro rovinoso perchè lo stile proposto dalla casa discografica non aveva riscosso l’adeguato successo. Risultato: una débacle che assieme alla perdita della loro originaria identità , ha comportato pure la perdita di tempo e denaro.

Fare libri non deve essere tanto diverso dal  fare dischi. L’estro creativo non paga se non raggiunge un utile compromesso con quello produttivo e commerciale dell’editore, ma viceversa il bilanciamento con la natura commerciale delle proposte non deve mai dissociarsi da un sano senso di “preveggenza”. Come dire che essere un tantino visionari comunque conta.
Gli Stones hanno inciso più di 300 canzoni, ma quelle “rimaste”al grande pubblico sono forse alcune decine.” E il guadagno del lavoro si riesce a fare solo con le grandi cifre di lettori, e non purtroppo con le nicchie di “amatori”.

L’industria della creatività.

D’altronde se la storia ci deve raccontare qualcosa di utile in merito basterebbe riferirsi al mecenatismo, cioè a quella “tendenza a favorire le arti e la letteratura attraverso il sostegno economico di cui quello più interessato – cioè l’investimento di denaro nell’arte – fu un tratto caratteristico dei principi del Rinascimento (per es. i Gonzaga e i Medici), e di numerosi papi e sovrani dell’Età moderna.” (Da Treccani ) . In quel caso il compromesso raggiunto dall’artista col proprio committente non ha mai impedito di trasmettere ai posteri le sue opere migliori che oggi riconosciamo come opere d’arte.

IMGP3582Noi che viviamo in uffici ingrigiti dalla routine potremo sognare di bei lavori creativi, e viaggiare assieme ai bambini lungo le tratte infinite dei loro disegni, delle immagini che ci regalano, ma ciò non potrà cancellare il fatto che si tratta di un mestiere durissimo.

Ho visto amici nel settore rabbuiarsi tetri dietro i propri problemi di instabilità economica e lavorativa, dentro la continua precarietà che li rimette periodicamente in discussione, anche in età più improbabili. L’altra parte della medaglia sarà pure di godere di un mestiere non noioso e uguale per tutta la vita, ma le condizioni che comporta costringono anche gli spiriti meno resistenti a ritemprarsi.
Mi è dispiaciuto molto immaginare le fatiche e la sofferenza che attraversano, anche perchè la maggior parte di loro ha una spiccata sensibilità, occhi attenti e osservatori, e si tratta perlopiù persone che avrebbero piuttosto bisogno di conforto che di rassicurare e blandire editor, agenti e altri.

Soluzioni?

Serve una maggior solidità per l’industria creativa italiana, più sostegno ed una maggior sicurezza nella sua capacità di generare valore per la nostra economia  (e non solo).

Le cifre parlano chiaro (basta leggere il rapporto 2015 Io sono cultura di Symbola ) ma i decisori politici ed economici  meno.

Però c’è di nuovo che oggi in media non si sculacciano più i figli che ci dipingono le pareti di casa né li si ostacola apertamente se vorranno fare i disegnatori.

O no?

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