Contrasti e alleanze di moda.

Francia-Italia: un’abbinata famosa da sempre, ma di recente ancor più famosa non per un match sportivo, ma per un duro scontro di politica economica. Sempre lì: due paesi confinanti, due nemici secolari. Suona anche buffo.

Nella moda – per citare uno dei campi dove lo scontro è storico – la Francia ci è sempre stata al fianco non come alleata, ma come la rivale più agguerrita.

Campione delle prove di ricamo del Ricamificio Laura di San Martino in Rio (R.E.)

E se Pascal Morand, Presidente Esecutivo della Fédération Française de la Couture, du Prêt-à-Porter des Couturiers e des Créateurs de mode, sulla piattaforma del Google Cultural Institute, We Wear Culturepuò affermare che

la cultura per la moda francese deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda, documentata già nel 1298 (…) “e che “fu Maria Antonietta, che iniziò a liberare il corpo femminile mentre adornava le sue creazioni con ricami, pizzi e petali di rosa

è un peccato non leggere su quel portale dichiarazioni altrettanto altisonanti sui meriti delle creazioni italiane .

La moda, nonostante la forte evoluzione tecnologica,  è ancora un settore in cui  la maggior parte della produzione si basa sul “fatto a mano”  .

Una bella azienda.

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La sala operativa dell’azienda Ricami Laura di San Martino in Rio

Così mi ha molto incuriosito scoprire il “ricamo mano-macchina”, un processo che a parole sembra un controsenso, ma che nella realtà racconta dell’alleanza non solo possibile, ma anzi fondamentale, tra uno strumento – la macchina – ed il tecnico esperto che sa usarla,  non meno che tra un’attrezzatura obsoleta  e le sue attuali possibilità

Visitando il Ricamificio Laura di San Martino in Rio ho potuto vedere la bellezza di queste produzioni. Sefano Bonaretti, suo Presidente, mi ha accompagnata a conoscerlo. Vi lavorano 45 donne  –  dai 30 fino ai 60 anni – signore che altrimenti sarebbero rimaste disoccupate, perché fuoriuscite da un settore ridimensionato per chiusure e fallimenti,  dove la competizione globale si è giocata soprattutto sulla capacità di  contenere i costi, con  manovalanze despecializzate e non locali.

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Stefano Bonaretti mentre controlla alcuni lavori in corso di realizzazione all’interno della sua azienda Ricami Laura

Sono tutte lavoranti – come mi riferisce il loro datore di lavoro – con un contratto a tempo indeterminato, così inquadrate per farle sentire parte dell’azienda. Stefano dice che “hanno mani preziose”: fanno ricami a mano-macchina, cioè  lavorazioni con macchine a pedale ormai fuori produzione, degli anni ’70-’80, reperite da ex ricamifici. Sono macchine Cornely o Bernina, adatte a ricami con filati e materiali di vario tipo: dai metalli, alle catene, fino alla plastica, il ferro e le pietre.

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Una macchina del Ricamificio Laura

La magia di quest’orchestra è la manualità e l’armonia viene garantita da un maestro unico, cioè da una responsabile che guida la produzione completa del capo.

La sua storia.

Le origini del Ricamificio Laura risalgono all’apertura del primo laboratorio, negli anni ’90, ad opera della mamma di Stefano, Laura Magnanini, e che oggi è presente in azienda come responsabile dei modelli. Laura è diventata un’ imprenditrice dopo l’esperienza lavorativa nel ricamificio locale di Luigi Malavasi.

Laura Magnanini

Laura Magnanini, fondatrice del Ricamificio Laura

Erano gli anni del boom della moda, quelli che hanno anche rappresentato la fortuna di tanti piccoli laboratori artigianali fioriti a quell’epoca  per l’intuito e l’intraprendenza di  alcuni addetti del settore.

Ricami dell’archivio storico Gianfranco Ferré realizzati da RIcami Laura

Poi, come vuole ogni bella storia, arriva a San Martino un cavaliere bianco – lo stilista-architetto Ganfranco Ferrè –, si innamora di quell’’attività e se ne “appropria” nei panni del suo monocommittente.  Sarà un matrimonio duraturo,  che si interromperà alla morte dello stilista nel 2007.

Questa pluriennale collaborazione  rimarrà per sempre in eredità al Ricamificio  che la porterà con sè come sua capacità di riuscire a collaborare con tutte le figure dello stile – dai designer, ai responsabili di prodotto fino alle modelliste – per costruire le proposte di una  collezione di moda.

 

La crisi e la rinascita.

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Una addetta dell’azienda Ricami Laura mentre completa un tessuto per Gucci

Ma gli anni 2000 sono il periodo in cui non si fanno più regali a nessuno: la crisi è ovunque e per il Ricamificio sarà fatale la morte del mentore Ferrè.

E’ in questo momento di difficoltà che Stefano rientra dall’America. Con la sua esperienza in ambienti fortemente competitivi come quelli del cinema, dove studiava e lavorava, Stefano può mettersi a disposizione dell’azienda di famiglia, temprato e allenato per resistere e riuscire.

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Stefano Bonaretti, Presidente di Ricami Laura con prove ricamo perFerragamo

Con lo stesso spirito pragmatico degli uomini del fare americani, Stefano intraprende la strada della promozione commerciale sulle pagine dei social e intercetta così l’interesse degli uffici studi delle principali Maison della moda.

Comincia con Ferragamo donna, proseguendo poi con Giorgio Armani ed attirando a ruota tutti i big del settore come Gucci, Tom Ford, Givenchy, Burberry, Hermès, Dior, Cavalli, e così via.

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Addetta al lavoro per un ricamo Gucci

In due anni Stefano riesce a quintuplicare il fatturato dell’azienda di famiglia.

Materie prime del Ricamificio Laura

Disponendo di un meraviglioso archivio storico delle collezioni ricamate per Gianfranco Ferrè, il Ricamificio ha, oltre ad un biglietto da visita autorevole, un campionario del suo saper fare. 

Una competenza che tutti noi  ignoriamo quotidianamente perché prima di tutto la moda la viviamo come un’espressione formale di noi stessi, senza che ci riguardi particolarmente il fatto che al valore delle sue forme, dei colori e dei dettagli con cui ci veste corrisponde un lavoro incredibile che sta all’origine di quei capi.

E’ la moda, cioè anche industria.

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura all’opera per la produzione di patch

Per i francesi la moda rappresenta un’eccellenza nazionale di cui vanno orgogliosi. Tanto che Pascal Morand, può affermare che

nel complesso essa rappresenta l’1,7% del PIL francese, il 2,7% se includiamo l’occupazione, in particolare quella correlata ai servizi e il suo effetto sull’indotto, che rappresenta complessivamente 1 milione di posti di lavoro. Sorprendentemente, è superiore al valore combinato di industria automobilistica ed aereonautica” (da Google Cultural Insttute – We Wear Culture).

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Ricami per tessuti Gucci

Allora perché mai nessun nostro rappresentante ha fatto simili dichiarazioni d’orgoglio nazionale per promuovere la moda italiana sul portale del Google Cutural Institute,  consultabile da chiunque nel mondo? Perché non possiamo leggervi anche che il valore dell’industria dell’abbigliamento italiana pesa 7 punti percentuali del PIL (nota Pitti Immagine mag 2016)? Perchè loro – i francesi – raccontano a tutto il mondo che

la creatività ed il successo degli stilisti e dei marchi francesi non possono essere scissi dall’esperienza dei laboratori e degli artigiani che si occupano della manifattura dei loro prodotti, trattandosi di una cultura che deriva direttamente dalla tradizione delle arti decorative e dell’alta moda.“ ?

Quello che intorno tocchiamo quotidianamente con mano, quello che sentiamo dai diretti protagonisti che fanno, lavorano e producono, tanto nell’abbigliamento quanto in altri comparti legati all’artigianato artistico, e che ci dicono persone come Stefano e chi collabora con lui, nella sua azienda, racconta di fatiche e di grandi difficoltà quotidiane nel portare avanti ogni giorno quella che è prima di tutto una passione e, non secondariamente, un impegno di lavoro ed una responsabilità.

Eppure gli italiani…

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Un’addetta intenta al lavoro nel Ricamificio Laura mentre lavora ad un capo di Valentino

Eppure nonostante la nostra storia parli dell’Italia come di un territorio popolato da una miriade di piccole-medie realtà, fatte di laboratori e atelier che portano avanti un “saper fare” fortemente radicato nel nostro DNA, ciononostante, tutti – dagli economisti ai politici – temono il “nanismo”, cioè la piccola impresa.

Ma Toscana, Emilia,  Marche – per citare alcuni territori – hanno tradizioni secolari in ambito artistico-artigianale. Sono cioè giganti storici. Sarà allora la paura di apparire obsoleti? o di perdere primati tecnologici mai detenuti?

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Macchine elettroniche nel Ricamificio Laura

Si tratta di sentimenti di inferiorità senza fondamento perché in realtà, come succede nel caso del Ricamificio Laura, la tecnologia viene utilizzata comunque, anche se solo negli ambiti in cui la si ritiene efficace. Un esempio della sua applicazione è la gestione delle relazioni commerciali e la promozione dell’attività tipica del laboratorio, oppure la realizzazioni di grandi commesse come quelle dei patch (si utilizzano infatti le macchine elettroniche della foto).

Il legame tra creazione e tecnica in effetti permette la produzione di quelle piccole serie, tipiche della tradizione artigianale, che oggi si contraddistinguono come pezzi personalizzati ed unici, così come richiesto dalle regole del lusso.

E’ quindi al lusso che possiamo riconoscere uno straordinario potere di conservazione delle tradizioni e del sapere. Oltre a permetter ai tanti che sanno fare qualcosa con le mani ed alle comunità di quel territorio, di poter lavorare, il lusso rappresenta un motore di sviluppo sostenibile.

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Applicazione per Gucci del Ricamificio Laura

Che fare?

Ma quali sono concretamente le difficoltà?

Burocrazia, concorrenza sleale dei numerosi laboratori che clandestinamente “inquinano” il mercato, stretta creditizia delle banche nei confronti dei neo-imprenditori, mancanza di fiducia nel sistema paese ancora privo di una precisa linea di politica industriale: già questo impedisce di liberare le nostre migliori energie.

Nonostante ovunque si possano trovare in Italia bellissime realtà produttive, simili al ricamificio Laura, è tangibile sempre l’assenza di chi dovrebbe promuovere al mondo questo importante ‘saper fare’, che ci rappresenta.

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Filati del Ricamificio Laura

Chi potrebbe promuovere allora l’eccellenza?

Da soli non si può far molto di più di quanto già si è impegnati a fare: è il sistema, in quanto soggetti, istituzioni e politica uniti da obiettivo condivisi e comuni, che deve creare condizioni fertili per far eccellere chi merita. La politica deve innanzitutto mostrare una maggior consapevolezza del potenziale produttivo dell’Italia, e delle competenze di cui dispone.

Turismo, artigianato, cultura e arte sono gli asset forti di cui disponiamo ma vanno gestiti in modo sinergico.

Abbiamo e produciamo bellezza, perché nessuno – eccetto i nostri detrattori – se ne ricorda mai ?

Tessuti realizzati coi dettagli ed i ricami di Ricamificio Laura per Missoni

 

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Meglio soli o ben accompagnati?

Che aria si respira.

L’“aria che tira” sul restauro – questo speciale ambito dell’artigianato artistico – la puoi respirare solo direttamente nelle botteghe,  nei laboratori,  parlando con i suoi protagonisti: i restauratori. Sul web, alla correlativa voce di “wikipedia”, non c’è molto.

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Vetrina del laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini- Reggio Emilia

Girando a Reggio Emilia, proprio in due di queste botteghe, ho incontrato Elisabetta Ghirardini, restauratrice pittorica, e Roberta Notari, specializzata nel recupero delle sculture. Quest’ultima condivide il suo ampio spazio di lavoro con Cristina Lusvardi, anche lei restauratrice pittorica. Fino a qualche anno fa, fino alla fine degli anni ’90, i restauratori beneficiavano non solo di prestigio e riconoscimenti ma anche di carichi di lavoro oggi diventati ormai impensabili.

Meglio soli o ben accompagnati?

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d'Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Vetrina del Laboratorio di Restauro e conservazione Opere d’Arte di R- Notari e C. Lusvardi

Sono storie queste che iniziano a partire dagli anni ’80: in quel periodo Elisabetta ha cominciato la scuola, coi corsi dell’Istituto per il Restauro di Firenze, e poi a bottega, facendo pratica da un restauratore modenese. Tipicamente, in quegli anni, era consuetudine fare apprendimento diretto, formandosi nella pratica, un po’ perché il sapere artigiano tradizionalmente non è sempre scritto ma viene appreso visivamente e lavorando, un po’ perché è molto più agile l’apprendistato a bottega. Questo però non teneva conto della possibilità di poter formare una propria capacità critica decisionale che solo la scuola può trasmettere attraverso l’ insegnamento teorico. Con la pennellata finale la mano ricompone tecnicamente il dipinto così com’ era nelle sue origini, ma sceglie anche, tra tante tecniche a disposizione, come intervenire.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

Elisabetta ha passione per il proprio lavoro – il recupero di dipinti – perchè non è un’attività ripetitiva, ma una continua novità. Ad ogni intervento c’è sempre la sorpresa e lo stimolo a ricercare le migliori soluzioni per il manufatto. C’è in sostanza la soddisfazione di chi prende in mano un’opera deteriorata per ridargli la sua luce originaria, mantenendone tutto il vissuto che il tempo gli ha impresso. Riuscire a farlo permette anche di ricucire l’attualità con la cultura e la mentalità dei maestri d’arte della storia. Elisabetta conferma che non riuscirebbe a concepirsi in un’attività diversa: “questo è il mio lavoro, non sono una creativa ma mi piace l’intervento minuzioso delle mani, la precisione dei gesti, che arrivano fin nei più piccoli dettagli. Non riesco a pensarmi in un altro posto, diverso da questo, né ad immaginare di poter disperdere tutte le fatiche, tutti i miei sacrifici fatti fin qui”.

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Roberta invece comincia negli anni ’90, occupandosi di sculture lignee, in cartapesta e tela gessata e di cornici. La sua attività nasce e si sviluppa attraverso l’ esperienza diretta con diversi restauratori coi quali ha collaborato, mentre viene approfondita sul piano tecnico-teorico con corsi specifici. Anche gli stagisti – come lei stessa riferisce – “ hanno portato le loro innovazioni e le loro competenze” nel suo laboratorio, in un reciproco scambio di tecniche e approcci. Una tipologia di opere che Roberta confessa di amare di più è quella dei crocifissi, anche perché averli studiati tanto a fondo è un modo per non abbandonarli più.

Ma chi porta più oggi a restaurare crocefissi? Roberta non si tira indietro rispetto alle difficoltà, grazie anche alla sua apertura verso la sperimentazioni in nuovi ambiti. Così si è cimentata in produzioni di arte moderna ricreando superfici pittoriche ex-novo con tecniche antiche, come nel caso degli interventi sull’ambone, la seduta e l’ altare per l’ adeguamento liturgico della Parrocchia di S. Agata di Rubiera, in collaborazione con un architetto locale (foto).

Il suo laboratorio è diventato spazio di lavoro anche per Cristina Lusvardi, prefigurandosi come un coworking ante-litteram. Già dal 2001 le due restauratrici collaborano tra loro anche se la titolarità condivisa dello spazio partirà solo dal 2008.

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Cristina Lusvardi restauratrice pittorica presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Cristina è una giovane collega che si occupa di dipinti su tela e tavola, e di arte contemporanea; interviene anche nei cantieri, sulle opere murarie. E’, come vuole lo spirito di chi lavora per passione e la chimica della giovane età, un vulcano di energia che ovviamente non nasconde la sua soddisfazione quando comincia a parlare del lavoro che fa nei cantieri. “Sono momenti molto faticosi – al freddo e continuamente in giro da una parte all’ altra, a seconda delle destinazioni assegnate per gli interventi- ma sono anche una ventata di energia e di novità per l’ambiente nuovo, il confronto con tanti altri colleghi e il cambio di rotta rispetto alla quotidianità del laboratorio”. Anche a Cristina piace sperimentare il nuovo e, con la sua passione per il tadelakt, uno stucco di origine marocchina, si cimenta con nuovi approcci dove può rigenerare le sue competenze (foto).

Tre storie che qui in estrema sintesi mostrano 3 diversi approcci in un momento di innegabile difficoltà del settore, un momento in cui è facile sentirsi molto soli anche quando si è sul lavoro con altri.

Sono vite dedicate ad una passione che, per usare le parole di Thomaz Gunzig, è vero, rappresenta una scelta per privilegiati, ma che a ben vedere hanno come unico e reale privilegio, di cui realmente riescono a godere, soprattutto la propria libertà di azione sul lavoro e l’essersi dedicati a propri interessi. Il prezzo pagato rimane spesso un diverso comfort materiale, ed oggi una maggiore insicurezza economica .

Gli attori culturali si guadagnano male la propria vita e devono condurne diverse. Ciò è piuttosto seccante perchè l’arte richiede una temporalità ‘altra’, un tempo di riflessione.”, cioè tempi più lunghi che si appropriano anche del privato individuale.

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini - Reggio Emilia

Tavolo di lavoro nel Laboratorio di Restauro Pittorico di Elisabetta Ghirardini – Reggio Emilia

In totale, le cifre.

Al 30 settembre 2009 in Emilia Romagna erano attive nel restauro 716 ditte, con un totale di 1078 addetti; nello stesso periodo del 2014 sono diventate 659, con 1056 addetti al seguito (Fonte Unioncamere E-R). Un calo di circa l’8% nel numero di imprese attive e del 3% nel numero di addetti. Reggio Emilia supera la media regionale registrando un crollo del 19,8% nel numero di attività ancora presenti (il primato però spetta Parma con un preoccupante – 20,6%).

E’ indubbio che ci sarebbe di che lamentarsi: da qui si comincia con la lunga serie di criticità che, come da tutte le parti dell’artigianato, in particolare quello artistico, hanno travolto il settore, e la cui prima causa risulta essere fra tutte la mancanza di una committenza continuativa. Una volta c’erano la soprintendenza dei beni artistici e culturali- il maggior committente- la curia e le parrocchie, gli antiquari, le gallerie e i privati. Oggi più o meno tutti sono latitanti.

In tali condizioni – scriveva in tempi non sospetti  A. Emiliani ne “L’artigiano, i suoi modelli culturali, la città storica” del 1983 – la sponsorizzazione somiglia ad un’elemosina insistentemente richiesta da un ricco che tuttavia, la notte, dissipa malamente i suoi beni al tavolo verde”.

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata  del XVIII sec  Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia - opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro della Madonna del Carmine, scultura lignea policroma intagliata e dorata del XVIII sec Parrocchia S.Stefano Reggio Emilia – opera di Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Le probabili cause.

Cominciamo dal gusto: oggi in media i trentenni vanno ad IKEA per arredare le proprie case e non acquistano più né mobili o oggetti d’antiquariato né si fanno restaurare quelli  lasciati dai nonni per mettere su casa (quando ci riescono). Di conseguenza l’arredamento o è un assemblaggio neutralissimo dei pezzi “copia design a buon mercato” di IKEA, o – nei casi più d’avanguardia – è il recupero-fai-da-te del “ciarpame” buttato presso i raccattatutto, in linea col trend “shabby o eco-chic”.

Le stesse abitudini di consumo sono condizionate da portafogli in media ridimensionati e da gusti che cambiano spesso e che variano in relazione alle diverse mode. Si vive ormai in un flusso continuo di divertimento in cui la fruizione dei momenti culturali come il teatro, il museo, la letteratura, la musica, per i quali serve concentrazione ed attenzione, stanno diventando un lusso, perché ormai siamo più allenati a vivere nel pieno dell’adrenalina che a rallentare.

Ma anche la committenza dello Stato – il principale motore degli interventi di conservazione e recupero del nostro patrimonio artistico-culturale – non c’è più: è sotto gli occhi di tutti la sua attuale assenza. Troppe le emergenze sociali a cui è chiamato a dare priorità, facendo leva su una dotazione finanziaria sempre più striminzita.

Ma fuori dalle preoccupazioni verso questo cambio di rotta che coinvolge tutti coloro che fino ad oggi hanno potuto beneficiare di questo main sponsor, ci si può finalmente porre la questione se davvero le sole risorse pubbliche, con l’ attuale organizzazione delle Soprintendenze, che risale ad ancora prima la seconda guerra, possano bastare per mantenere il nostro patrimonio? La risposta dovrebbe essere ovvia.

Le Fondazioni Bancarie, il bacino alternativo a cui si è fatto maggior ricorso, già da questi ultimi periodi si sono orientate su interventi di rigenerazione della città, dandosi come obiettivo di lavoro il recupero del parco architettonico ed urbanistico. Si privilegiano le città con le loro attività culturali e coi loro segni identitari per dar vita ad un turismo più qualificato e ricettivo che risponda ad un bisogno di partecipazione e nello stesso tempo riesca a  generare anche redditività. I loro interventi si attuano attraverso collaborazioni con diversi attori – pubblici, privati e del terzo settore – ed insieme intendono riattivare quegli spazi del territorio non più funzionali ai bisogni della comunità di riferimento (per esempio l’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena  nel progetto Sant’Agostino per il recupero dell’omonimo complesso ospedaliero e la sua trasformazione in un polo culturale multifunzionale) e ad ottenere ritorni sul capitale investito in termini di benessere pubblico non meno che di rendite finanziarie.

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Scultura in restauro da Roberta Notari restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quindi che fare?

I corsi di aggiornamento– a detta degli stessi intervistati – non rappresentano per la categoria un valore aggiunto riconosciuto, né per l’affidamento di nuovi incarichi né per rivalutarsi rispetto ai diretti concorrenti. Ma nemmeno le potenzialità dei nuovi strumenti web vengono completamente riconosciute dalla categoria: tutti confessano che “solo il passaparola é l’unico canale di trasmissione della propria offerta di servizi”, il solo strumento riconosciuto e riconoscibile per accaparrarsi clienti. Questo nonostante sia chiara la lettura del trapasso avvenuto nel passato col cambio generazionale: allora c’era un divario tra la preparazione dei restauratori nati sull’ esperienza rispetto ad una generazione successivamente maturata nelle scuole di restauro. Oggi, ugualmente, non si è in grado di cogliere lo stesso differenziale che divide il trapasso ad una nuova generazione, che è appunto quella di artigiani che dovranno anche spendersi nella comunicazione, integrandosi in nuovi modi di proporsi e di intervenire nondimeno che con le nuove tecniche (il digitale, la stampa 3D).

…Anche se il ricambio generazionale, stando così le cose, stenta oggi a profilarsi con chiarezza.

Restauro pittorico su tela - opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

Restauro pittorico su tela – opera di Cristina Lusvardi restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Quali strade davanti?

Visto che non si tratta più di ricevere “a fondo perduto” un patrimonio da committenti pubblici o privati, credo che ci siano due importanti leve su cui poter lavorare.

La prima è quella di riuscire a trovare modalità d’impiego del patrimonio stanziato facendo in modo che esso rientri in circolo nell’economia. Il recupero dei beni dovrebbe cioè essere anche profittevole, pensato in modo economicistico, perché questa condizione è indispensabile per garantire la sostenibilità del sistema.

La seconda, è che anche i cittadini siano accompagnati ad una fruizione più colta del proprio territorio e dei suoi beni, già a partire dai modelli pedagogici, e siano resi anch’essi più responsabili di quello che abbiamo e di quello che ci viene negato. Devono essere resi partecipanti attivi nella fruizione dei circuiti culturali dove si espongono i beni. Per farlo sono a disposizione nuovi linguaggi, meno distanti dalla gente e quindi nuovi modelli di fruizione (penso al modello messo in pratica in questi mesi dai musei di Milano con la collaborazione dei restauratori).

In questo momento “il nostro patrimonio culturale può rappresentare l’area più vitale di dialogo tra la cultura umanistica e le nuove tecnologie e quindi può diventare un campo di sperimentazioni continue, più sostenibile dei grandi eventi promossi da mentalità che non hanno ancora compiuto il passo per la modernità. Bisogna eliminare la spettacolarità, le grandi celebrazioni e ridare il gusto della qualità del lavoro esposto, della qualità degli interventi realizzati.” (Rapporto Fondazioni 2013-2014)

D’altra parte i soggetti protagonisti – tra i quali anche i restauratori – devono imparare a guardare al contesto in cui operano, che è il “vile mercato”, che piaccia o meno. “Non ci si può più fermare alla sola lamentela continua ed alla critica, chiusi nell’isolamento e nell’autoreferenzialità. E’ necessario” immergerci, contaminarci. Non basta parlare fra noi. E’ necessario uscire, occupare altri spazi, altre arene, altri dibattiti, altri media”.(Doppio Zero, Neve Mazzoleni).

Quali sogni?

Serve capire qual è la propria vision, quella che P. Kotler definisce come il sogno che ogni imprenditore/artigiano ha della propria attività.

Quale vision ha di sé un restauratore di oggi? Non dovrebbe forse limitarsi solo al restauro, ma dovrebbe considerare che questo lavoro, con le competenze, le conoscenze e la manualità che ha acquisito, può avere altre declinazioni.

particolare del laboratorio di Roberta Notari - restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d'Arte Reggio Emilia

particolare del laboratorio di Roberta Notari – restauratrice di sculture presso Laboratorio di Restauro e Conservazione Opere d’Arte Reggio Emilia

Far vivere a nuova vita un’opera, non significa consegnarla bell’e pronta e salutare andandosene,  ma pensare insieme alla committenza dei modi per renderla fruibile nei circuiti della sua esibizione.

E per fare questo si può sì anche lavorare da soli nel proprio laboratorio, ma magari creando sinergie con altri, altri restauratori, altre professionalità (come giovani web designer o programmatori, architetti, designer) per rimettere in circolo quello che sappiamo fare e quello che abbiamo.

Io non vedo altre strade, ma si accettano volentieri suggerimenti.

Cosa succede nei microcosmi d’arte e artigianato.

Viso in terracotta - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Viso in terracotta – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Molestie uditive….

Nel brusio ininterrotto che ci fa da quotidiano sottofondo, è sempre chi fa più rumore – un rumore spesso anche fastidioso – che riesce a farsi sentire. Ma per chi ha un voce sommessa, emergere dal sottofondo diventa addirittura una missione impossibile. Come si può riuscire a distinguere i suoni dai rumori? Come si fa a cogliere la bellezza degli oggetti quando questa è talmente soffocata dal frastuono del mercato e delle sue logiche che solo prodotti di gusto mediocre o, all’ opposto, super griffati di noti “artist star” si conquistano la scena?

Non è facile la vita dell’artigiano di questi tempi.

In tempi totalmente “fast dove tutto è veloce e nulla slow non è facile neppure godere di racconti lenti: a me piacerebbe poterne scovare ed ascoltare di interessanti. Guarda caso mi ci sono imbattuta per strada, senza programmarlo, e, com’ era inevitabile, questa storia è riuscita a farsi sentire.

..e piacevoli racconti da ascoltare….

Danilo e Dario Sartoni - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Danilo e Dario Sartoni – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

La storia è quella Danilo Sartoni: un viso aperto, schietto, due mani grandi che ti stringono in modo inconfondibilmente franco. Lui è il fondatore di “Mangiafuoco – officina d’arte ed artigianato”, la vera protagonista. Mi accoglie col figlio Dario, suo “aiuto-officina”, fino a ieri responsabile del punto vendita in Via Argentario a Ravenna. Oggi, dopo circa 3 anni di attività, il negozio ha chiuso: i costi del locale hanno tirato la riga del bilancio che titola il “non-più-economicamente-conveniente”.

Negozio Mangiafuoco officina darte e artigianato – Ravenna

Passando da quelle parti, ad agosto, dopo l’intervista a Greta, la mosaicista, ho visto la vetrina: impossibile non notarla. Quel gusto dei prodotti esposti e l’ ambientazione dello spazio di vendita spiccavano rispetto alla media dei negozi delle vie commerciali del centro. I centri storici, oggi più o meno rassomigliano tutti: freddi, deprivati della loro personalità tipica, si affacciano sulle strade con le più note insegne in franchising capaci di rappresentare solo marchi forti. Non ci sono più botteghe che rappresentano il cuore vivo e la storia di quel luogo (magari un cuore non c’è neppure più).

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vai a Roma – come mi dice Dario – e il viaggio fin là non è più in grado di restituirti un po’ di tipico”.

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Danilo esordisce come scultore negli anni ’70, proseguendo la sua attività con la riproduzione di ceramiche antiche del ‘400 e, in seguito, con ceramiche dai decori floreali. La passione per il proprio lavoro lo spinge a esplorare scelte talvolta azzardate rispetto al gusto vigente: scelte in cui non è la convenienza commerciale ad orientare la direzione presa. Finchè nel 1978 giunge alla produzione di giocattoli di alta gamma: l’ esordio avviene con il “ Jack in the box” ma il successo è presto sbaragliato dall’ invasione di campo di una famosa azienda italiana che farà copie in serie di un modello acquistato al Macef. Un caso tipico e non raro di scorrettezza commerciale, che però oggi viene ripagato nella stessa moneta con la competizione che le nazioni emergenti hanno ingaggiato ormai da tempo nei confronti delle nostre aziende nazionali.

Il laboratorio, particolari - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Il laboratorio, particolari – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Il risultato rimane penalizzante per tutti: il piccolo produttore debole soccombe contro l’azienda forte con un’organizzazione ben strutturata e consolidata commercialmente. Sarebbe stato magari più conveniente per entrambi – per non dire corretto – instaurare un rapporto di collaborazione, con Danilo nelle vesti di ideatore di nuovi prodotti, e l’azienda, in quelle di produttore. Un modello reciprocamente vantaggioso ed economicamente sostenibile. Ma questa è un’altra storia, che sa di fiducia e di modalità collaborative, inusuali nel mercato.

Agli inizi degli anni ’80 Danilo frequenta le fiere italiane: Macef, Chibimart e Gift. Alla fine frequenterà solo le due più prestigiose del settore ed all’ estero: Maison et Object, di Parigi, e Il salone del gioco di Norimberga. Ma le fiere, secondo le parole di Danilo, “oggi sono più un luogo dove raccogliere contatti piuttosto che scrivere ordini “.

Per un artigiano questo fa un’enorme differenza, sia in termini di costi che di tempi e risorse umane.

..micromondi da osservare e toccare…

Teatrini -  Mangiafuoco, officina d'arte e artigianato - Ravenna

Teatrini – Mangiafuoco, officina d’arte e artigianato – Ravenna

Le produzioni di Danilo e del figlio Dario sono tutte realizzate interamente a mano. Sono marionette e bambole in diversi formati, in terracotta, modellate e dipinte a mano, teatrini in legno che riproducono vecchi boccascena di fine ‘800. L’ispirazione proviene dalla tradizione culturale italiana del teatro d’arte e dalla tradizione artistica della Commedia dell’Arte. Fonti che nella storia hanno rappresentato “una sorta di Paese delle meraviglie dove si perde la dimensione del reale”.

Mondi incastrati come matriosche uno dentro l’altro: quello di oggi che riproduce sogni e visioni dentro quello di ieri, ricco di metafore e simbolismi fantastici. Oggetti piccolissimi, che a guardarli con la lente non rivelano nessun errore se non l’imperfezione del fatto a mano che fa di ogni prodotto un oggetto unico ed irripetibile, con dentro passione, dettaglio e minuzia di particolari. Microcosmi di storia nei micro mondi di queste figure raccontate nei più piccoli dettagli della loro materia. Carte pregiate ritagliate e fissate su oggetti piccolissimi, visi minuti che non raggiungono la dimensione di un’unghia ma resi espressivi da tocchi precisi di pennello e di colore.

Ma c’è ancora qualcuno che si appassioni a cercare nelle facce delle marionette un’espressione e nei vestiti la grazia delle cromie e delle ombreggiature?

Le invasioni barbariche…

Nella sua missione produttiva, che richiede una concentrazione straordinaria, qualcosa inevitabilmente può sfuggire all’uomo artista-artigiano. Probabilmente si tratta degli aspetti più prosaici per chi fa un lavoro che lo appassiona. Tutto quello che è legato al mondo economico ed ai suoi risvolti “laici” di affarismo, business e comunicazione facilmente sfuggono – nel loro valore tattico e strategico di aggressione al mercato – all’ artista-artigiano. Le sue guerre quotidiane dovrebbero in effetti essere quelle con la materia e con le idee. Non quelle col mercato e i suoi corsari.

Qui magari le istituzioni (enti pubblici, associazioni di categoria, fondazioni) potrebbero svolgere il ruolo di facilitatori, facendosi promotori di momenti di valorizzazione dei propri talenti locali con mercati speciali, mostre, ecc. o supportandoli ad affrontare il mercato, creando un marchio che metta a valore il tessuto artigianale locale. Perché queste capacità rappresentano il tessuto culturale e umano del territorio, la sua anima storica, il suo valore da tutelare, ancor prima dei monumenti storici (che peraltro essi stessi restaurano e/o producono).

Ma forse sarà la regola del “nemo profeta in patria est” a persistere nel tempo e nelle teste e ad impedire che si crei questo miracolo.

Cosìcchè il mercato – per il Danilo che commercia oggi –  è diventato quello estero: i musei di Rottenburg, Barcellona, Londra, La Comédie Francaise di Parigi, Neiman Marcus di NY. Per l’Italia è tutto difficile. I prezzi, il mercato, le cose ecc.: troppi ostacoli si frappongono ad un sano e semplice lavorare.

Produzione in corso - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Produzione in corso – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Gli stessi prezzi – complesso marchingegno in cui convergono conti sul consumo di materiali, ore lavoro e confronti con la concorrenza  – sono  un parametro difficile da individuare per rappresentare degnamente il reale valore di un prodotto. Specie se unico e inconfondibile come un oggetto d’artigianato artistico, fatto a mano!

Un articolo letto recentemente  proponeva la logica di un prezzo che, secondo il valore emozionale che l’oggetto rappresenta per il cliente, può variare da una base d’asta fino agli incrementi successivi che gli si vogliono attribuire.

Bisognerebbe ripensare meglio, insieme agli attori principali del territorio, il sistema che regola le dinamiche di queste nicchie di mercato, per tutelarle e soprattutto per valorizzare questo ricco patrimonio umano e di lavoro: la nostra economia. D’altro canto, come già ripetuto su queste pagine, il consumatore finale deve essere guidato per avere una cultura dei prodotti, delle materie e del lavoro con cui sono realizzati. Serve la cultura del bello ed un’estetica dell’arte più diffusa.

Nondimeno servono logiche economiche di sistema che permettano al mondo dell’artigianato, chiuso a lungo nelle quattro mura del proprio laboratorio, di ritrovare un senso di rinnovamento e di rivitalizzazione perduti . Le aziende stesse potrebbero concepirsi in modo più “molecolare”, cioè potrebbero trovare proprio in questi artigiani spesso gli ideatori dei loro nuovi prodotti, e creare collaborazioni (Hermès è uno dei tanti esempi di queste collaborazioni). Non c’è sempre il solito modo di produrre e di pensare. Ce ne sono di nuovi che possono servire sia agli artigiani-artisti che alle nostre aziende e che servono per far fronte all’ attuale difficoltà.

Il valore di un oggetto – come dice Danilo – che a distanza di tempo le generazioni successive si ritroveranno ad ammirare in mano e riconosceranno come un bell’ oggetto del passato, è una prerogativa che spetta solo alle creazioni che provengono dalle mani. Oggetti che hanno una storia ed un cuore. Sono la nostra carta di identità che ci permette di oltrepassare il confine del futuro ed al futuro ci presentano con l’autorevolezza e la dignità del lavoro delle persone. Ma questa è un’altra storia, che riguarda valori diversi nel mercato.

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