Impaginare il futuro

Avete in mente quando si sbircia da lontano, dietro a un mobile o a un angolo di strada, un bambino, mentre ne combina una delle sue? O quando si capita per caso vicini ad una scena curiosa? In quel momento funzionano le coincidenze, ma ancora di più la voglia di mettersi alla ricerca, per capire.

Mi è successo così: dal titolo assegnato all’edizione 2019 di Fotografia Europea – “Legami – l’idea di poter lavorare ad un progetto che sviluppasse quel tema mi ha spinto a ricollegare insieme tutte le sbirciatine lanciate sul mondo intorno e che, rimaste lì a depositarsi nel cervello, avevano ormai raggiunto l’urgenza di farsi strada fuori dalla mia testa.

Grazie al circolo fotografico Contrasto Lab, pieno di quell’ energia – anche un po’ inconsapevole, tipo mina che ti esplode sotto i piedi – ho scritto la mia idea di “legami”, cominciando a mettere insieme diversi sguardi sul più importante di tutti: la famiglia.

Sbirciando dentro al lavoro di progettazione.
Futuri Passati: il contenuto del progetto

Sketch book

appunti e ritagli durante la progettazione

E rovistando dentro al tema “famiglia” la prima evidenza emersa è che siamo tutti figli del nostro passato, così come siamo tutti figli dei nostri genitori. Il passato ci coccola e ci rassicura di fronte al futuro che non conosciamo ancora. Possiamo amarlo – così come amiamo i nostri genitori – ma talvolta dobbiamo anche odiarlo, perché ci lega e ci limita nell’accogliere in piena libertà un futuro nuovo. Ugualmente ci limitano i nostri affetti.

Sono questi i legami che, seppur cari, condizionano il nostro cammino, e ci impediscono un futuro nuovo e inedito, anche se da essi trae  la sua linfa vitale. E’ il passato in definitiva che ci consente il benessere del presente.

Questi sono gli argomenti che abbiamo affrontato nel gruppo di lavoro dedicato al progetto “Futuri Passati” (qui potrete leggerli tutti, anche quelli degli altri gruppi).

Discuterne insieme ci ha fatto scambiare punti di vista, mettere in circolo tra noi  le idee e moltiplicarle. Quando alla fine – dopo un primo rodaggio – lo scambio ha cominciato a funzionare, allora abbiamo trovato quelle soluzioni che da soli avremmo faticato a scovare. E alla fine qualcosa è nato. 

Sbirciamo insieme dentro al progetto Futuri Passati.

Il lavoro di sintesi fotografica.

La parte più impegnativa della progettazione è stata quella di riuscire a raccontare oggi – attraverso immagini fotografiche – tutto quello che il passato ha rappresentato individualmente, ma anche tutto quello che la storia rappresenta per ognuno di noi, senza rendere questa indagine troppo personale, bensì facendone un racconto di tutti.

Il linguaggio fotografico è quello che meglio si è prestato all’ osservazione del proprio passato: chi non ha nel proprio album fotografico (nei file o nelle cartelle virtuali) pezzi di vita realmente vissuta?

Ma come riuscire a far entrare qualcun altro dentro i percorsi di senso e di narrazione che avevo in mente con quelle foto? Come può uno spettatore – ignaro dei  vissuti e dei  rimandi che sono dentro ad ogni immagine – riuscire a condividere con l’autore tutto quello che vorrebbe dire? Come può viceversa l’autore far sentire la sua autenticità in un sistema di comunicazione dove le fotografie sono consumate come se fossero un caffè bevuto in fretta, in piedi al bar, una dietro all’altra? 

La soluzione l’abbiamo trovata provando a tirar fuori dalla nostra memoria alcune delle immagini più nitide e facendole diventare delle icone.

In cinque storie, rappresentate ognuna attraverso tre oggetti diversi, per cinque diverse fasi della vita e stati emotivi ho sviluppato il mio progetto.

Partendo da bozzetti di lavoro, schizzi e ritagli le idee hanno cominciato a diventare prima cartelloni, poi abbozzi di foto, e infine foto vere e proprie.

 Le scelte tecniche e di stile.

La scelta tecnica del collage fotografico su basi colorate è stata una scelta concettuale.

Per guidare le emozioni che una foto fa sentire, anziché  ritoccarle con Photoshop o realizzarle attraverso ambientazioni scenografiche in studio, ho fatto un’operazione di costruzione manuale dell’immagine – una sorta di “artigianato” povero – in modo da poter restituire una mia visione del concetto di tempo.

Ogni foto è stata scattata personalmente e poi ritagliata e incollata, ottenendo anche un effetto più materico della semplice carta fotografica stampata .

Non è la foto in sé ad essere il centro della visione, ma è l’idea che la composizione di foto e di colori riesce a trasmettere. I cromatismi infatti sono stati pensati sia con una funzione semantica, cioè come catalizzatori della visione, catturata e reindirizzata su sensazioni precise (es.: azzurro=dolcezza, verde=energia, rosso/fuxia=attrito, marrone=sicurezza), sia con una funzione estetica, cioè come sfondo e cornice dell’immagine.

Futuri passati in cinque temi.

Siamo fatti di pezzettini – tanti – tutti completamente fusi nelle nostre vite. Sono pezzi che hanno a che fare o con oggetti che hanno popolato le nostre vite (e ancora le popolano), o anche solo con gesti che sono rimasti impressi nella nostra memoria e nella nostra storia. Alcuni sono più ingombranti di altri, ma tutti insieme compongono – come atomi elementari – spirito e corpo di ognuno di noi. Sono la materia prima del nostro ‘passato’ e sostanziano quello che sarà il nostro futuro.

 

Io sono ancora sogno
sono ancora sogno: l’attesa, le speranze, il sogno di ciò che si deve ancora realizzare

Se ripenso ai momenti in cui ero “in attesa” di mio figlio, mi sembra di poter rivivere quell’atmosfera piena di aspettative e di speranza che rende tutto intorno come ovattato. Quel momento ha coinciso – e coincide per chi sta vivendo nell’aspettativa – con la magia di chi sta sognando e desiderando. E’ il momento in cui chi ti ha concepito come essere, si è  proiettato con te nel migliore dei futuri immaginabili.  La foto “ sono ancora sogno”,  è il passato prima del presente, il momento del ricordo di quello che era, l’ armonia totale.

Ti hanno desiderato pensato e immaginato; ti hanno regalato oggetti (peluche e pupazzi) e fatto a mano cose (scarpine a maglia), apposta per te, quando nemmeno avevi ancora i piedi per camminare. Da lì qualcuno ha cominciato a intrecciare i legami della tua vita.

 

Io cresco
cresco: la vita esplode, comincia il cammino

Poi sei cresciuto (foto “ cresco”): le gambe e i piedi li avevi già abbastanza grandi per muoverti da solo (con scarpe e calze su misura) e per camminare a raccogliere dal mondo tutto quello che ti offriva (la scuola, le prime esplorazioni), sia in quanto c’era di bello (le cure e le attenzioni dei tuoi cari ) che di brutto (delusioni, cattiverie, male).

 

io sono strappi
sono strappi: bisogna strappare i legami e i vincoli

Ma poi un giorno ti sei accorto che non potevi più solo riempirti di tutto quello che ti veniva dato (foto: “sono strappi”), che non ci stavi più ad essere sempre riconoscente per quello che avevi ricevuto. E allora si è rotto qualcosa. Hai preso su le tue scarpe, qualche oggetto che ti faceva sentire più forte (sigaretta e rossetto), e sei scappato, strappando via tutti quei lacci (una matassa diventata di filo rosso) che ti impigliavano dentro un futuro già preconfezionato.

 

4 legami
sono legami: gli amori, le relazioni, le consapevolezze

Il cammino però tocca mete conosciute e si ferma proprio là dove sono i legami già vissuti: legami di persone, di affetti, di impegni (foto: “sono legami”).  Quelle mete stavano già scritte nel tuo passato e se anche hai cercato di evitarle, alla fine ritornano. Solo che adesso bisogna fermarsi e rileggere tutto quello che è già stato scritto nella tua storia (fogli di giornale sparsi) e diventarne consapevole. La tua vita, le tue esperienze passate che stanno lì, devono essere riguardate per affrontare il legame più forte che ora ti stringe: il cammino che resta ancora da fare.

Sarai capace di trovare il tuo futuro? Quale potrà essere? Saranno state troppo resistenti le corde che ti hanno legato al lavoro, agli affetti, alle responsabilità, tanto da impedirti di trovare il tuo miglior domani? Ma quale sarà (o quale sarebbe stato) il tuo miglior futuro?

Alla fine non rimarranno altro che tutti i legami passati con cui ha intessuto il tuo presente: legami d’amore, di fede, di passioni, di esperienze. Legami con la terra, la natura, la  vita.

Tanti legami, di cui molti dispersi nella memoria.

5 libero
sono libero: di raccontare, di slegarmi e di correre

Il vero approdo starà dove finalmente potrai sentirti libero (foto: “sono libero”), là dove se anche tutti i legami del mondo provassero a blandirti tu riusciresti comunque ad essere leggero, senza corde. Senza più alcun bisogno di cercare chi sei (a piedi nudi, senza scarpe) perché tu sei tutti i pezzi del tuo passato, rimessi insieme. Ora il tuo futuro puoi anche regalarlo agli altri (raccontando e scrivendo le esperienze e le consapevolezze acquisite) come un dono di generosità.

Così è nato il progetto Futuri Passati, un lavoro realizzato a quattro mani a partire dal concept 2019 di Fotografia Europea. Abbiamo iniziato da poche e non semplici domande, e quello che abbiamo realizzato ci ha soddisfatto ma solo in parte perchè le domande non finiscono mai di interrogarci.

E noi di cercare.

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Grazie:

un grazie grandissimo al generoso, disponibile, competente e assetato di risposte Alessandro Russo, architetto e fotografo con la passione della profondità delle cose, e compagno insostituibile in questa importantissima esperienza progettuale.

Grazie al direttivo di Contrasto Lab che, oltre ad avermi consentito questa pubblicazione ha permesso al progetto di nascere e svilupparsi.

Grazie a tutti i soci di Contrasto Lab che con i loro suggerimenti, espliciti o rimasti dentro alle espressioni delle loro facce, mi hanno permesso un confronto per capire dove stavo andando. Qui inoltre trovate tutti i progetti  del collettivo che hanno partecipato a Fotografia Europea 2019.

A tutti auguro di trovare sempre compagni di viaggio con cui cercare insieme – con i linguaggi preferiti – i modi per raccontarsi, riuscendo anche alla fine a divertirsi, dopo tanta fatica.

PS: vi aspettiamo al Inaugurazione Mostra Fotografia Europea 2019 con la nostra esposizione dal 12 aprile al 9 giugno 2019!

 

 

 

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Il meraviglioso mondo dell’ovvio

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Dettaglio di una parete del salone (ex-granaio) del Museo Guatelli

Ma quale sarà mai la ragione per cui nessuno riesce a sottrarsi all’incanto dell’esposizione di tutti gli  oggetti  raccolti in quel Museo di Ozzano Taro che ha preso il nome dal suo stesso creatore, il maestro Ettore Guatelli?

Di sicuro non sarà il nostalgico rimpianto per una civiltà che si è gradatamente svuotata del suo significato  originario e che è rappresentata nelle raccolte di Guatelli.  Mi riferisco a quella civiltà dei contadini e degli artigiani di cui è utile tuttavia ricordare sempre – fuori dal mito – le tante storie di stenti e privazioni.

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Veduta laterale nel salone ex-granaio del Museo Guatelli con gli attrezzi appesi ed esposti

Senza nemmeno conoscerne bene le ragioni – se non quella più immediata che si chiama ‘sussistenza’ – Ettore Guatelli ha iniziato a raccogliere gli oggetti che hanno rappresentato quella civiltà nel quotidiano, a partire dagli anni ’50, portando avanti questa attività fino ai suoi ultimi anni di vita, cioè fino alla sua scomparsa avvenuta nel settembre del 2000.

Sono più di 60.000 i pezzi – tra attrezzi, utensili, giocattoli, bottiglie, vasi, scatole, orologi e mobili  provenienti dalle case contadine e dai laboratori degli artigiani che in quegli anni venivano rimodernati –  che Ettore ha raccattato e accumulato in quel periodo di tempo.

“Usava gli oggetti per far parlare e raccontare ai suoi scolari, spesso bloccati nelle loro capacità espressive dalla scarsa conoscenza dell’italiano e dal senso di inferiorità tipica dei contadini di allora”.

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Soffitto nel salone ex-granaio del Museo Guatelli

Molte persone detestano il sentimento di nostalgia del passato, coi suoi mestieri e le sue abitudini, perché la vita scorre, il mondo cambia, e in realtà, l’ idillio con cui si rievoca un periodo non è che una falsa idea utile solo a rendere più indigesto il presente.

Molti altri poi  vorrebbero che il racconto di queste storie fosse diffuso ai più giovani i quali, non avendo potuto conoscere nulla del passato di nonni operosi e parsimoniosi, avrebbero così l’occasione di capire meglio il senso della loro identità.

Ma tutti – anche i più reticenti – rimangono sopraffatti da questa mostra che è quella di una moderna wunderkammer.

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Una parete del salone del Museo Guatelli con le asce e accette disposte in modo ornamentale

Ettore usa diverse parole per definire la sua attività: se inizialmente raccoglieva oggetti per collaborare all’economia familiare, poi, col passare del tempo ha  trasferito su quegli stessi oggetti il senso di ciò che stava facendo. Come maestro, poteva utilizzarli per spiegare meglio ai suoi allievi il significato e il funzionamento di molte cose, raccontando di questa gente ingegnosa che si arrangiava con poco.

Di fatto, raccogliere oggetti “troppo ovvi per essere ritenuti importanti” è ciò che ha consentito oggi a Guatelli di diventare un “atlante” delle geografie funzionali del passato. 

Dentro alle stanze del suo museo è possibile ricostruire come vivevano e si arrangiavano le persone – famiglie, contadini e artigiani – e con quali oggetti compivano le funzioni di vita e di lavoro quotidiani.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Quegli oggetti, che rappresentano le tracce della vita materiale di un passato temporalmente recente ma  culturalmente  lontano anni luce, sono collocati negli spazi del Museo e della casa di Guatelli secondo un ordine che può essere tutto fuorchè didascalico. Sono sistemati seguendo geometrie artistiche, quasi surreali, come si fa con le tassonomie degli insetti, o in quelle che furono le wunderkammer di ottocentesca memoria.

Ecco: il Museo Guatelli piace a tutti, anche a chi non ama il ritorno al passato. Questo perché le sue raccolte utilizzano un linguaggio che supera il didascalico. Il suo è un linguaggio artistico che ha preso a prestito dal passato solo gli oggetti ma che parla al futuro con un’estetica che anticipa la fine di quelle stesse cose di cui racconta.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Non sollecita la nostalgia ma stupisce con la  bellezza, per le geometrie delle sue disposizioni, per la ripetitività con cui sono presentate le famiglie di oggetti (tutte le forbici, tutte le seghe, tutti i vasi) che sembrano messi lì più per il gusto di stupire che per voler dialogare coi visitatori.

Anzi, dai  discorsi riportati del Guatelli, lui pareva più un signore scostante, che non amava “le domande stupide dei visitatori” perché il suo intento era quello di “versare le sue conoscenze, di comunicare”,  di “arricchire e di arricchirsi”.

Una psicologia da collezionista seriale che evoca immediatamente un’inclinazione quasi maniacale. Ma che in realtà ha la logica del’ordinatore delle cose del mondo conosciuto, di fronte allo spavento del cambiamento.

Parete della camera degli orologi nella casa Museo Guatelli

Anche noi oggi collochiamo le nostre preferenze su bacheche virtuali come quella di Pinterest, accumulando oggetti dematerializzati che possiamo solo vedere ma non toccare.

Due collezionismi diversi uniti dall’unica aspirazione a scappare dalle possibilità che li hanno generati: uno – quello di Guatelli – sembra rappresentare più un riscattarsi da quel materiale che l’ha inchiodato alle cose della sua terra . Cose fisiche che odorano, si guardano e si toccano, sono ruvide e polverose, cambiano colore a seconda dell’ora in cui le puoi osservare e raccontano una propria storia .

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Dettaglio di una parete della stanza dei giochi nel Museo Guatelli

L’altro collezionismo – quell dei social, Pinterest e via dicendo – racconta più di un tempo dematerializzato, che sta ancora cercando un suo linguaggio che riconquisti anche la relazione umana e con la natura per potersi meglio rappresentare.

Intanto godiamoci lo spettacolo della bellezza che le mani e il gusto di questo signore hanno saputo creare: non inchiodiamo i ragazzi ad ascoltare ancora e sempre lezioni di vita che non potranno capire mai completamente, oggi.

Perché quella vita è troppo lontana da questi tempi. E’ un’antologia impossibile questa. Semmai potrà essere solo un’archeologia delle cui bellezza poter semplicemente godere.

Ingresso della casa Museo Guatelli, dove ha abitato Ettore

Cosa c’è da sapere prima di farci un salto:

Il Museo Guatelli si compone di due sezioni: il Museo vero e proprio, con l’ingresso, uno scalone, la stanza dei giochi, il salone, la stanza della cucina e la stanza delle scarpe e delle scimmie.

Nella casa Museo, dove invece Ettore Guatelli abitava, si visitano l’ingresso, la camera di Ettore, la camera della musica, la camera dei vetri o della zia, la camera delle latte, il ballatoio della ceramiche, la camera degli orologi e la camera che non c’è più.

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Il ballatoio delle ceramiche nella casa Museo Guatelli

Ettore Guatelli, primo di quattro fratelli, nasce da genitori mezzadri nell’aprile del 1921. Per tutta la vita soffrirà di problemi di salute che lo costringeranno a diversi ricoveri  in ospedali e sanatori. Fu proprio lì che ebbe modo di conoscere quelli che divennero i  personaggi determinanti per la sua vita come il poeta Attilio Bertolucci a cui faceva da dattilografo  e da cui fu aiutato ad ottenere il diploma di maestro come privatista.

Informazioni più dettagliate le trovate sul sito del museo: http://www.museoguatelli.it e ascoltando le appassionate guide che vi accompagneranno nella visita come Maira, dal racconto fresco e coinvolgente o Nelson, coi suoi aneddoti e insegnamenti di nonno e amico personale di Ettore.

“Un museo romanzesco come quello ideato da Ettore Guatelli è la storia di un’esistenza e di un’intuizione,…..

Ciò che vi si apprende, in parallelo al grande scenario delle “cose mute”, è la necessità di imparare a guardare, di ristabilire un contatto con l’oggettività della natura e con la sua rete umana di relazioni ricavandone un senso, ossia un valore al di là del frammento o di ciò che resta.” E. Rimondi

Alma Scuola di Cucina e lo spettacolo dei premi ai suoi talenti .

Gli spettatori e l’accoglienza

Appartengo al genere cresciuto con miti e sogni, quindi particolarmente sensibile a tutto quello che in sé contiene idee anche solo vagamente romantiche. Per questo conserverò un ricordo molto intenso dell’accoglienza di martedì scorso.

L’occasione era una cena, non una qualunque, ma la cena di ALMA, la Scuola di Cucina di Colorno. Menu  “disegnato e realizzato dai maestri Alma in collaborazione con lo Chef Piergiorgio Parini”, così recitava la carta dove ora posso rileggere ogni singolo piatto. A dire il vero non so se esiste un modo alternativo per esprimere come ho “mangiato” quelle portate. Il fatto che la cucina oggi sia assurta a categoria d’arte potrebbe bastare a rappresentare quei piatti come vere opere artistiche. Ognuno rappresentava il trionfo di ingredienti, profumi, aromi e colori combinati con gusto. Insieme, tutto ciò ha creato un accordo di sapori indimenticabili. Difficilmente l’improvvisazione riuscirebbe a promettere tanto piacere.

La rappresentazione

Non solo i piatti hanno contribuito all’esito della cena: se si esclude che la sede era dentro la storica Reggia di Colorno con tutto il fascino dell’edificio, ogni tavolo della sala che ospitava la cena era apparecchiato con gusto, semplicità e accuratezza.

Girasoli al centro tavola, sedie vestite rigorosamente di bianco e personale di sala dedicato ad ogni tavolo, anzi, ad ogni persona. I modi e le attenzioni ricevute in effetti erano degne dei migliori corteggiatori che una donna potrebbe incontrare.  Ma non solo il responsabile di sala, Pierfrancesco Molinari, incaricato di “narrare” ogni volta ai commensali la storia e la vita dei piatti serviti, ci ha accompagnati in quell’esperienza coi suoi modi coinvolgenti. Gli stessi operatori di sala e il sommelier, parlando delle origini delle uve e della loro lavorazione e provenienza, ad ogni vino servito, hanno deliziato i convitati.

Confesso che ho accertato che, pur senza bere, si può crollare lo stesso ubriachi tanta è la forza di simili “vizi”.

Non va omesso il fatto che il contesto era di livello altissimo, non meno dell’occasione di quel convivio: si trattava del conferimento ad  Alma del Grand Prix de la culture Gastronomique assegnato dall’Académie Internationale de la Gastronomie.

Cultura gastronomica: ecco la chiave che apre le porte a tanto sapore e che non nasce solo dall’organo del gusto (la lingua) ma anche dal “cervello, un organo culturalmente (e perciò storicamente) determinato”. In effetti  il piacere di una simile cena altro non è che l’esito di un percorso di qualità che inizia da una scuola autorevole come Alma Scuola Internazionale di Cucina, e che si esprime nei fatti col saper fare’ dei suoi allievi e dei suoi maestri chef, disseminati in tutta Italia e nel mondo, ambasciatori di quello che siamo capaci di fare e di creare

I vincitori dei due premi raccontano il menu

Jaques Mallard, Presidente de l’ Académie Internationale de la Gastronomie, premia lo Chef Piergiorgio Parini Chef dell'Avvenire

Jaques Mallard, Presidente de l’ Académie Internationale de la Gastronomie, premia lo Chef Piergiorgio Parini Chef dell’Avvenire

Un altro premio è stato conferito anche a Piergiorgio Parini come Chef dell’avvenire.

Parini impersona abilità, talento e dedizione e soprattutto un modo di lavorare personalissimo che non si sottrae al confronto con gli altri. Una capacità e un fare artigianali, che vivono attraverso i ricordi e le contaminazioni esterne e che portano a realizzare piatti unici e non convenzionali. Al telefono gli ho chiesto direttamente di descrivermi i due piatti serviti nella serata ad Alma:

  • Chef Parini cosa ha voluto raccontare coi piatti che ha proposto?

“Antipasto di Asparagi , Limone e Angelica e primo di Riso e Stridoli: per entrambi sono partito dal concetto di ricerca e recupero del sapore originario sia dell’asparago che degli stridoli. L’ asparago ha un gusto molto minerale mentre l’angelica ed il limone sono parti di questa mineralità: aggiungendoli si esalta il gusto dell’ingrediente principale. L’emulsione di formaggio di capra che accompagnava la preparazione, in quanto parte grassa, si combinava agli altri ingredienti per allungare il sapore del piatto. Per il riso, il principio seguito è lo stesso: in Romagna gli stridoli tradizionalmente sono utilizzati per tagliatelle condite con sugo di pomodoro o di salciccia. Si mangia così una pasta che solo vagamente ricorda il colore e il sapore originario degli stridoli. In questa preparazione invece il riso viene cotto in acqua e sale, senza brodo: in tal modo diventa un contenitore neutro di sapore che accoglierà ed esalterà l’ingrediente principale. A cottura terminata il riso viene mantecato con succo fresco di stridoli, succo di limone, un po’ di burro acido ed una manciata di parmigiano.”

  • Da cosa nasce l’idea di un suo piatto?

Dall’ottimismo che mi danno le tantissime erbe –talune  anche un po’ particolari – sulle quali sto lavorando da sempre (erbe selvatiche o coltivate, che faccio crescere nel mio orto). Nessun ingrediente ‘extra-locale’: il pesce per esempio proviene da una zona entro i confini tra Ancona e Ferrara. Nessun gambero rosso, astice o capasanta. Faccio una ricerca che parte dai ricordi, senza uno standard preciso, tra tradizione, caso e curiosità. La ricerca di qualcosa di nuovo e personale è per me un modo d’essere”.

A Loanna Giroldi, vincitrice del premio Alma Caseus assegnatole da Renato Brancaleoni, famoso affinatore italiano, direttore del concorso e docente ALMA, ho invece chiesto di raccontarmi il piatto di formaggi servito. La risposta è anche il manifesto di quanto Loanna esprime nel suo locale Toma e Tomi di Carpi:

Selezione di formaggi ALMA Caseus

Selezione di formaggi ALMA Caseus

“Il primo formaggio proposto nella cena era un semistagionato di capra affinato nelle more di rovo e con crosta edibile. Il secondo, un formaggio di latte chiamato Formaggio dei 7 nani, che subisce una lavorazione simile a quella del taleggio ma che si differenzia da quello per la morbidezza della sua pasta e per il sapore . Il terzo formaggio, un pecorino affinato nel fieno estivo, più profumato.  Il quarto ed ultimo, un formaggio di fossa che segue un infossamento all’anno nel rispetto dell’antico metodo con teli di cotone bianchi depositati in fossa a luglio e rivestiti di paglia profumata, appoggiati in sacchi d cotone e rinchiusi nelle fosse in totale assenza di ossigeno. Solo così il prodotto può riuscire”.

Un racconto avvincente da ascoltare; come un’ouverture prima di mangiare (non solo di palato). Loanna ha colto questa sua capacità e il valore di queste narrazioni e le ha espresse come elementi distintivi della sua attività, a Toma e Tomi, un locale per viaggiare tra i gusti e gli aromi dei formaggi artigianali italiani e per celebrare le virtù di 3 ingredienti -latte, sale e caglio – che dalle mani di produttori artigianali trasformano il lavoro in cultura.

Ingresso delle sale di Alma Scuola di Cucina - Reggia di Colorno, martedì 5 maggio 2015

Ingresso delle sale di Alma Scuola di Cucina – Reggia di Colorno, martedì 5 maggio 2015

Anche una cena –  ad Alma soprattutto – diventa un evento culturale.
Grazie!