L’artista va a scuola. Ma davvero ci va?

“Mamma perché ci sono così pochi licei artistici rispetto al classico o allo scientifico?”

E io cosa potrei rispondere? L’unica cosa adeguata la trovo in una scena a cui ho assistito durante l’orientamento scolastico alla scuola secondaria: l’alunna di turno, scelta per presentare il suo percorso,  candidamente, in una sorta di transfer psicologico, così ci informa : “ho scelto l’istituto tecnico commerciale perché mia madre non voleva che facessi l’artistico”.

Non è un caso perchè sembra che la preoccupazione principale delle famiglie che si ritrovano in casa un figlio con attitudini creative sia soprattutto di proteggerli da quel mestiere sconosciuto a cui potrebbero essere destinati per talento, perché l’arte non è considerata un “mestiere” né tantomeno quella dell’artista è una figura riconosciuta e riconoscibile.

Se è un problema di nomi, chiamiamolo diversamente, per esempio chiamiamolo “illustratore”. Non che vada meglio per questa figura, anzi, tutti quelli che hanno un interesse diretto con la persona in questione proveranno a dissuaderla dal tentare quel lavoro (come mi ha detto anche Arianna Papini)

Ma chi è l’illustratore e cosa occorre fare per diventarlo?

Le testimonianze che ho raccolto le ho combinate insieme su queste pagine, riducendo ognuna a poche righe, giusto per abbozzare gli attori, lo scenario e gli strumenti a disposizione di chi sente la “chiamata” ad un mestiere d’arte.

Quando si affronta quel momento delicatissimo che riguarda le proprie scelta di vita, come gli anni da spendere nella propria formazione o la svolta da fare nella propria vita professionale, non sempre si ha la lucidità sufficiente per distinguere bene tra le lusinghe e i respingimenti di questi ambienti così affascinanti, ma misconosciuti e duri.

Guardando con gli occhi di chi si e’ già formato

Tutti – o quasi – i ragazzi che ho incontrato hanno frequentato il liceo artistico.

Illustrazione di Noemi Vola per il libro “Un orso sullo stomaco” di Corraini editore

Noemi Vola, classe ’93,  è in procinto di completare il suo percorso accademico al 5° anno del corso di illustrazione a Bologna. Lavora mentre sta concludendo gli studi così come ha sempre fatto negli anni dell’ accademia, sia collaborando con Blancaun collettivo indipendente di ragazze illustratrici,   sia  con le attività collegate al festivaL Bil Bol Bul . Suoi attuali committenti sono case editrici come Corraini , Bianco e nero e Planeta Tangerina  : sono stati gli editori a contattarla scovandola tra i partecipanti non selezionati attraverso laBologna Children’s Book Fair . Partita con corsi estivi ad Ars in Fabula è approdata all’accademia di Macerata dove non è riuscita a trovare né le opportunità di una collaborazione in rete tra le due realtà formative né un percorso come quello di Bologna. E’ in quest’ultima scuola che ha continuato gli studi trovando finalmente lì la sua dimensione: un corso di laurea, triennale e magistrale, tutto dedicato all’illustrazione, dove prof. come Emilio Varrà, sono stati per lei determinanti.

illustrazione di Valentina Salvatico

ValentinaSalvatico, classe 1984, piemontese come Noemi, mi ha raccontato della sua esperienza all’accademia di Torino con un senso di  vissuto sofferto: i 4 anni nel corso di pittura, pur con tutta la passione profusa nell’arte contemporanea, le hanno lasciato una sensazione di forte estraniamento. All’accademia di Torino infatti ha patito quel senso di distacco dalla realtà che il mondo dell’arte contemporanea può incutere, tutto chiuso in se stesso, nonostante il fascino e gli stimoli che emana. Grazie al lavoro con Franca Aimone  e i suoi laboratori di danza e autoespressività, Valentina ha rionciliato le sue aspirazioni col suo talento ed il mondo reale. Oggi lavora instancabile a nuovi progetti, tra cui quello di rappresentare su veline poesie delicate”   disegnando giorno e notte per non perdere quello che è riuscita a conquistarsi con lo studio, la passione e ora con la sua nuova determinazione.

illustrazione di Laura Aldofredi

Laura Aldofredi, 28 anni, diplomata alla triennale di Belle Arti di Brera e quindi all’Accademia di Belle Arti Jan Matejko di Cracovia, in Polonia, con in tasca il master di Ars in Fabula, è illustratrice ed artista. Il racconto della sua esperienza testimonia la distanza che ha vissuto con l’insegnamento accademico e il bisogno di  una maggior preparazione alla manualità. A Cracovia, per contro, ha  trovato sia la considerazione umana e la formazione manuale che le hanno consentito di scoprire come mettere in pratica ciò che la contraddistingue: cioè la sua ricca vena narrativa. A Brera queste qualità le sono state in qualche modo penalizzate in quanto ritenute ridondanti per l’ambito pittorico.

Da Laura ho capito quanto sia determinante nella vita di un artista riuscire a soddisfare il bisogno di trovare il proprio sé perché, come lei stessa mi ha detto, è proprio dall’ autoconsapevolezza, dall’onestà con cui ci si riconosce artisti o meno, che si può fare l’illustratore ( l’artista). Se un illustratore è molto onesto, allora potrà essere persino più innovativo di quanto un artista riesca ad esserlo nell’ arte contemporanea.

Illustrazione di Lorenzo Ghetti per cartolina To Be Coninued

Lorenzo Ghetti, classe 1989, è fondatore ed autore di To Be Continued Comics  una webcomics che dimostra le potenzialità della narrazione a fumetti sul supporto digitale. In tasca ha un diploma di maturità scientifica e una laurea magistrale all’Accademia di Bologna in fumetto. Riporto direttamente il suo pensiero perché esprime meglio di quanto potrei fare io per rappresentare la sua “filosofia” di vita :

Riesco a mantenermi anche secon un tenore di vita basso (vivo ancora in coinquilinaggio). In fondo non mi serve molto per vivere: preferisco per adesso guadagnare poco ma avere il tempo di fare solo cose che mi piacciono.L’Accademia è stata fondamentale per me, forse non tanto come esperienza didattica ( i suoi insegnanti mi hanno comunque dato molto), quanto con tutto ciò che mi è capitato intorno.

L’Università non ci farà mai trovare la ‘pappa pronta’: siamo noi a doverci muovere. Ma lì ho incontrato molti ragazzi con la mia stessa voglia di fare, e insieme abbiamo iniziato cose al di fuori dell’Accademia.

Con alcuni di loro ho fondato un’etichetta indipendente, Delebile Edizioni, attiva ancora oggi ma di cui non faccio ormai più parte.

Ascoltando gli insegnanti dentro l’Accademia 

davanti all’accademia di Belle Arti di Bologna, sotto i portici – foto @maninmente

Quello che ho scoperto all’ Accademia di Bologna, l’unica in Italia con un corso di laurea in Illustrazione di 5 anni, me l’hanno raccontato i suoi docenti coordinatori: i professori Emilio Varràe Mario Rivellialias Otto Gabos.  Da loro ho saputo che, a differenza di quanto accade negli altri corsi, in Accademia, al dipartimento di illustrazione, c’è una struttura più giovane, orientata a leggere la contemporaneità. Inoltre, poichè il corso ha a che fare con le arti applicate, non solo si studia ma le materie trovano anche la loro applicazione pratica: a fianco dell’apparato teorico, finalizzato a creare consapevolezza nello studente, c’è un ambito completamente laboratoriale-artigianale.

All’Accademia di Bologna i professori Emilio Varrà (sn) e Mario Rivelli (ds) – foto @maninmente

Nel dipartimento di pittura c’è invece tutta quella libertà che serve per una disciplina che non deve avere limiti, e tuttavia questa dimensione, per molti studenti, può risultare  spaesante .

Il corso di illustrazione, per sua stessa natura, è legato al prodotto editoriale, quindi è orientato ad una creatività nel fare. Rispetto alle scuole private l’Accademia ha come obiettivo quello di costruire l’identità artistica e autoriale dello studente, cioè si fa carico di renderlo consapevole rispetto a chi è e a cos’ha da raccontare, dotandolo delle tecniche utili per poterlo fare. Viene fatto anche molto lavoro di artigianalità, insegnando gli strumenti da utilizzare, come lavorare in digitale, quali sono le caratteristiche della stampa, ecc.: manualità e autorialità insieme.

nei corridoi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, davanti alle opere di alcuni studenti del corso di fumetto e illustrazione esposte in occasione di BilBolBul – – foto @maninmente

Venti anni fa chiedere ai genitori di potersi iscrivere all’accademia era molto più destabilizzante per le famiglie: oggi invece, a partire dal 2000,  il titolo di studio ha acquisito lo stesso valore legale di una laurea.  Per chi voleva seguire la strada dell’illustratore o del fumettista, all’epoca, mancava pure quella rete che oggi è invece possibile trovare già durante il percorso di studi: per esempio oggi succede che gruppi di studenti che si incontrano a scuola, uniti da interessi ed affinità, si ritrovano a condividere un progetto e creano delle autoproduzioni. Un mercato parallelo rispetto a quello classico, che non dà da vivere, ma che funziona, ed è identico al fare un libro tradizionale col quale le autoproduzioni si pongono sempre più in competezione in modo  concorrenziale. Gli stessi docenti sono un utile riferimento  “della rete” anche per aiutare i ragazzi a non cadere nelle trappole di contatti troppo prematuri con gli editori, col rischio di “bruciarsi” presto o di essere  facili prede di editori senza scrupoli.

libri negli scaffali della libreria di Mattia – foto @maninmente

Cosa guadagna sul mercato un illustratore?

Per un illustratore ci sono 2 possibilità: la prima, consigliata, è il diritto d’autore, meglio se basato su un anticipo non rimborsabile delle previsioni di vendita,  con eventuali royalties alla fine delle vendite, liquidate in  misura variabile nella percentuale del  6 – 8%, in relazione alla notorietà dell’autore ed alla tiratura della pubblicazione.

L’altra possibilità si chiama work made for hire , cioè lavoro in affitto su commissione: funziona con un pagamento a forfait, con diritti ceduti. Viene sconsigliato a meno che non interessi cedere il proprio diritto d’autore.

Si sta inoltre diffondendo la pratica del contratto con anticipo zero che rappresenta un territorio un po’ incerto dove il rischio è quello di non prendere nulla.

Se il lavoro viene realizzato in 2 – redattore ed illustratore – si divide il compenso accordandosi su percentuali variabili tra il 30-70 o il 50-50, in base agli accordi raggiunti.  Nel fumetto tra l’altro c’è chi lo scrive chi lo disegna e chi lo colora e  il compenso si ripartisce tra 3 persone.

Non esiste nessuna agevolazione garantita da albi – inesistenti per la professione – o sindacati. Essendo i numeri della categoria molto ridotti le contrattualistiche sono deboli , senza forza d’urto contrattuale.

Un illustratore può lavorare in diversi settori: dalla scuola, al cinema, al fumetto, ai ragazzi, nella grafica: è un po’ una giungla ma la cosa certa è che dal percorso scolastico non ci si può aspettare un posto sicuro. La scuola  dà gli strumenti ma non ti garantisce il posto soprattutto oggi in cui non esiste posto fisso, in un’epoca che è quella dell’invenzione e del reinventarsi ogni volta

A volte ci sono compromessi, mediazioni, e c’è anche chi tutto questo non riesce ad accettarlo:se si è giunti alla consapevolezza di essere artisti bisogna negoziare anche con la necessità, per mantenersi, di dover fare anche altri lavori riuscendo così a continuare nella propria ricerca.

Sarebbe necessario non cadere nella facile ipocrisia  che parte ancora dalla domanda: cosa fai come lavoro? E’ un passaggio frutto di una visione malata: forse Jannacci era più  cantante o più medico, Paolo Conte, più un cantautore o un avvocato? Henri Rousseau, era gabelliere nell’ufficio comunale del dazio di Parigi, e Vincent Van Gogh vendeva litografie, fotografie, dipinti, ecc. nella filiale dell’Aia della Goupil & Co, nota casa d’arte.

Certe distinzioni non contano. L’artista non è fare un lavoro che appena lo si inizia possa dare immediatamente uno stipendio. 

Con gli occhi un’artista e arte terapeuta

illustrazione di Arianna Papini per la copertina ” Droles d’animaux”

Arianna Papini, nota illustratrice, scrittrice, artista e arte terapeuta, quando mi ha raccontato il suo punto di vista mi ha letteralmente portato dentro alla sua poesia. Una poesia non priva di sano realismo che emerge quando mi dice che

“chi intraprende questa strada non può stare mai un giorno senza disegnare: è questa la scuola fondamentale per l’attività. L’insegnamento può al massimo riguardare il metodo. Alla fine quello che conta è la passione – che deve essere grandissima – conta crederci e conta l’ipersensibilità dell’individuo che è fondamentale. Ma nello stesso tempo conta essere molto forti. Essere resilienti. 

Alla fine l’arte ripaga sempre perché è uno spazio meraviglioso dove si può comunicare con tutti senza nemmeno conoscere l’idioma dell’ interlocutore”.

Ma non si deve mai dimenticare che fare l’illustratore è anche un mestiere e come tale ha un committente – l’editore assieme al suo team – e  quindi bisogna sapersi relazionare con lui, rispettando le regole di lavoro e le scadenze; “l’editore è come un compagno di viaggio in un progetto comune” e l’illustratore non è un artigiano ma un artista con proprie idee che per poter essere applicate hanno bisogno di percorrere una strada insieme  a molte altre persone, con cui  dovrà avere a che fare.

Punto di partenza dell’insegnamento è l’autobiografia. Di solito la maggior parte degli insegnanti si focalizza sui lavori di autori già noti che vengono poi clonati senza che tutto ciò  aiuti l’allievo a trovare la propria identità permettendogli una vera innovazione.  Si insegnano agli studenti questi autori e invece di accompagnarli a trovare se stessi li si indirizza verso la loro imitazione.

L’amore per la lettura è poi un requisito non secondario perché si sarà incaricati di fare copertine di libri e per riuscirci servirà  leggerli più di una volta, magari anche in lingua originale .

Come la vede  l’editore

Per Lina Vergara, fondatrice di Logos edizioni,  una delle più ricercate case editrici di libri illustrati

un bravo artista non ha bisogno di fare la scuola perché quello bravo è quello che si sveglia alla mattina e disegna. Da solo cerca le proprie mete, i propri obiettivi e da solo cerca i suoi riferimenti. Poi la società gli richiede una giustificazione che consiste nella scuola. Pur essendo quella dell’illustratore una professione, l’ artista vero non necessariamente entra nel mondo dell’accademia. Non ha bisogno che qualcuno gli insegni come diventare grande perchè ha già in sé tutta la volontà e l’aspirazione a volerlo diventare.”

L’illustratore, secondo Lina Vergara, è un artista, anzi non fa differenza tra pittore e illustratore.

Strutturare troppo i ragazzi attraverso la scuola a volte appare più una necessità del genitore che vuole educarli a un mestiere piuttosto che una vera necessità. Conta che i ragazzi siano educati a vivere, cioè a saper scegliere una direzione e a portarla avanti con grande impegno e determinazione.

fumetti di Jesse Jacobs nella libreria Mirabilia a Bologna – foto @maninmente

Per concludere

Quando mi sono iscritta al DAMS ho conosciuto moltissimi artisti o aspiranti tali. Persone più o meno strane, a volte anche normalissime, moltissime fragili, la maggior parte di loro quasi inafferrabili. Ne sono sempre stata affascinata: assieme a loro mi ha sempre affascinato l’arte e la figura dell’artista. Anche se quel periodo universitario risale ormai alla “notte dei tempi” ho un ricordo vivissimo di quell’ esperienza: bellissima, nonostante, assieme all’ euforia, si patisse la frustrazione di essere inattivi  proprio in un momento della vita in cui hai talmente tanta energia e voglia di fare che pare assurdo sprecarla così, seduti ad ascoltare i prof e ad aspettare un domani con laurea.

Illustrazione di Laura Aldofredi basata sul libro di Octavio Paz “The Labyrinth of Solitude”

Oggi conosco molti ragazzi, artisti e aspiranti tali. Ne vedo i sacrifici e la dedizione e percepisco chiara la loro sofferenza per l’instabilità che vivono, le loro paure quotidiane, alla  ricerca continua di uno spazio di riconoscimento che a volte parte ahimè proprio da se stessi e che per questo  motivo  sono più esposti alle frustrazioni ed al rischio di non riuscire ad intrecciare il proprio sè col contesto sociale.

“Calati dentro questa ‘economia della promessa”’nella quale combattono per riuscire a sopravvivere, macinando quella frustrazione e quel risentimento che sono all’origine di numerosi casi di una sofferenza esistenziale profonda”. (C. Morini -Doppio Zero)”

Non molto tempo fa ho rivisto  un amico carissimo,  artista e compagno al DAMS, oggi irriconoscibile: ha fallito, troppo fragile, e non è più un artista, ma un disperato.

La realtà è che noi siamo immersi in una società dove il lavoro pervade ogni anfratto della nostra vita. Al di là del puro mantenimento, il vero e unico lume che dovrebbe guidare ogni aspirante artista è quello della parabola dei talenti esortati a  non seppellire il proprio talento solo per paura, ma ad osare a fare frutti.

Solo così potrà liberare  la forza del desiderio, questo motore inarrestabile della vita e del suo rigenerarsi creativo  (come anche si legge nel libro  di Recalcati “contro il sacrificio”).

E’ a tutti questi ragazzi, gli uomini e le donne appassionati,  che dedico le pagine qui scritte. Auguro loro di non buttarsi mai via, di amarsi tanto più di quanto il mondo voglia loro bene. Le passioni che hanno alla fine sono la luce di chi continua a trascinarsi nel grigio di tutti i giorni. Tutti ne abbiamo profondamente bisogno.

Illustrazione di Valentina Salvatico

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CREDITS:

Vorrei ringraziare Valentina, Laura, Noemi e Lorenzo che si sono resi disponibili a mettersi a nudo e raccontarmi le loro storie: mi hanno aiutata a tenere un filo nella concretezza.
Ringrazio Arianna Papini che ho conosciuto come una persona speciale e che riconosco come un’artista straordinaria.

Grazie sicuramente anche ai prof Emilio Varrà e Mario Rivelli che  hanno messo a disposizione il loro tempo per raccontarmi la vita in accademia.

Grazie a Lina Vergara che mi ha accolta nella sua splendida libreria a Bologna: da frequentare!

Per ognuna delle persone qui citate rimando ai link che troverete nella pagina qui: scoprirete quanto c’è ancora e ancora e ancora da sapere!

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A proposito di futuro.

Sabato scorso, 11 giugno, la trasmissione di Radio3 “tutta la città ne parla” ha trattato il tema “il futuro del lavoro e i lavori del futuro” all’interno della festa “arte, cultura e lavoro”. Mi è venuta voglia di trascrivere due dei punti di vista espressi nel corso della trasmissione perchè hanno riguardato degli spunti importanti su cui riflettere e che ho trovato particolarmente stimolanti per ripensare al lavoro ed alle sue prospettive nel futuro.
Ho scelto di trascrivere il discorso di due degli esperti interpellati: Aldo Bonomi e Riccardo Staglianò. Sociologo e fondatore del Consorzio A.A.S.TER., famoso per la sua definizione del capitalismo italiano come “capitalismo molecolare” oggi diventato poi “capitalismo infinito” il primo, giornalista di Repubblica, inviato del Venerdì  e autore del libro “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, il secondo.

Crescono le ore lavorate perchè ci sono più occupati, ma non cresce con altrettanta velocità il PIL, il fatturato di quel lavoro. Cioè l’Italia non cresce o cresce meno. Significa che siamo meno bravi di un tempo a produrre cose di qualità, che rendono,  rispetto ad un tempo?

Innanzitutto non esiste più la piazza universale dei mestieri. E’ cambiata senza che noi ce ne accorgessimo, presi dal “guardare il dito (i numeri) senza porci il problema della luna”. Significa che ogni mese o trimestre siamo tutti molto attenti ad aspettare i dati ISTAD e guardiamo allo zero-virgola di variazione percentuale che i dati ci possono raccontare: la disoccupazione è 12,1 o 12,3 percento?  la disoccupazione giovanile è al 40,2 o al 40,1 percento? Il problema non è il dito ma la luna, cioè la domanda se si può tornare ai salti d’epoca e a quelli che sono i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni rispetto alla dimensione del lavoro. E se sì, quali sono questi cambiamenti? Noi continuiamo ad avere  una concezione del lavoro come se fossimo ancora dentro la società verticale fordista: la grande impresa, la grande azienda pubblica, la banca, l’ impiego a vita, con annessi e connessi (l’ asilo pubblico, il welfare, le pensioni, ecc).

 

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Il manager delle stelle: foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Ma, quell’epoca è in crisi. Quella dimensione del lavoro non c’è più.

In secondo luogo, stando al primo postfordismo, nella società è orizzontale in cui la competizione si svolgeva dentro e fuori di essa, ci hanno detto che se volevi lavorare dovevi fare piccola impresa (in Italia questo ha rappresentato il cd ‘capitalismo molecolare’, e su questo livello si è dimostrata un paese virtuosissimo ) o, se eri giovane,  aprire una partita IVA.

In terzo luogo oggi ci sono i narratori. E il “raccontatore” per i pellegrini, oggi si chiama Airbnb o UBER. Se vuoi spostarti, devi cercare UBER, e se vuoi andare incontro ai pellegrini, devi decantare sulla rete la bellezza del tuo piccolo appartamento che metti in vendita su quel sito. Questo è il grande cambiamento: sta avanzando la società circolare. Siamo tutti in circolo ‘allegramente’.

Ma la società circolare si divide in due grandi cambiamenti: o è ‘ruota della fortuna’ ( e qui qualcuno ce la fa, come qualche start up appena nata  e che fa immediatamente 10 milioni di dollari. Ma quante sono? tutti ci dicono ‘fate le start up e avrete raggiunto la fortuna’) o è ‘la ruota del criceto’ ( ad es: la piattaforma per lavare la macchina che al costo di 14 euro ti manda a casa un ‘servo’ che ti fa il lavoro ed il cui compenso partecipa come “un caporalato antico” al 30% agli incassi della start up).

Questo è il punto critico dove occorre scavare.

Nel capitalismo molecolare tutta la famiglia contribuiva al lavoro e faceva impresa. Nel fordismo è l’uomo bianco europeo maschio che aveva diritto alla pensione (in seguito anche la donna) che contribuisce, nella visione ideal- tipica del lavoro, alla produzione.

Oggi, nella società circolare, ciò che conta è la cittadinanza attiva. Da una parte essa deve provvedere e muoversi nel welfare (quindi dobbiamo occuparci giustamente dei grandi temi, che sono i temi drammatici dei rifiuti, dell’acqua, dell’ambiente, di un volontariato che include) e dall’altra deve correre. Senza dimenticare di stare attenta allo storytelling  fatto dai grandi gruppi (i raccontatori, gli affabulatori) quando ci ammiccano dicendoci “ragazzi entrate dentro, perchè qui c’è il miglior mondo possibile”. Questa società circolare deve rimettere invece dentro, nella dinamica della storia, proprio la storia della società, smettendo di parlare dello ‘zero virgola’ ma parlando piuttosto di un destino di cambiamenti d’epoca che tocca tutti.

E lì dentro ci sta anche la dimensione dei migranti, che non è un problema caritatevole ma un problema di numeri: nei paesi subsahariani l’età media è di 15 anni, nei paesi europei, di 45, nell’ Italia, un po’ di più. Meno siamo, più decliniamo e siamo destinti a morire.

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foto di @manimente: allestimento Citizen al Fuorisalone, Milano Design Week, aprile 2016

Il futuro ci fa paura. Solo il grande modello rassicurante delle organizzazioni sindacali, delle grandi imprese e dei partiti di massa verso le quali i lavoratori avevano fiducia, poteva garantire l’ottimismo e la sicurezza nel futuro?

No, nessuna nostalgia per il passato semplicemente perchè non torna più, non per altro. Però attenzione: avere memoria del passato è importante perchè in quel passato c’era la rappresentanza della forza del lavoro che contava di più. Ora dobbiamo pensare come le forze dei nuovi lavori organizzano a loro volta nuove forme di rappresentanza per mettere una ‘zeppa in mezzo alla ruota del criceto’. Quindi tenere conto della memoria del passato ci serve per cominciare nuovi processi di organizzazione rispetto a questo.

Il futuro certamente fa paura ed è incerto però bisogna entrarci dentro semplicemente senza essere subordinati alle retoriche che vengono solo dell’economia.

Claudio Napoleoni, grande economista, diceva ” tra economia e politica bisogna mettere in mezzo la società“. Oggi c’è un predominio dello storytelling dell’economia, della finanza e dell’innovazione e c’è una politica un po’ subalterna: bisogna rimettere in mezzo la società, con i suoi problemi concreti e reali di cui il futuro dei giovani e dell’occupazione è uno dei principali.

Quale forma le imprese devono avere? “piccolo non è più bello” ha detto il presidente di Confindustra Boccia.

Nessuno ha mai sostenuto che “piccolo è bello”. Si tratta di una diatriba antica tra i sostenitori dei ‘cespugli’ e i sostenitori della grande impresa. Beccattini, grande maestro, dice “intimo è bello”.

Sono i nessi di connessione della società e del territorio che contano. Bisogna ripartire da qua. Il problema non è più la proliferazione delle piccole imprese, dei capannoni: non è più quel modello, ovviamente. Bisogna invece rimettere assieme i meccanismi di territorio, i territori che hanno coscienza di sè e si rapportano con i flussi. Il paradigma della modernità sono i flussi del grande cambiamento che impattano nei luoghi e li cambiano culturalmente, antropologicamente, storicamente, socialmente.

Quanti cambiamenti abbiamo dovuto vivere dall’inizio del nuovo secolo ad oggi? tantissimi, eppure una città – se ha coscienza di sè – incomincia a ridisegnare se stessa. Ripensare la coscienza di sè serve per produrre nuove forme di rappresentazione, nuove forme di lavoro, nuove forme di cultura. Dipende da questo: dalla coscienza dei luoghi, e dalle nostre coscienze di mettere insieme dei meccanismi di contrasto alla pura logica di globalizzazione che vengono avanti.

 

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foto @maninmente; allestimento al Fuorisalone Milano Design Week – aprile 2016

L’immaterialità del digitale: noi dobbiamo stare accorti rispetto a quali minacce? Le start up piccole o le grandi realtà del web ? (risponde Riccardo Satglianò)

Il problema delle tante ore lavorate e di una crescita più bassa dipende dal fatto che abbiamo scambiato il lavoro con i lavoretti che è anche il problema della sharing economy (o gig economy). Si fanno lavori degradanti che rendono meno, che hanno salari peggiori e che per diventare adeguatamente consistenti devono essere numerosi. Questa è la sharing economy.  A livello di numeri se si guarda al numero di lavoratori, Air B&B ha superato, a Parigi, in pochi anni, per fatturato Hilton e Marriot, le più grandi catene alberghiere. Guardando dal punto di vista dell’utente l’ utilità immediata che ne ha ricavato è evidente. Al secondo livello, invece, Air B&B conta 24 impiegati contro 200.000 addetti dell’intero settore alberghiero, a Parigi. Ma soprattutto il dato più éclatante è che le tasse pagate dal primo, a Parigi, ammontavano ad 84.000 € contro i 3,5 miliardi, dei secondi. Cosa vuol dire? Le tasse si trasformano in servizi e sono soldi in più per la collettività: se si tolgono, si impoveriscono le persone.

Quindi la grande falsificazione sulla sharing economy è che è un modo democratico per arrotondare.

Ma la vera domanda che ci si deve porre è: perchè abbiamo bisogno di arrotondare? una volta non c’era bisogno di arrotondare, una volta c’erano degli stipendi, e ne poteva bastare anche uno solo.

Sono le varie crisi, il cambiamento dell’economia dagli anni ’80 ad oggi che ci hanno impoverito e che rappresentano la causa di tutto questo. Quindi c’è bisogno di affittare una stanza libera o di utilizzare una macchina che non usi abbastanza, per condividerne l’utilizzo con altri e trarne un guadagno. Ma questo è solo una parte del problema.

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foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week- Aprile 2016

Il vero problema è che se dopo la prima rivoluzione industriale  perdevi un lavoro, ne trovavi subito dopo un altro nei servizi, mentre adesso, coi servizi sempre più automatizzati,  trovare un lavoro è diventato improbabile. Non c’è più salvezza.

Il problema si è diffuso anche nelle professioni ad alto contenuto cognitivo come quelle dei professori universitari, cioè del top della piramide cognitiva. Grazie alle dinamiche di scala che la rete consente è successo infatti che un solo professore è in grado di insegnare ad una platea di 160.000 studenti di tutto il mondo. Il professore è Andrew Ng, che ha fondato con una collega la piattaforma online Coursera e da solo gestiva 160.000 studenti. Se un professore gestisce da solo 160.000 persone, cosa fanno nel frattempo gli altri insegnanti?Andrew ha fatto un conteggio in cui ha verificato che per raggiungere lo stesso numero di studenti utilizzando una didattica somministrata in modo tradizionale – cioè in aula – gli sarebbero serviti 250 anni accademici. Di questo si sta parlando. Se una persona serve a così tante, le altre persone che fanno il suo servizio non servono più.

Associated press , una delle più importanti agenzie di stampa su scala mondiale, utilizzando dei software di cui paga solo la licenza d’uso, redige degli articoli facendo a meno dei giornalisti. In questo modo si libera dei collaboratori che chiedono variazioni contrattuali, permessi, aumenti di stipendio, si alzano per il caffè o il bagno, contestano per svariati motivi.

Ancora: ci sono macchine che fanno anestesie quasi in automatico, attivate da un solo infermiere e che permettono di sostituirsi all’anestestista che costava ogni volta 2.000 dollari. La macchina interviene invece alla modica cifra  di 200 dollari. Non ci sarà quindi più bisogno di anestesisti.

Nel termine “sharing” , condivisione, potrebbe esserci nascosto – come modo di lavorare – anche qualcosa di nuovo che prima non c’era, come il bisogno di socialità? così frammentata, individualizzata, atomizzata, dove si fatica a trovare lavoro, la sharing economy permette di farsi nuovi amici? Per esempio in una trasmissione in cui si parlava di Uber un’autista diceva che in quell’ attività aveva trovato una dimensione nuova di socializzazione. Altrettanto per le persone che affittano pezzi di casa creando esperienze di viaggio che non era nelle loro disponibilità creando legami nuovi. Questo non ha valore?

Questo corrisponde alla retorica delle narrazioni di Travis Kalanick di Uber e Brian Chesky co-fondatore di Air B&B, i quali dicono di voler restituire la fiducia nelle comunità e che bisogna far sì che gli individui possano trovare delle maniere per fare dei soldi in più. Peccato poi che si scopre che il 13% di quelli che mettono annunci su Air B&B rappresentano il 40% del suo fatturato e sono non singoli individui ma grandi proprietari immobiliari. Il caso più éclatante è raccontato in un libro di Roo Rogers e Rachel Botsnam “what’s mine is your” che raccontava che l’appartamento più caro di Roma che costa 475 euro a notte è di un signore che si chiama Martin di Austin, Texas, e che ne ha un’altra decina sparsi nel mondo. E’ un imprenditore che ha fatto soldi con la tecnologia e che per diversificare ha comprato delle case nel mondo e le affitta. Ci sono anche i singoli che affittano e che generalmente ne hanno bisogno. Ma soprattutto c’è un’ipocrisia molto forte. A un certo punto lo scorso anno ad una conferenza, il fondatore di Uber,  di fronte all’accusa che i prezzi di Uber non sono così convenienti,  ha annunciato candidamente che la motivazione dipende dal fatto ‘”c’è l’altro tipo nell’auto: quando faremo fuori l’autista i prezzi di Uber andranno così giù che non ci sarà più bisogno di un’auto”. In America gli addetti al trasporto sono 3,5 milioni di persone che, con l’indotto, arrivano a 5 milioni di persone impiegate.

Riflettiamoci su.

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foto di @manimente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Chi erediterà i mestieri artigiani?

Foto Maestros Academy

Foto Maestros Academy

A Radio 3, nei mesi scorsi, alcuni radioascoltatori intervenivano sul tema “artigianato”.
(Trasmissione Tutta la Città ne parla del 18 02 2014)

Tra questi, una signora raccontava: “spesso mi capita di sentire i vecchi artigiani dei paesi delle Marche lamentarsi perché non ci sono eredi a cui trasmettere le abilità e le tecniche del mestiere”. L’ascoltatrice si chiedeva: “come mai non si riesce a trovare una formula che combini l’esigenza degli artigiani con quella di molti ragazzi sia di trovare un lavoro che di acquisire competenze – aggiungo io – spendibili sul mercato?”.

Il dibattito è complicatissimo e intreccia anche i temi della disoccupazione . E’ però evidente la necessità che chi sa fare un mestiere con le mani deve poterlo trasmettere a qualcuno che lo porterà avanti e che potrà anche in seguito innovarlo.

Un’esperienza che mi ha colpito è quella di Samsung Maestros Academy un progetto che intende mettere in contatto i maestri artigiani e i giovani, per facilitare la nuova generazione di artigiani italiani e “lanciarne” il potenziale, avvicinandoli – grazie alla tecnologia – alle eccellenze che hanno reso grande l’Italia. A prima vista l’idea appare innovativa in quanto – per quello che viene narrato da Real Time del digitale terrestre – gli aspiranti artigiani possono, col tablet, la live chat e successivamente con l’incontro diretto coi maestri, cimentarsi nella propria passione.

Fotoo Maestros Academy

Fotoo Maestros Academy

Certo che se si fa il confronto coi 7 anni di apprendistato, e i 4-10 anni successivi necessari per diventare maestro come richiedevano le corporazioni medievali, lo scarto temporale, pur riattualizzato, rimane incolmabile.

Ma quali e quanti giovani sentono oggi, in Italia, l’attrazione per mestieri manuali ormai sviliti dal confronto coi mestieri della conoscenza? Molti dei potenziali maestri poi lamentano che i giovani oggi sono in generale refrattari al sacrificio ed alle fatiche del lavoro manuale. Cosa potrebbe motivarli quindi ad intraprendere dei mestieri artigiani? La remunerazione? La domanda del mercato?

Foto dal video progetto Maestros Academy

Foto dal video progetto Maestros Academy

Tuttavia, poiché ‘Made in Italy’ – un’etichetta che viene perlopiù da un passato di gloriosa produzione italiana di qualità e creatività – continua a rappresentare l’insieme di attributi che fanno tali i prodotti del belpaese, è necessario che continuiamo a produrre ed innovare con questi requisiti. Per il momento restano ancora inimitabili ma è necessario alimentare la risorsa scarsa di cui c’è più bisogno per mantenere ed aggiornare l’autorevolezza del Made in Italy cioè disporre di artigiani che sappiano produrre bene.

Si può fare bene un lavoro manuale se però c’è qualcuno capace ed esperto che lo sappia insegnare, cioè maestri autorevoli con esperienza di bottega che insegnino a giovani. A questi ultimi basterebbe non tanto avere talento quanto soprattutto essere disposti ad applicare metodo e disciplina per apprendere ed esercitare un mestiere che fa lavorare.

La nuova tecnologia che richiama il progetto Maestros ha il pregio di promuovere e favorire la diffusione di una cultura della manualità e dei suoi prodotti.

Ma cosa ne è dell’approccio diretto, fianco a fianco col maestro di bottega? E’ ancora possibile lavorare con tempi lenti e far pagare il prodotto che viene così realizzato tanto quanto vale il lavoro ed il tempo che gli si è dedicato? C’è un mercato per questo genere di produzione?

Queste le domande cruciali. Dalla risposta dipendono le scelte di tanti giovani- e non più tali- di approcciare il lavoro fatto a mano non solo in quanto hobby o passione. C’è bisogno cioè di trovare il mercato che lo valorizzi e lo ripaghi. E per questo servirebbero scuole ed una maggior promozione istituzionale sui mercati internazionali del lavoro artigiano italiano, ed anche maggior supporto a chi inizia queste attività.

Foto Maestros Academy

Foto Maestros Academy

Le tecnologie possono aggiungere valore a livello di comunicazione e di marketing, perché sulle pagine social creano consenso e convogliano l’attenzione della gente su argomenti anche di cultura del prodotto e delle produzioni. Per altri aspetti, modificando l’approccio produttivo e progettuale – come per es. per le stampe in 3D – possono accelerare i tempi di realizzazione dell’opera.

Ma determinante rimane il valore dell’artigiano, il solo che è in grado di conferire unicità e qualità al prodotto. “Ogni risorsa umana detiene il proprio contributo operativo nelle esperienze accumulate, nelle conoscenze e competenze e queste appartengono alla bottega, al laboratorio, non meno che al territorio in cui si sviluppano” (Repubblica).

Parafrasando due famosi studiosi (R. Sennet e C. Cipolla) possiamo concludere dicendo che di capitale umano si parla sempre poco, se non in termini di minori costi e non di competenze. Il capitale umano però si può costruire nei territori anziché acquistare perché la missione dell’Italia, quella più specifica, è di “produrre all’ombra     dei campanili cose che piacciono al mondo”