Il meraviglioso mondo dell’ovvio

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Dettaglio di una parete del salone (ex-granaio) del Museo Guatelli

Ma quale sarà mai la ragione per cui nessuno riesce a sottrarsi all’incanto dell’esposizione di tutti gli  oggetti  raccolti in quel Museo di Ozzano Taro che ha preso il nome dal suo stesso creatore, il maestro Ettore Guatelli?

Di sicuro non sarà il nostalgico rimpianto per una civiltà che si è gradatamente svuotata del suo significato  originario e che è rappresentata nelle raccolte di Guatelli.  Mi riferisco a quella civiltà dei contadini e degli artigiani di cui è utile tuttavia ricordare sempre – fuori dal mito – le tante storie di stenti e privazioni.

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Veduta laterale nel salone ex-granaio del Museo Guatelli con gli attrezzi appesi ed esposti

Senza nemmeno conoscerne bene le ragioni – se non quella più immediata che si chiama ‘sussistenza’ – Ettore Guatelli ha iniziato a raccogliere gli oggetti che hanno rappresentato quella civiltà nel quotidiano, a partire dagli anni ’50, portando avanti questa attività fino ai suoi ultimi anni di vita, cioè fino alla sua scomparsa avvenuta nel settembre del 2000.

Sono più di 60.000 i pezzi – tra attrezzi, utensili, giocattoli, bottiglie, vasi, scatole, orologi e mobili  provenienti dalle case contadine e dai laboratori degli artigiani che in quegli anni venivano rimodernati –  che Ettore ha raccattato e accumulato in quel periodo di tempo.

“Usava gli oggetti per far parlare e raccontare ai suoi scolari, spesso bloccati nelle loro capacità espressive dalla scarsa conoscenza dell’italiano e dal senso di inferiorità tipica dei contadini di allora”.

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Soffitto nel salone ex-granaio del Museo Guatelli

Molte persone detestano il sentimento di nostalgia del passato, coi suoi mestieri e le sue abitudini, perché la vita scorre, il mondo cambia, e in realtà, l’ idillio con cui si rievoca un periodo non è che una falsa idea utile solo a rendere più indigesto il presente.

Molti altri poi  vorrebbero che il racconto di queste storie fosse diffuso ai più giovani i quali, non avendo potuto conoscere nulla del passato di nonni operosi e parsimoniosi, avrebbero così l’occasione di capire meglio il senso della loro identità.

Ma tutti – anche i più reticenti – rimangono sopraffatti da questa mostra che è quella di una moderna wunderkammer.

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Una parete del salone del Museo Guatelli con le asce e accette disposte in modo ornamentale

Ettore usa diverse parole per definire la sua attività: se inizialmente raccoglieva oggetti per collaborare all’economia familiare, poi, col passare del tempo ha  trasferito su quegli stessi oggetti il senso di ciò che stava facendo. Come maestro, poteva utilizzarli per spiegare meglio ai suoi allievi il significato e il funzionamento di molte cose, raccontando di questa gente ingegnosa che si arrangiava con poco.

Di fatto, raccogliere oggetti “troppo ovvi per essere ritenuti importanti” è ciò che ha consentito oggi a Guatelli di diventare un “atlante” delle geografie funzionali del passato. 

Dentro alle stanze del suo museo è possibile ricostruire come vivevano e si arrangiavano le persone – famiglie, contadini e artigiani – e con quali oggetti compivano le funzioni di vita e di lavoro quotidiani.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Quegli oggetti, che rappresentano le tracce della vita materiale di un passato temporalmente recente ma  culturalmente  lontano anni luce, sono collocati negli spazi del Museo e della casa di Guatelli secondo un ordine che può essere tutto fuorchè didascalico. Sono sistemati seguendo geometrie artistiche, quasi surreali, come si fa con le tassonomie degli insetti, o in quelle che furono le wunderkammer di ottocentesca memoria.

Ecco: il Museo Guatelli piace a tutti, anche a chi non ama il ritorno al passato. Questo perché le sue raccolte utilizzano un linguaggio che supera il didascalico. Il suo è un linguaggio artistico che ha preso a prestito dal passato solo gli oggetti ma che parla al futuro con un’estetica che anticipa la fine di quelle stesse cose di cui racconta.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Non sollecita la nostalgia ma stupisce con la  bellezza, per le geometrie delle sue disposizioni, per la ripetitività con cui sono presentate le famiglie di oggetti (tutte le forbici, tutte le seghe, tutti i vasi) che sembrano messi lì più per il gusto di stupire che per voler dialogare coi visitatori.

Anzi, dai  discorsi riportati del Guatelli, lui pareva più un signore scostante, che non amava “le domande stupide dei visitatori” perché il suo intento era quello di “versare le sue conoscenze, di comunicare”,  di “arricchire e di arricchirsi”.

Una psicologia da collezionista seriale che evoca immediatamente un’inclinazione quasi maniacale. Ma che in realtà ha la logica del’ordinatore delle cose del mondo conosciuto, di fronte allo spavento del cambiamento.

Parete della camera degli orologi nella casa Museo Guatelli

Anche noi oggi collochiamo le nostre preferenze su bacheche virtuali come quella di Pinterest, accumulando oggetti dematerializzati che possiamo solo vedere ma non toccare.

Due collezionismi diversi uniti dall’unica aspirazione a scappare dalle possibilità che li hanno generati: uno – quello di Guatelli – sembra rappresentare più un riscattarsi da quel materiale che l’ha inchiodato alle cose della sua terra . Cose fisiche che odorano, si guardano e si toccano, sono ruvide e polverose, cambiano colore a seconda dell’ora in cui le puoi osservare e raccontano una propria storia .

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Dettaglio di una parete della stanza dei giochi nel Museo Guatelli

L’altro collezionismo – quell dei social, Pinterest e via dicendo – racconta più di un tempo dematerializzato, che sta ancora cercando un suo linguaggio che riconquisti anche la relazione umana e con la natura per potersi meglio rappresentare.

Intanto godiamoci lo spettacolo della bellezza che le mani e il gusto di questo signore hanno saputo creare: non inchiodiamo i ragazzi ad ascoltare ancora e sempre lezioni di vita che non potranno capire mai completamente, oggi.

Perché quella vita è troppo lontana da questi tempi. E’ un’antologia impossibile questa. Semmai potrà essere solo un’archeologia delle cui bellezza poter semplicemente godere.

Ingresso della casa Museo Guatelli, dove ha abitato Ettore

Cosa c’è da sapere prima di farci un salto:

Il Museo Guatelli si compone di due sezioni: il Museo vero e proprio, con l’ingresso, uno scalone, la stanza dei giochi, il salone, la stanza della cucina e la stanza delle scarpe e delle scimmie.

Nella casa Museo, dove invece Ettore Guatelli abitava, si visitano l’ingresso, la camera di Ettore, la camera della musica, la camera dei vetri o della zia, la camera delle latte, il ballatoio della ceramiche, la camera degli orologi e la camera che non c’è più.

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Il ballatoio delle ceramiche nella casa Museo Guatelli

Ettore Guatelli, primo di quattro fratelli, nasce da genitori mezzadri nell’aprile del 1921. Per tutta la vita soffrirà di problemi di salute che lo costringeranno a diversi ricoveri  in ospedali e sanatori. Fu proprio lì che ebbe modo di conoscere quelli che divennero i  personaggi determinanti per la sua vita come il poeta Attilio Bertolucci a cui faceva da dattilografo  e da cui fu aiutato ad ottenere il diploma di maestro come privatista.

Informazioni più dettagliate le trovate sul sito del museo: http://www.museoguatelli.it e ascoltando le appassionate guide che vi accompagneranno nella visita come Maira, dal racconto fresco e coinvolgente o Nelson, coi suoi aneddoti e insegnamenti di nonno e amico personale di Ettore.

“Un museo romanzesco come quello ideato da Ettore Guatelli è la storia di un’esistenza e di un’intuizione,…..

Ciò che vi si apprende, in parallelo al grande scenario delle “cose mute”, è la necessità di imparare a guardare, di ristabilire un contatto con l’oggettività della natura e con la sua rete umana di relazioni ricavandone un senso, ossia un valore al di là del frammento o di ciò che resta.” E. Rimondi

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Mestieri d’arte e artigianato.

Mestieri d'arte - manifesto mostra a Reggio Emilia aprile 2015

Mestieri d’arte – Porzione del manifesto della mostra a Reggio Emilia, P.za Casotti- aprile 2015

“Mestieri d’arte”: questo è il titolo della mostra collettiva di botteghe artigiane e laboratori del centro storico di Reggio Emilia, ora riunite nell’omonima associazione . Il suo battesimo inaugurale risale al 16 aprile scorso.

In giro per botteghe.

A fine marzo, in occasione delle giornate europee dei mestieri d’arte, anche i laboratori e le botteghe artigiane di Milano e di Treviso, contemporaneamente a quelle di Ginevra, Parigi e di altre città europee, hanno tenuto aperti i loro spazi, assieme a musei, scuole ed altre istituzioni.

Ma cos’ispira tanto fermento, a volte sponsorizzato, altre volte semplicemente autoprodotto? L’obiettivo dichiarato è quello di far uscire gli artigiani dalla condizione di invisibilità in cui sono entrati da quando il prodotto industriale, accessibile a tutti ed a buon mercato, ha soppiantato il gusto per la qualità delle produzioni artigiane.

Cosa sono i mestieri d’arte?

Giuridicamente c’è una normativa che li identifica, ma a furor di popolo – come dimostrano i risultati di Astra Ricerche (ricerca quantitiva “gli italiani e i mestieri d’arte” del giugno 2012, commissionata dalla Fondazione Cologni) le figure maggiormente riconosciute come tali sono quelle che più ricorrono in televisione, cioè …..i cuochi …..

Ugo la Pietra, famoso artista designer, li classifica distinguendoli in base alle differenze culturali che li contraddistinguono: c’è l’artigianato artistico per conto terzi, che realizza le parti di un manufatto da assemblare. Ci sono gli artigiani che lavorano su progetto (S. Micelli li chiama gli “artigiani traduttori o modellisti”), cioè artigiani “colti ed abili” che realizzano pezzi su misura per architetti e/o designer (è tutta da scoprire la storia di Giovanni Sacchi,  segnalata da S. Micelli). Ci sono poi gli artigiani della tradizione, che portano avanti competenze sedimentate nel territorio (come i mosaicisti di Ravenna o i maestri ceramisti umbri). All’interno di questo stesso insieme rientrano gli artigiani che realizzano pezzi per il mercato di massa dei OLYMPUS DIGITAL CAMERA“souvenirs” (ceramiche, mosaici, ecc.) ed artigiani che recuperano la tradizione trasformandosi piuttosto in artisti con un proprio linguaggio di produzione (U. La Pietra cita tra i vari B. Gambone ). Di recente si sono aggiunti gli artigiani “metropolitani”, che realizzano oggetti con materiali di recupero (http://www.riciclarte.it/). Ancor più attuale è la popolarità acquisita dai cosiddetti “makers”, gli “artigiani digitali”. Questi ultimi sono giovani, generalmente di provenienza universitaria, ma privi di esperienza manuale e di dimestichezza pratica coi diversi materiali: producono oggetti di design “artistico/sintetico” affidandosi al supporto delle stampanti 3D. Resta un’ultima categoria – quella più innovativa – : si tratta dei designer/artigiani capaci di combinare tecnologia e tradizione per trovare un nuovo modello produttivo che li ricolleghi al mondo aziendale (Micelli li definisce artigiani creativi che autoproducono).

Il settore in generale è oggi alla ribalta in una veste mediatica che vede come protagonisti soprattutto i Fab-Lab – per la novità che rappresenta il movimento – e le start up nate come piattaforme web e marketplace per vendere e promuovere l’artigianato artistico. Oppure se ne parla attraverso immagini di botteghe improponibili nell’attualità, che sembrano più ritagli di un mondo perduto e nostalgico.

Chi sono gli artigiani artistici oggi?

 

Roberta fa la restauratrice di sculture lignee, Giorgio, l’orafo, Gian Domenico, il mosaicista, Anna, la decoratrice di tessuti, Rossano e Antonia, i calzolai che producono scarpe su misura e così via per tutti gli altri che costituiscono l’ associazione dei 18 artigiani che si sono presentati al pubblico a Reggio Emilia, il 16 aprile scorso. Hanno provato a raccontarsi alla città, mettendoci faccia, i loro prodotti e gli attrezzi che utilizzano. Questi sono i segni distintivi che li rappresentano Non sono mode. Sono persone che incarnano valori e competenze che vorrebbero far riconoscere.

L’artigiano, perfeziona le sue abilità attraverso la pratica ed un lavoro lento ed accurato: quali valori può riproporre in quest’economia dove resiste il paradigma della produzione di massa, la velocità e la produzione su scala globale a costi minimi? Che ruolo hanno i mestieri d’arte in un contesto lavorativo  “multitasking” e precario?

Questi artigiani hanno capito che serve far sapere la propria storia quotidiana per far capire a tutti cos’è quel mestiere. Hanno capito che serve raccontare della loro passione per il lavoro ben fatto, del lavoro fatto a regola d’arte . Serve dire della loro voglia di migliorarsi giorno per giorno e del loro attaccamento ad una comunità di pratica. Serve far sentire il loro senso di appartenenza a quelle che un tempo erano le ‘corporazione’, e che oggi sono piuttosto i valori del territorio, detto fino a ieri “distretto”. A disposizione oggi hanno il web ed i suoi strumenti.

Come fare per essere attuali? 

La ricchezza dei mestieri d’arte consiste non  solo nella capacità di produrre pezzi unici ma anche nella grande attenzione verso i bisogni dei clienti a cui viene offerto un servizio su misura. Sono questi i valori su cui impostare una nuova catena del valore per le produzioni  Made in Italy. Detto in altro modo: le aziende, gli studi di architettura e di design, per es., possono avere come prototipisti, modellisti, o produttori di pezzi importanti degli artigiani artistici tradizionali. Basta intercettarli e farsi raggiungere.

Mestieri d’arte, l’associazione di Reggio Emilia, ci ha provato con un primo passo: da vetrina dovrà diventare luogo di contatto e scambio per raggiungere – se lo vorrà – occasioni di lavoro su un mercato più vasto.

E di tutto ciò anche la collettività ne può beneficiare: perchè le persone si possono sentire più coese, meno insicure, con più ottimismo e voglia di parlarsi e confrontarsi. C’è spazio per tutti, anche per lavori a misura d’uomo, pensando ad un ecosistema che recuperi e metta a nuovo un’ economia per le persone, le loro capacità e i loro bisogni. Perché no?Mostra Mestieri d'arte - Piazza Casotti R.E. Aprile 2015

Cosa succede nei microcosmi d’arte e artigianato.

Viso in terracotta - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Viso in terracotta – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Molestie uditive….

Nel brusio ininterrotto che ci fa da quotidiano sottofondo, è sempre chi fa più rumore – un rumore spesso anche fastidioso – che riesce a farsi sentire. Ma per chi ha un voce sommessa, emergere dal sottofondo diventa addirittura una missione impossibile. Come si può riuscire a distinguere i suoni dai rumori? Come si fa a cogliere la bellezza degli oggetti quando questa è talmente soffocata dal frastuono del mercato e delle sue logiche che solo prodotti di gusto mediocre o, all’ opposto, super griffati di noti “artist star” si conquistano la scena?

Non è facile la vita dell’artigiano di questi tempi.

In tempi totalmente “fast dove tutto è veloce e nulla slow non è facile neppure godere di racconti lenti: a me piacerebbe poterne scovare ed ascoltare di interessanti. Guarda caso mi ci sono imbattuta per strada, senza programmarlo, e, com’ era inevitabile, questa storia è riuscita a farsi sentire.

..e piacevoli racconti da ascoltare….

Danilo e Dario Sartoni - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Danilo e Dario Sartoni – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

La storia è quella Danilo Sartoni: un viso aperto, schietto, due mani grandi che ti stringono in modo inconfondibilmente franco. Lui è il fondatore di “Mangiafuoco – officina d’arte ed artigianato”, la vera protagonista. Mi accoglie col figlio Dario, suo “aiuto-officina”, fino a ieri responsabile del punto vendita in Via Argentario a Ravenna. Oggi, dopo circa 3 anni di attività, il negozio ha chiuso: i costi del locale hanno tirato la riga del bilancio che titola il “non-più-economicamente-conveniente”.

Negozio Mangiafuoco officina darte e artigianato – Ravenna

Passando da quelle parti, ad agosto, dopo l’intervista a Greta, la mosaicista, ho visto la vetrina: impossibile non notarla. Quel gusto dei prodotti esposti e l’ ambientazione dello spazio di vendita spiccavano rispetto alla media dei negozi delle vie commerciali del centro. I centri storici, oggi più o meno rassomigliano tutti: freddi, deprivati della loro personalità tipica, si affacciano sulle strade con le più note insegne in franchising capaci di rappresentare solo marchi forti. Non ci sono più botteghe che rappresentano il cuore vivo e la storia di quel luogo (magari un cuore non c’è neppure più).

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vai a Roma – come mi dice Dario – e il viaggio fin là non è più in grado di restituirti un po’ di tipico”.

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Danilo esordisce come scultore negli anni ’70, proseguendo la sua attività con la riproduzione di ceramiche antiche del ‘400 e, in seguito, con ceramiche dai decori floreali. La passione per il proprio lavoro lo spinge a esplorare scelte talvolta azzardate rispetto al gusto vigente: scelte in cui non è la convenienza commerciale ad orientare la direzione presa. Finchè nel 1978 giunge alla produzione di giocattoli di alta gamma: l’ esordio avviene con il “ Jack in the box” ma il successo è presto sbaragliato dall’ invasione di campo di una famosa azienda italiana che farà copie in serie di un modello acquistato al Macef. Un caso tipico e non raro di scorrettezza commerciale, che però oggi viene ripagato nella stessa moneta con la competizione che le nazioni emergenti hanno ingaggiato ormai da tempo nei confronti delle nostre aziende nazionali.

Il laboratorio, particolari - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Il laboratorio, particolari – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Il risultato rimane penalizzante per tutti: il piccolo produttore debole soccombe contro l’azienda forte con un’organizzazione ben strutturata e consolidata commercialmente. Sarebbe stato magari più conveniente per entrambi – per non dire corretto – instaurare un rapporto di collaborazione, con Danilo nelle vesti di ideatore di nuovi prodotti, e l’azienda, in quelle di produttore. Un modello reciprocamente vantaggioso ed economicamente sostenibile. Ma questa è un’altra storia, che sa di fiducia e di modalità collaborative, inusuali nel mercato.

Agli inizi degli anni ’80 Danilo frequenta le fiere italiane: Macef, Chibimart e Gift. Alla fine frequenterà solo le due più prestigiose del settore ed all’ estero: Maison et Object, di Parigi, e Il salone del gioco di Norimberga. Ma le fiere, secondo le parole di Danilo, “oggi sono più un luogo dove raccogliere contatti piuttosto che scrivere ordini “.

Per un artigiano questo fa un’enorme differenza, sia in termini di costi che di tempi e risorse umane.

..micromondi da osservare e toccare…

Teatrini -  Mangiafuoco, officina d'arte e artigianato - Ravenna

Teatrini – Mangiafuoco, officina d’arte e artigianato – Ravenna

Le produzioni di Danilo e del figlio Dario sono tutte realizzate interamente a mano. Sono marionette e bambole in diversi formati, in terracotta, modellate e dipinte a mano, teatrini in legno che riproducono vecchi boccascena di fine ‘800. L’ispirazione proviene dalla tradizione culturale italiana del teatro d’arte e dalla tradizione artistica della Commedia dell’Arte. Fonti che nella storia hanno rappresentato “una sorta di Paese delle meraviglie dove si perde la dimensione del reale”.

Mondi incastrati come matriosche uno dentro l’altro: quello di oggi che riproduce sogni e visioni dentro quello di ieri, ricco di metafore e simbolismi fantastici. Oggetti piccolissimi, che a guardarli con la lente non rivelano nessun errore se non l’imperfezione del fatto a mano che fa di ogni prodotto un oggetto unico ed irripetibile, con dentro passione, dettaglio e minuzia di particolari. Microcosmi di storia nei micro mondi di queste figure raccontate nei più piccoli dettagli della loro materia. Carte pregiate ritagliate e fissate su oggetti piccolissimi, visi minuti che non raggiungono la dimensione di un’unghia ma resi espressivi da tocchi precisi di pennello e di colore.

Ma c’è ancora qualcuno che si appassioni a cercare nelle facce delle marionette un’espressione e nei vestiti la grazia delle cromie e delle ombreggiature?

Le invasioni barbariche…

Nella sua missione produttiva, che richiede una concentrazione straordinaria, qualcosa inevitabilmente può sfuggire all’uomo artista-artigiano. Probabilmente si tratta degli aspetti più prosaici per chi fa un lavoro che lo appassiona. Tutto quello che è legato al mondo economico ed ai suoi risvolti “laici” di affarismo, business e comunicazione facilmente sfuggono – nel loro valore tattico e strategico di aggressione al mercato – all’ artista-artigiano. Le sue guerre quotidiane dovrebbero in effetti essere quelle con la materia e con le idee. Non quelle col mercato e i suoi corsari.

Qui magari le istituzioni (enti pubblici, associazioni di categoria, fondazioni) potrebbero svolgere il ruolo di facilitatori, facendosi promotori di momenti di valorizzazione dei propri talenti locali con mercati speciali, mostre, ecc. o supportandoli ad affrontare il mercato, creando un marchio che metta a valore il tessuto artigianale locale. Perché queste capacità rappresentano il tessuto culturale e umano del territorio, la sua anima storica, il suo valore da tutelare, ancor prima dei monumenti storici (che peraltro essi stessi restaurano e/o producono).

Ma forse sarà la regola del “nemo profeta in patria est” a persistere nel tempo e nelle teste e ad impedire che si crei questo miracolo.

Cosìcchè il mercato – per il Danilo che commercia oggi –  è diventato quello estero: i musei di Rottenburg, Barcellona, Londra, La Comédie Francaise di Parigi, Neiman Marcus di NY. Per l’Italia è tutto difficile. I prezzi, il mercato, le cose ecc.: troppi ostacoli si frappongono ad un sano e semplice lavorare.

Produzione in corso - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Produzione in corso – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Gli stessi prezzi – complesso marchingegno in cui convergono conti sul consumo di materiali, ore lavoro e confronti con la concorrenza  – sono  un parametro difficile da individuare per rappresentare degnamente il reale valore di un prodotto. Specie se unico e inconfondibile come un oggetto d’artigianato artistico, fatto a mano!

Un articolo letto recentemente  proponeva la logica di un prezzo che, secondo il valore emozionale che l’oggetto rappresenta per il cliente, può variare da una base d’asta fino agli incrementi successivi che gli si vogliono attribuire.

Bisognerebbe ripensare meglio, insieme agli attori principali del territorio, il sistema che regola le dinamiche di queste nicchie di mercato, per tutelarle e soprattutto per valorizzare questo ricco patrimonio umano e di lavoro: la nostra economia. D’altro canto, come già ripetuto su queste pagine, il consumatore finale deve essere guidato per avere una cultura dei prodotti, delle materie e del lavoro con cui sono realizzati. Serve la cultura del bello ed un’estetica dell’arte più diffusa.

Nondimeno servono logiche economiche di sistema che permettano al mondo dell’artigianato, chiuso a lungo nelle quattro mura del proprio laboratorio, di ritrovare un senso di rinnovamento e di rivitalizzazione perduti . Le aziende stesse potrebbero concepirsi in modo più “molecolare”, cioè potrebbero trovare proprio in questi artigiani spesso gli ideatori dei loro nuovi prodotti, e creare collaborazioni (Hermès è uno dei tanti esempi di queste collaborazioni). Non c’è sempre il solito modo di produrre e di pensare. Ce ne sono di nuovi che possono servire sia agli artigiani-artisti che alle nostre aziende e che servono per far fronte all’ attuale difficoltà.

Il valore di un oggetto – come dice Danilo – che a distanza di tempo le generazioni successive si ritroveranno ad ammirare in mano e riconosceranno come un bell’ oggetto del passato, è una prerogativa che spetta solo alle creazioni che provengono dalle mani. Oggetti che hanno una storia ed un cuore. Sono la nostra carta di identità che ci permette di oltrepassare il confine del futuro ed al futuro ci presentano con l’autorevolezza e la dignità del lavoro delle persone. Ma questa è un’altra storia, che riguarda valori diversi nel mercato.

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