Bella a chi? Scienza e arte a quattr’occhi

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Due mani in atto di esprimere sensazioni tattili – cera realizzata dalla ceroplasta Anna Morandi Manzolini – Museo Palazzo Poggi – Bologna

Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” scrive E. De Goncourt e se io su queste pagine ho spesso esaltato soprattutto la mano che sa creare, in realtà faccio ammenda per aver omesso gli occhi, quegli organi di senso che risultano non meno importanti della mano per creare un’opera, che sia d’arte o di produzione tout court.

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Foto di volto al Museo L. Cattaneo di Bologna

Mi è venuta in soccorso la lettura di un articolo ricordandomi che: “la visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura: tutta la storia, non solo dell’arte, ma delle scienze, della biologia, della zoologia, della botanica, potrebbe essere riscritta attraverso la storia della visione.(…) Pensare e vedere non sono azioni scindibili: noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo” (Doppiozero: “Il fondamento dell’istruzione artistica è insegnare a vedere” di G. Di Napoli)

Niente di più azzeccato per me per parlare di una visita tra scienza e arte, in due musei bolognesi, lo scorso autunno.

Il Museo delle cere anatomiche e Palazzo Poggi: due wunderkammer fantastiche.

Questi musei espongono dei corpi, così come li si vedeva nell’antichità, con le loro malattie e la loro anatomia dettagliata. Corpi fisici di esseri umani, rappresentati nei loro aspetti anatomici più reali, anche se “crudi”. La scienza del 500 ha beneficiato di questa iconografia realista in quanto finalmente la conoscenza diretta attraverso l’osservazione empirica poteva sostituirsi all’accettazione dogmatica dei precetti dei maestri. Oggi – in epoca in cui tutto è già noto e visto – curiosamente queste immagini destano facilmente più inquietudine. Sembra che il lato nascosto del reale contenga una sua “oscenità”, in particolare quando ad essere rappresentate sono le malattie ed il funzionamento fisiologico dei corpi. Non siamo abituati a considerare il senso estetico né l’armonia del reale degli apparati scheletrico-muscolari, o digestivi, delle tavole anatomiche. Siamo invece pronti ad accogliere ciò che in modo convenzionale e conformistico è riconosciuto come bello (ed anche efficiente).

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Modello anatomico dell’apparato visivo e parti ad esso connesse – Ceroplasta Clemente Susini – Museo L. Cattaneo – Bologna

Sono musei che rappresentano le nostre wunderkammer, le stanze delle meraviglie per alcuni o degli orrori per altri. Luoghi in cui sono raccolti gli unicum e i mirabilia, cioè oggetti inconsueti, capaci di muovere emozioni, ripartiti a loro volta in naturalia (quelli della natura) ed artificialia (quelli creati dall’uomo). Le wunderkammer sono un fenomeno tipico del ‘500, che si sviluppa nel ‘600 e si protrae fino al ‘700 con le curiosità scientifiche dell’illuminismo, e rappresentano al suo primo stadio il concetto di museo. E se nulla avevano a che vedere con i moderni musei, bastarono a dirottare il collezionismo verso un nuovo modo di riordinare ed esporre le collezioni scientifiche.

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Museo Luigi Cattaneo – Bologna

Il museo Luigi Cattaneo di Bologna, detto anche museo “delle cere anatomiche”, è una wunderkammer per le magnifiche cere che vi sono esposte, sintesi del matrimonio oggi inusuale tra arte e medicina. Vi sono esposte cere anatomiche normali e cere del corpo umano patologico, realizzate fra il 1700 e il 1800.

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Museo di Palazzo Poggi, “Stanza di Notomia” con le statue realizzate da Ercole Lelli – Bologna

Ma anche il Museo di Palazzo Poggi, non lascia meno incantati del primo: nella sezione dedicata all’anatomia ed all’ostetricia sono esposte cere magnifiche: quelle di Ercole Lelli (1702-1766) ) , e quelle di Anna Morandi (1714-1774) e del marito Giovanni Manzolini.

 

L’arte e la scienza

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De Bononiensi Scientiarum et Artium Instituti atque Academiae Commentarii, Bononiae, 1731- Biblioteca del Museo di Palazzo Poggi, in funzione dal 1724

A guardare – insieme ad una guida che spieghi questi manufatti – ci si può ritrovare proiettati in un mondo affascinante, la cui cultura incanta per quella magica combinazione di concretezza e superstizione che riesce a trasmettere. Affascina soffermarsi sul fatto che quell’approccio medico appariva più vicino all’ “artista” – per le sue caratteristiche di immaginazione e “creatività” – di quanto non si possa oggi pensare. Quotidianamente questi professionisti erano costretti a dover immaginare l’invisibile causa delle malattie che dovevano curare nei loro pazienti, avendo come unica risorsa la loro capacità di collegamento dei sintomi al contesto di vita ed alla cultura, cioè il semplice intuito. Rispetto all’artista a questi medici mancava solo la consapevolezza di essere tali. Oggi non è più così: ragioni di “opportunità legale” spingono i medici a ragionare soprattutto in modo strettamente scientifico, in base a prassi e protocolli ufficiali, per non doversi poi ritrovare vittime di probabili denunce per errori o negligenze o azioni presunte tali.

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Ercole Lelli, Statue di spellati, scheletro naturale e cera, metà XVIII secolo circa – Museo di Palazzo Poggi , Sala dei Paesaggi – Bologna

La rappresentazione materica della ceroplastica

La libertà di apprezzare la bellezza del corpo umano attraverso l’anatomia inizia col Rinascimento e giunge attraverso l’Illuminismo fin a parte dell’800.

L’anatomia era una disciplina dai confini incerti, in bilico tra medicina, filosofia, cosmografia, estetica e arte. Ma la dissezione anatomica del corpo umano favorirà lo nascita e lo sviluppo della medicina occidentale . Entrambi, medici e artisti, attingeranno alla stessa fonte: l’anatomia. Gli uni per conoscere e svelare i meccanismi del funzionamento del corpo umano, gli altri per dargli vita ed espressione. Le cere anatomiche – che nel 400 nascevano come cere votive, “carne per credenti” – diverranno il mezzo tridimensionale più utilizzato per gli studi del corpo umano in quanto in grado di sopperire alla piattezza delle rappresentazioni del disegno anatomico. Saranno sia “carne per gli artisti” che “carne per gli scienziati”.  Ma non solo: le cere anatomiche venivano anche utilizzate come strumento didattico per insegnare e diffondere l’anatomia a coloro che non erano medici. Chirurghi e levatrici, persone cioè prive di quegli studi classici utili per avvicinarsi ai dotti trattati scientifici, nella pratica avevano bisogno delle conoscenze anatomiche per poter svolgere con successo i loro compiti (come un parto). Perciò le rappresentazioni anatomiche consentivano loro di poter mettere in pratica nella loro attività quanto potevano vedere in “3D”, in un felice connubio ante-litteram tra esperienza, arte e scienza.

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Statua in cera di giovane donna giacente, detta “Venerina” – riproduzione della cera che Clemente Susini (1754-1814) eseguì negli anni 1780-1782 a Firenze – Museo di Palazzo Poggi , stanza dei putti vendemmiatori – Bologna

Oggi le opere di ceroplastica anatomica che vengono esposte nei musei sono giunte integre fino ai nostri tempi soprattutto per  l’interesse scientifico, più che artistico, che suscitavano. Tant’è che non è un caso che siano custodite negli ospedali o presso le facoltà di medicina.

La rappresentazione performativa dell’anatomia: il teatro e il testo illustrato

La dissezione dei cadaveri dal 500 divenne una vera e propria «febbre» dell’anatomia e nel secolo successivo in tutte le università d’Europa l’autopsia rappresentò una pratica diffusa. Negli anfiteatri anatomici le dissezioni venivano praticate come uno spettacolo aperto al pubblico: difatti per assistervi si doveva pagare anche un biglietto. In questo teatro l’anatomista esibiva il corpo umano per mostrarne l’armonia divina.  Ma teatro era anche il libro nel quale le figure vengono esibite nelle diverse pagine: è a Bologna,

primo libro anatomia

Jacopo Berengario da Carpi Commentaria super Anatomia Mundini Bononiae, per Hieronymum e Benedictis, 1521

che nel 1521 esce il primo testo illustrato di anatomia (si tratta del commento all’opera di Mondino di Iacopo Berengario da Carpi). Nel 1543, sarà il fiammingo Andrea Vesalio, che nel “De Umani Corporis Fabrica” – compendio in cui convergono tecnologia, scienza, cultura e arte – rappresenta il corpo come una “Fabrica”, cioè un “laboratorio artigianale” dove si svolgono tutti i processi fisiologici. Il medico ne è l’ osservatore raziocinante. Lo scheletro in quanto fabbrica, struttura, domina la scena e il libro diventa lo specchio di un’esperienza. Le tavole di Vesalio diventeranno un riferimento obbligatorio per le generazioni successive tra cui gli stessi pittori della cerchia di Tiziano che lo adotteranno come testo. Ma dopo Vesalio il corpo umano diventerà “terra di conquista” in base alle nuove scoperte: così Eustachio mappa l’orecchio, Falloppio gli organi di riproduzione femminile, e così via. Emblematico di questo rapporto tra arte e scienza è il quadro ad olio “Lezione di anatomia del Dottor TulpLezione di anatomia del Dottor Tulp, opera di Rembrandt del 1617. Impressionano i medici che assistono alla dissezione con i loro vestiti eleganti, le gote rosate, la barba curata mentre il cadavere sezionato giace bianco e inerme coi medici che si guardano intorno nella più totale indifferenza.

De Humani Corpori Fabrica

De humani corporis fabrica libri septem, p. 184: tavola V dei muscoli

Le botteghe degli artisti di ieri: i ceroplasti

Nelle botteghe degli artisti del 400 il disegno del corpo divenne un percorso obbligato poiché il ruolo dell’artista era quello di fornire immagini nitide e precise che documentassero con serietà e precisioni le parti del corpo. Ai ceroplasti spettava il compito di supportare gli scienziati.

L’arte della ceroplastica si tramandava di padre in figlio; alcuni modellatori raggiunsero la celebrità e furono chiamati a riprodurre l’effige di sovrani e pontefici, morti e vivi. Ogni ceroplasta aveva tecniche proprie che, come tutti gli artigiani-artisti, preferiva non divulgare ed era seguito in tutti i passaggi della suo lavoro da un anatomico-dissettore, che preparava i pezzi da riprodurre prelevati dal cadavere. La parte più difficile e delicata del lavoro era la costruzione del modello definitivo, che richiedeva una precisione estrema e la conoscenza delle diverse sostanze da mescolare alla cera per ottenere la consistenza e il colore voluti. Questa operazione richiedeva un’abilità ed un’esperienza non comuni.

Giovanni Manzolini, la moglie Anna Morandi, Ercole Lelli e Clemente Susini sono alcuni dei nomi dei ceroplasti più famosi delle cui opere si può godere nei due musei bolognesi. Ma della ceroplasta Anna colpisce soprattutto lo studio della trasmissione degli impulsi sensoriali dal cervello agli organi di senso che si sintetizza nella sue splendide cere che rappresentano le mani (nelle foto qui all’inizio e in evidenza). Hanno una plasticità ed una sensuale armonia che è impossibile dimenticare. Ercole Lelli è invece l’autore della prima cera osteo anatomica e degli 6 scorticati della sala di Palazzo Poggi che mettono in evidenza le fasce muscolari. Le cere bolognesi del Lelli, riguardanti l’Osteologia e la Miologia, e quelle dei coniugi Manzolini, comprendenti anche gli organi di senso, di visceri e di ostetricia, sono i più antichi preparati anatomici in cera conosciuti.

Queste opere sprigionano una tale espressività visiva da superare, per forza emotiva, sia la piattezza della pagina disegnata che la monocromia delle sculture tradizionali. Sembrano più vere di una reale dissezione anatomica perchè brillanti e pulite.

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Cere di neonati con varie malformazioni – Museo di Palazzo Poggi – Sala di Camilla – Bologna

Oltre alla rappresentazione di malattie ormai dimenticate i modelli in cera  presentano, con estremo verismo, tutta quella serie di piccoli mostri, neonati deformi, che grazie all’ecografia e all’amniocentesi non vediamo più da decenni. Difficile poterli chiamare bambini: in effetti i medici dell’epoca, facendo ricorso alla mitologia, etichettavano i neonati con un occhio solo, ciclopi, quelli con due facce sulla stessa testa, giani bifronte ,  quelli i cui femori risultavano uniti in un unico, inutile arto, sirenidi.

La bellezza e il dettaglio della finitura, l’arte nel riprodurre i particolari (come i capelli fini e radi) però esprimevano il valore artistico di questi modelli, incapaci di lasciare indifferenti. La ceroplastica è un’arte fortemente emozionale, capace di suscitare nello spettatore i sentimenti più diversi ma raramente l’ indifferenza. In alcuni casi infatti il ritratto di cera, per quest’esasperato realismo, viene utilizzato per rendere immortale il ricordo dei morti nei vivi. Una pratica che sa di macabro e che rimanda a momenti di magia e stregoneria – secondo lo studioso M. Praz – o, da un altro punto di vista,  un modo (sempre piuttosto macabro) per fermare la morte come chi imbalsamava i corpi dei propri cari, illudendosi di poter mantenere per sempre in vita le persone amate.

Gli artisti di oggi.

Questa fascinazione per l’arte della ceroplastica, a partire dal XX secolo diventa sinonimo di musei in vario modo, inaugurando per esempio il ben più celebre Museo delle cere di Madame Tussaud a Londra.  In tempi più recenti è significativo il successo della mostra Body Worlds, l’esposizione itinerante ideata dal medico tedesco e scienziato Gunther von Hagens sul “vero mondo del corpo umano”, in giro in diverse città d’Italia per far conoscere gli organi e gli apparati anatomici umani.

Non è roba del passato. Non proprio. Anzi è giusto l’aver notato numerosi artisti contemporanei che realizzano raffigurazioni “lugubri” o che rappresentano dissezioni, anatomie, scheletri, teschi e simili, che mi ha spinto a indagare il pensiero che li ispira.

Damien Hirst

Hymn, 1999, di D. Hirst, Oro, Argento e Bronzo – Immagine tratta da http://www.osservatoriesterni.it/arte-design/damien-hirst-opere-famose

Damien Hirst è uno dei primi artisti contemporanei che mi è venuto in mente : con le sue sculture giganti di corpi anatomici, dissezionati ( nella foto bronzo dipinto Hymn, 1999 – 2005) o i suoi animali imbalsamati e sezionati conservati in formaldeide.

Stefano Bessoni è un altro artista a cui è andato il mio pensiero.

Stefano Bessoni - Alice

Alice – Stefano Bessoni – foto di Stefano Bessoni

Ma questi sono solo alcuni per dirci che dopo l’indigestione quotidiana di tanto virtuale, in di stimoli alla fine questi corpi ci servono per ricongiungerci con la nostra materialità più vera.

 

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità” T.W. Adorno.

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Link utili (dei quali ringrazio Bruno Cozzi  Dr.Med.Vet., Ph.D., professor
Dept. of Comparative Biomedicine and Food Science, University of Padova):
Collezioni fondamentali italiane sono presso:
  • il Museo della Specola di Firenze, con le migliori e più famose cere anatomiche. Oltre alle cere anatomiche normali (le più famose) ci sono ache quelle patologiche e quelle botaniche
  • il Museo anatomico dell’Università di Pavia (dove Cattaneo insegnò a lungo e dove ci sono diverse statue miologiche, preparati fantastici. Preparati simili della fine del XIX secolo erano presenti anche a Milano ma non sono più visitabili)
  • il Museo di Anatomia umana dell’Università di Napoli, dove accanto ai preparati anatomici sono conservati gli strumenti divinatori ricavati da parti umane e risalenti al tardo barocco
  • il Museo di Anatomia umana “Giacomini” dell’Università di Torino, importante per la storia dell’anatomia moderna e i risvolti nella storia del pensiero
  • il Museo Lombroso dell’Università di Torino, sintesi del pensiero anatomico normale e patologico dell’epoca positivista

Alcuni di questi musei hanno un loro sito. Le raccolte di molti di loro sono state pubblicate in volumi affascinanti.

Grazie anche al dr. Mancini che mi ha accompagnato nella visita al Museo L. Cattaneo.

 

 

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