Cosa succede nei microcosmi d’arte e artigianato.

Viso in terracotta - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Viso in terracotta – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Molestie uditive….

Nel brusio ininterrotto che ci fa da quotidiano sottofondo, è sempre chi fa più rumore – un rumore spesso anche fastidioso – che riesce a farsi sentire. Ma per chi ha un voce sommessa, emergere dal sottofondo diventa addirittura una missione impossibile. Come si può riuscire a distinguere i suoni dai rumori? Come si fa a cogliere la bellezza degli oggetti quando questa è talmente soffocata dal frastuono del mercato e delle sue logiche che solo prodotti di gusto mediocre o, all’ opposto, super griffati di noti “artist star” si conquistano la scena?

Non è facile la vita dell’artigiano di questi tempi.

In tempi totalmente “fast dove tutto è veloce e nulla slow non è facile neppure godere di racconti lenti: a me piacerebbe poterne scovare ed ascoltare di interessanti. Guarda caso mi ci sono imbattuta per strada, senza programmarlo, e, com’ era inevitabile, questa storia è riuscita a farsi sentire.

..e piacevoli racconti da ascoltare….

Danilo e Dario Sartoni - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Danilo e Dario Sartoni – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

La storia è quella Danilo Sartoni: un viso aperto, schietto, due mani grandi che ti stringono in modo inconfondibilmente franco. Lui è il fondatore di “Mangiafuoco – officina d’arte ed artigianato”, la vera protagonista. Mi accoglie col figlio Dario, suo “aiuto-officina”, fino a ieri responsabile del punto vendita in Via Argentario a Ravenna. Oggi, dopo circa 3 anni di attività, il negozio ha chiuso: i costi del locale hanno tirato la riga del bilancio che titola il “non-più-economicamente-conveniente”.

Negozio Mangiafuoco officina darte e artigianato – Ravenna

Passando da quelle parti, ad agosto, dopo l’intervista a Greta, la mosaicista, ho visto la vetrina: impossibile non notarla. Quel gusto dei prodotti esposti e l’ ambientazione dello spazio di vendita spiccavano rispetto alla media dei negozi delle vie commerciali del centro. I centri storici, oggi più o meno rassomigliano tutti: freddi, deprivati della loro personalità tipica, si affacciano sulle strade con le più note insegne in franchising capaci di rappresentare solo marchi forti. Non ci sono più botteghe che rappresentano il cuore vivo e la storia di quel luogo (magari un cuore non c’è neppure più).

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vetrina del negozio Mangiafuoco in via Argentario a Ravenna

Vai a Roma – come mi dice Dario – e il viaggio fin là non è più in grado di restituirti un po’ di tipico”.

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Particolare della produzione di Danilo Sartoni nel suo laboratorio – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Danilo esordisce come scultore negli anni ’70, proseguendo la sua attività con la riproduzione di ceramiche antiche del ‘400 e, in seguito, con ceramiche dai decori floreali. La passione per il proprio lavoro lo spinge a esplorare scelte talvolta azzardate rispetto al gusto vigente: scelte in cui non è la convenienza commerciale ad orientare la direzione presa. Finchè nel 1978 giunge alla produzione di giocattoli di alta gamma: l’ esordio avviene con il “ Jack in the box” ma il successo è presto sbaragliato dall’ invasione di campo di una famosa azienda italiana che farà copie in serie di un modello acquistato al Macef. Un caso tipico e non raro di scorrettezza commerciale, che però oggi viene ripagato nella stessa moneta con la competizione che le nazioni emergenti hanno ingaggiato ormai da tempo nei confronti delle nostre aziende nazionali.

Il laboratorio, particolari - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato - Ravenna

Il laboratorio, particolari – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato – Ravenna

Il risultato rimane penalizzante per tutti: il piccolo produttore debole soccombe contro l’azienda forte con un’organizzazione ben strutturata e consolidata commercialmente. Sarebbe stato magari più conveniente per entrambi – per non dire corretto – instaurare un rapporto di collaborazione, con Danilo nelle vesti di ideatore di nuovi prodotti, e l’azienda, in quelle di produttore. Un modello reciprocamente vantaggioso ed economicamente sostenibile. Ma questa è un’altra storia, che sa di fiducia e di modalità collaborative, inusuali nel mercato.

Agli inizi degli anni ’80 Danilo frequenta le fiere italiane: Macef, Chibimart e Gift. Alla fine frequenterà solo le due più prestigiose del settore ed all’ estero: Maison et Object, di Parigi, e Il salone del gioco di Norimberga. Ma le fiere, secondo le parole di Danilo, “oggi sono più un luogo dove raccogliere contatti piuttosto che scrivere ordini “.

Per un artigiano questo fa un’enorme differenza, sia in termini di costi che di tempi e risorse umane.

..micromondi da osservare e toccare…

Teatrini -  Mangiafuoco, officina d'arte e artigianato - Ravenna

Teatrini – Mangiafuoco, officina d’arte e artigianato – Ravenna

Le produzioni di Danilo e del figlio Dario sono tutte realizzate interamente a mano. Sono marionette e bambole in diversi formati, in terracotta, modellate e dipinte a mano, teatrini in legno che riproducono vecchi boccascena di fine ‘800. L’ispirazione proviene dalla tradizione culturale italiana del teatro d’arte e dalla tradizione artistica della Commedia dell’Arte. Fonti che nella storia hanno rappresentato “una sorta di Paese delle meraviglie dove si perde la dimensione del reale”.

Mondi incastrati come matriosche uno dentro l’altro: quello di oggi che riproduce sogni e visioni dentro quello di ieri, ricco di metafore e simbolismi fantastici. Oggetti piccolissimi, che a guardarli con la lente non rivelano nessun errore se non l’imperfezione del fatto a mano che fa di ogni prodotto un oggetto unico ed irripetibile, con dentro passione, dettaglio e minuzia di particolari. Microcosmi di storia nei micro mondi di queste figure raccontate nei più piccoli dettagli della loro materia. Carte pregiate ritagliate e fissate su oggetti piccolissimi, visi minuti che non raggiungono la dimensione di un’unghia ma resi espressivi da tocchi precisi di pennello e di colore.

Ma c’è ancora qualcuno che si appassioni a cercare nelle facce delle marionette un’espressione e nei vestiti la grazia delle cromie e delle ombreggiature?

Le invasioni barbariche…

Nella sua missione produttiva, che richiede una concentrazione straordinaria, qualcosa inevitabilmente può sfuggire all’uomo artista-artigiano. Probabilmente si tratta degli aspetti più prosaici per chi fa un lavoro che lo appassiona. Tutto quello che è legato al mondo economico ed ai suoi risvolti “laici” di affarismo, business e comunicazione facilmente sfuggono – nel loro valore tattico e strategico di aggressione al mercato – all’ artista-artigiano. Le sue guerre quotidiane dovrebbero in effetti essere quelle con la materia e con le idee. Non quelle col mercato e i suoi corsari.

Qui magari le istituzioni (enti pubblici, associazioni di categoria, fondazioni) potrebbero svolgere il ruolo di facilitatori, facendosi promotori di momenti di valorizzazione dei propri talenti locali con mercati speciali, mostre, ecc. o supportandoli ad affrontare il mercato, creando un marchio che metta a valore il tessuto artigianale locale. Perché queste capacità rappresentano il tessuto culturale e umano del territorio, la sua anima storica, il suo valore da tutelare, ancor prima dei monumenti storici (che peraltro essi stessi restaurano e/o producono).

Ma forse sarà la regola del “nemo profeta in patria est” a persistere nel tempo e nelle teste e ad impedire che si crei questo miracolo.

Cosìcchè il mercato – per il Danilo che commercia oggi –  è diventato quello estero: i musei di Rottenburg, Barcellona, Londra, La Comédie Francaise di Parigi, Neiman Marcus di NY. Per l’Italia è tutto difficile. I prezzi, il mercato, le cose ecc.: troppi ostacoli si frappongono ad un sano e semplice lavorare.

Produzione in corso - Mangiafuoco officina d'arte e artigianato

Produzione in corso – Mangiafuoco officina d’arte e artigianato

Gli stessi prezzi – complesso marchingegno in cui convergono conti sul consumo di materiali, ore lavoro e confronti con la concorrenza  – sono  un parametro difficile da individuare per rappresentare degnamente il reale valore di un prodotto. Specie se unico e inconfondibile come un oggetto d’artigianato artistico, fatto a mano!

Un articolo letto recentemente  proponeva la logica di un prezzo che, secondo il valore emozionale che l’oggetto rappresenta per il cliente, può variare da una base d’asta fino agli incrementi successivi che gli si vogliono attribuire.

Bisognerebbe ripensare meglio, insieme agli attori principali del territorio, il sistema che regola le dinamiche di queste nicchie di mercato, per tutelarle e soprattutto per valorizzare questo ricco patrimonio umano e di lavoro: la nostra economia. D’altro canto, come già ripetuto su queste pagine, il consumatore finale deve essere guidato per avere una cultura dei prodotti, delle materie e del lavoro con cui sono realizzati. Serve la cultura del bello ed un’estetica dell’arte più diffusa.

Nondimeno servono logiche economiche di sistema che permettano al mondo dell’artigianato, chiuso a lungo nelle quattro mura del proprio laboratorio, di ritrovare un senso di rinnovamento e di rivitalizzazione perduti . Le aziende stesse potrebbero concepirsi in modo più “molecolare”, cioè potrebbero trovare proprio in questi artigiani spesso gli ideatori dei loro nuovi prodotti, e creare collaborazioni (Hermès è uno dei tanti esempi di queste collaborazioni). Non c’è sempre il solito modo di produrre e di pensare. Ce ne sono di nuovi che possono servire sia agli artigiani-artisti che alle nostre aziende e che servono per far fronte all’ attuale difficoltà.

Il valore di un oggetto – come dice Danilo – che a distanza di tempo le generazioni successive si ritroveranno ad ammirare in mano e riconosceranno come un bell’ oggetto del passato, è una prerogativa che spetta solo alle creazioni che provengono dalle mani. Oggetti che hanno una storia ed un cuore. Sono la nostra carta di identità che ci permette di oltrepassare il confine del futuro ed al futuro ci presentano con l’autorevolezza e la dignità del lavoro delle persone. Ma questa è un’altra storia, che riguarda valori diversi nel mercato.

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Da grande: una bella storia da ricordare.

l'arrivo a Massa Lombarda, sede di Vibrazioni Art Design

l’arrivo a Massa Lombarda, sede di Vibrazioni Art Design.

Da piccoli.

“Che rogna, per i figli avere padri e madri!” (…) e dire che, quando saremo grandi, saremo magari scemi come loro!”:

così parlano i ragazzi protagonisti, nel finale de “La guerra dei bottoni“ di L. Pergaud. Come dire che senza neanche accorgersene, succede che tutta la magia che ci riserva l’infanzia svanisce bruciata nel tragitto verso l’età “matura”, arrivando a renderci pure “scemi” agli occhi dei bambini. Loro ci osservano e fanno fatica a spiegarsi le nostre contraddizioni e la scarsa coerenza tra chi siamo e chi eravamo. Per questo abbiamo anche noi bisogno di storie che ci aiutino a riattizzare quella fantasia e a recuperare l’incanto che fa credere che qualsiasi miracolo sia possibile, a qualunque età, in qualsiasi momento, e nonostante tutto.

La storia e il suo protagonista.

Così potrei raccontarvi il successo di Vibrazioni Art Design: una bella storia a lieto fine che ha per protagonista Alberto,

Alberto Dassasso - fondatore di Vibrazioni Art Design

Alberto Dasasso – fondatore di Vibrazioni Art Design

un trentenne, un tantino ribelle, magari anche un po’ egocentrico e sanamente visionario. Un po’ come i bambini. Questi sono tratti che io – almeno per come l’ho conosciuto nelle poche ore passate ad agosto a parlare con lui, nella sede di Vibrazioni Art Design (VAD), a Massa Lombarda – gli riconosco con tutto il loro valore positivo. Lui si chiama Alberto Dasasso e ne è il fondatore.

Quando qualcuno mi dice che non lo posso fare, quella è la volta che mi intestardisco e vado avanti”.

le secche di Vibrazioni Art Design

le secche di Vibrazioni Art Design

E’ così che nasce la sua sedia: con due attrezzi -sempre gli stessi per 10 anni – un martello e una saldatrice. Quella sedia però è speciale: è fatta della latta dei bidoni di olio usati, e sta girando in tutta Italia ed in buona parte del mondo, conquistando cantanti, personaggi famosi e gente comune.

L’oggetto “feticcio”: la sedia.

E’ bellissima. Non te la puoi dimenticare. Ti colpisce perché è allegra, giocosa, dai colori inusuali, che raccontano tutto il suo vissuto, quello che solo la vita trascorsa dalla materia prima, consumata e usata, può riprodurre. Non è una sedia morta, né un oggetto di design, perché Alberto non si sente neppure un designer. Se in tale ruolo si deve intendere chi valorizza principalmente l’aspetto funzionale degli oggetti, quella non è la parte in cui si riconosce Alberto. Lui si dichiara piuttosto a favore di una produzione di “oggetti emozionali”.

“Per certo non volevo fare niente che fosse per me normale o seriale”.

Non è design neppure nella sua versione di prodotto di lavoro in team, in cui ogni componente contribuisce al risultato finale del progetto.

E’ piuttosto:

 “quel piglio in più che mi ha rafforzato nelle mie intenzioni e nell’ idea che volevo realizzare”.

Con uno stereotipo questo tratto caratteriale si può far risalire alla sua origine geografica: da buon romagnolo Alberto vive nella terra del divertimento e dello spirito libero e più godereccio dell’Emilia Romagna. Non poteva non esserne il giusto figlio.
E tra i clienti di Vibrazioni Art Design c’è chi la sedia l’ha attaccata al proprio muro di casa, come se fosse un’opera d’arte.

”Perché l’oggetto deve interagire sia visivamente che fisicamente con la persona”.

Ma perché le sedie? L’esordio della carriera avviene con le lampade. Il primo prodotto era più una prova tecnica di produzione”, senza forma propria e rappresentava un test per sperimentare saldatura e colore.

Sedie - Vibrazioni Art Design- foto di VAD

Sedie – Vibrazioni Art Design- foto di VAD

Sulla sedia si sono misurati più o meno tutti i settori del design, anche perché nell’ambito del complemento d’ arredo è un oggetto di uso comune e facilmente collocabile. E’ più facile dell’armadio e meno impegnativo di una lampada che – se inappropriata – può rovinare un’ ambientazione. La sedia può essere bella anche da sola e vincola meno l’arredamento. E’ imitabile, ma il gusto delle proporzioni, la combinazione dei materiali e dei colori, è una scelta che nasce dalla propria sensibilità e dalla poetica del creatore.
Alberto ne progetta diversi modelli senza per questo sentirsi un artista, almeno nella connotazione più popolare del termine che lo vuole rappresentato come una persona fuori dagli schemi. Lui si sente più un artigiano che segue una strada tutta sua personale, fuori dai concetti preconfezionati.

E poi la scuola.

Ma dietro al successo c’è anche quella parte della storia – meno cara ai bambini, mitizzata talvolta dai grandi – che riguarda la scuola. Comincia col triennio al Ballardini, l’ Istituto d’arte di Faenza

Insegna dell'Istituto d'arte Balalrdini a Faenza

Insegna dell’Istituto d’arte Ballardini a Faenza

ad indirizzo ceramico, e prosegue con un biennio di perfezionamento aperto a tutte le persone, di tutte le età e da tutto il mondo. Un’esperienza quest’ultima che ha rappresentato una fonte ricchissima da cui ricevere e dare stimoli diversi, complici le diverse provenienze, i differenti linguaggi, ed un approccio formativo meno rigido.

Gli insegnanti, quegli individui determinanti nella vita di tutti gli studenti di tutte le età e in cui per caso Alberto si è imbattuto, erano artisti affermati nel campo ceramico (Emidio Galassi, Stefano Merli, ecc.), docenti con un “approccio alla pari” rispetto agli studenti, pronti a concedere massima libertà e fiducia agli allievi nello svolgimento dei loro compiti. Altra cosa da papà Simon de “La guerra dei bottoni”.

La scuola è stata anche una palestra per affinare un metodo nell’ approcciare un progetto di lavoro, ed insieme un allenamento alla manualità nella materia ceramica. E’ una materia prima fragile e delicata, unica nel formare a questa specifica abilità. Dopo il biennio di perfezionamento, il diploma di maturità. Dell’Università invece, l’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, con sedi diverse in Italia), resta un ricordo più opaco, da cui emergono soprattutto reminescenze di dissenso e di disagio con i docenti incontrati.

Da grande.

Ma in questa storia, contano anche i momenti “tecnici” più rilevanti: il 2007 è l’anno della partecipazione al salone satellite di Milano. Qui debutta per la prima volta la sedia più semplice, la prima, quella con la lamiera che riporta la scritta “olio Fiat”.

Riccardo Zanobini - socio e mente commerciale -marketing di Vibrazioni Art Design

Riccardo Zanobini – socio e mente commerciale -marketing di Vibrazioni Art Design

E come in tutte le storie che si rispettino ci sono anche dei cavalieri bianchi. Il primo arriva a cavallo di una moto: è Riccardo Zanobini che entra in scena come componente la nuova compagine sociale di VAD che nel 2012 si trasforma in srl. Al creativo-artigiano non può mancare il commerciale-comunicatore. E quello è il ruolo di Riccardo.

Ma il cavaliere che ribalta completamente le sorti di VAD compare “magicamente” alla fiera Abitare il tempo, nell’ edizione del 2010. Lui è il proprietario di Baxter, azienda di arredo che produce divani in cuoio di alta gamma. Si presenta allo stand di VAD per acquistare dei pezzi per casa sua e da lì scrive il lieto fine (anche se il bello comincia giusto ora ..) di VAD..
Le strette porte della prestigiosa rete commerciale di Baxter – che rifornisce punti vendita nazionali selezionatissimi – miracolosamente si aprono, decretando un ingresso rapido ed a costo zero in una rete commerciale consolidata, e con marchi di nicchia prestigiosi (Boffi, ecc.). Il successivo Salone del Mobile  sancirà il successo acquisito.

Fine?

C’è una morale in questa storia?  Di morali non ce ne sono mai: solo begli esempi da capire. Viene da dire però che capacità, intuito e fortuna, servono tutte insieme, e che vi si può anche arrivare attraverso la fantasia, la creatività, la libertà, l’ intuito e il disinteresse che avevamo da bambini e che sono ora sepolti dentro.

Ma gli stessi bambini che abbiamo intorno a noi,  così come i vecchi, possono contagiarci positivamente.

Le risorse personali che possediamo, insieme alle visioni ed agli strumenti più evoluti di cui oggi disponiamo (vedi internet, web 2.0, tecnologie high tech ) e il know how (l’eperienza dei vecchi, dei maestri) possono dialogare insieme ed essere fortemente produttive e creatrici. Togliersi di dosso quel “vestito da grande” che ci siamo voluti ritagliare e che ci inscatola sarebbe però la prima cosa da fare. Forse così vivrebbero tutti non “felici e contenti”, ma più fiduciosi e ottimisti.

Ma come dice D.F.Wallace :

questa è l’acqua…..le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso più difficili da capire e da discutere”.

Sedie di Vibrazioni Art Design- particolari- foto di VAD

Sedie di Vibrazioni Art Design- particolari- foto di VAD

Arte, artigianato e lavoro: che storia! (I mosaici – Parte Seconda)

La storia e le sue “tessere”.

Sole - Marco De Luca

Sole – Marco De Luca

Pensando alla sensazione di disagio che travolge oggi anche il più lucido e consapevole degli ottimisti (se ancora ne rimangono) viene da dire che in giro non c’è molto di cui gioire né da cui sentirsi stimolati “al fare”. Ma se si cerca con altri occhi, ricordando che noi ci raccontiamo e ci pensiamo nel futuro grazie anche al vissuto che portiamo dentro, ci arriverebbero ottime sollecitazioni proprio dalla nostra storia.

Per storia penso a quella fatta non solo di oggetti – di cui alcuni ingombranti, come i monumenti, ed altri più piccoli come i nostri cimeli – ma soprattutto a quella che parla delle persone, con le loro attività, le loro opere sparse sul territorio, il loro esempio e la vitalità che ci ispirano guardandoli. Anche se per istinto vitale la prima cosa che si cerca è la novità, rivivere la storia nell’attualità delle nostre vite, ha un ruolo determinante, soprattutto per il nostro futuro.
Prendiamo ad esempio Ravenna: oggi è una città a tutti nota per il suo passato straordinario che la bellezza dei suoi mosaici racconta. La sua storia ci parla di un’arte – a lungo considerata “minore” – le cui dinamiche nel tempo sono emblematiche dell’evoluzione di molte altre attività artistiche.

Galla Placidia- Municipio di Ravenna

Galla Placidia- Municipio di Ravenna

Fino all’XI secolo Ravenna poteva vantare 250 chiese di cui molte erano decorate con mosaici. Sono stati i committenti “forti” del periodo, da Galla Placidia a Teodorico (tra il 430 ed il 560 circa), a dare impulso ai suoi splendidi monumenti. Opere architettoniche commissionate da un “dominus”, cioè dal signore del periodo, che voleva lasciare di sé un segno distintivo forte, per meritare visibilità e prestigio, attraverso un forte investimento, sia finanziario che simbolico, nell’opera commissionata. In questo senso il mosaico rivestiva un’ importante funzione didascalica della cristianità, e celebrativa della sua committenza, coinvolgendo sul piano lavorativo cospicue maestranze italiche con competenze miste.

Il mosaico conoscerà la sua fase di declino a partire dal 1200, con l’affermarsi dell’affresco nel Rinascimento: mutata la cultura di riferimento mutano anche i linguaggi che la rappresentano ed i soggetti che le danno impulso e la raccontano.

Il giardino immaginato- di M. De luca

Il giardino immaginato- di M. De luca

La ripresa artistica della tecnica del mosaico, oscurata per un lungo periodo, si manifesta a partire dalla fine dell’ 800, grazie a due fatti emblematici: il nuovo gusto artistico ed il bisogno di conservare le tracce del passato, per meglio conoscerlo. Attraverso l’intensificarsi dei lavori di restauro emergerà l’esigenza sia di maestranze locali che della loro formazione in quanto tecnici preparati. Nel 1924 viene così istituito il Corso di mosaico dell’Accademia. La scuola formerà un gruppo di maestranze – i Maestri Mosaicisti, come li definisce Severini – che, per l’alto livello qualitativo dei loro lavori e per la fedeltà alla tecnica bizantina, appresa sui ponteggi di restauro, verrà identificato come Scuola (L. Kniffitz).

La tecnica ravennate è nota come metodo “diretto”; il suo contraltare è il cd “rovescio”, più semplice, creato dal friulano Facchina per decorare a mosaico le grandi superfici. La Bottega del mosaico inventerà anche il “metodo diretto su base provvisoria” per i lavori più complessi.

Scuola di Restauro del Mosaico

La tecnica diretta, proprio perché nata dall’attività di restauro dei mosaici antichi, ne sarà l’espressione più fedele e verrà codificata e tramandata attraverso la Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna. Qui nasceranno altri Istituti di formazione dedicati all’ insegnamento dell’arte musiva: nel ’59, l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini, nel 1963, l’Istituto di Antichità Ravennate e Paleo-Bizantine, facente parte della Facoltà di Lettere. Nel 1984 viene aperta la Scuola per il Restauro del Mosaico della Soprintendenza di Ravenna, dipendente dall’ Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Accanto a queste Istituzioni statali sono stati aperti a Ravenna altri corsi di formazione professionale per il mosaico. Oggi tuttavia stanno attraversando una fase di crisi sia a causa dei nuovi ordinamenti ministeriali previsti per le Scuole Professionali, sia per la carenza di risorse.

L’attività di restauro compiuta sui mosaici ha consentito alla tradizione di diventare competenza. La ricerca tecnica, a sua volta, ha trasformato la competenza – ricodificandola attraverso l’insegnamento nelle scuole – in capacità espressiva e in consapevolezza delle diverse tecniche. Ciò permetterà al mosaicista della scuola ravennate di non essere più solo un mero esecutore di una committenza, ma un suo attivo interprete, quando non un artista. E’ per questa stessa ragione, in virtù della capacità culturale dell’artigiano mosaicista, consapevole dei rapporti tra tecnica e arte, che tanti grandi artisti contemporanei hanno trovato nei mosaicisti ravennati i migliori interpreti delle proprie visioni.

Per contro, se Ravenna è famosa per il mosaico parietale, Spilimbergo (Udine) vanta invece una tradizione nel mosaico pavimentale (soprattutto cocciopesto e pavimenti ‘alla veneziana’). Tale tradizione è qui ben radicata grazie alla virtuosa collaborazione tra fabbriche e laboratori di Venezia. Risale al 1922 l’ istituzione della Scuola di Mosaico, tuttora attiva, che si basa sul cd. “metodo indiretto” su carta, molto economico, più piatto e privo della varietà delle inclinazioni delle tessere tipica della tecnica diretta ravennate. La scuola inoltre, non essendo statale, ma agendo come consorzio privato, non è vincolata ai programmi ministeriali. Gode quindi di maggior autonomia didattica e può così prevedere corsi di 30 ore settimanali di mosaico, formando artigiani bravissimi. Rispetto alla scuola ravennate però, in quanto più orientata alla manualità, la scuola di Spilimbergo dedica meno tempo alla formazione di una “mens critica” nell’allievo.

Un “mosaico” di relazioni di qualità.

Senza Titolo _ M. Bravura per Hotel Wardorf di Milano Marittima 2008

Senza Titolo _ M. Bravura per Hotel Waldorf di Milano Marittima 2008

La storia del mosaico, qui molto semplificata, si dimostra emblematica del contributo e delle specificità che caratterizzano i rapporti tra il mondo delle istituzioni e l’economia, tra il mondo del fare impresa e la cultura, tra il mondo del lavoro e la formazione.

Laddove c’è un contesto in cui la visione delle istituzioni o di alcune menti illuminate si fa portatrice della vitalità del tessuto produttivo di un territorio, e si rende promotrice attiva della sua cultura – sia artistica che tecnica – le proficue relazioni di sistema generano vantaggi per tutti.

Le relazioni vive tra economia, stato sociale e istituzioni favoriscono il territorio nella sua crescita e nella capacità di proiettarsi nel futuro, in quanto ne conoscono le risorse tecniche e le capacità produttive (sia in termini di persone che di know how). Questo è l’ humus sul quale le attività già esistenti possono crescere e svilupparsi e a loro volta generarne di nuove; questo è il potere rigenerante della storia.
Grazie al fervido intreccio tra visioni imprenditoriali e visioni politiche delle pubbliche amministrazioni locali, tra manodopera e scuola si ottiene un effetto moltiplicatore di opportunità. 

Arazzo Rosso_ M. Bravura 1992

Arazzo Rosso_ M. Bravura 1992

Se nell’ antichità la committenza spettava al Principe che promuoveva la realizzazione dell’opera per i propri scopi politici, dottrinali e religiosi, senza alcuna limitazione di fondi, oggi la situazione è molto più complessa e frammentata. Il periodo della committenza forte non esiste più. Lo stesso ente pubblico interviene – per mancanza di risorse – al limite per sostenere la valorizzazione delle realtà artistiche e produttive, in risposta ai bisogni dei cittadini.

Il vuoto di risorse che si è creato tuttavia pur rappresentando una fonte in meno dalla quale attingere per produrre cultura, ha lasciato il posto ad iniziative di sponsorizzazioni private, oggi favorite in Italia anche da una legislazione fiscale agevolativa (decreto Art Bonus).

Inoltre, si è aperto lo spazio all’ autopromozione del lavoro artistico-artigianale anche attraverso la rete, in forme autonome, rompendo un pudore dell’arte che si sottraeva al “mercimonio” per raggiungere destinatari sparsi ovunque nel mondo.

Oltre- di M. De Luca

Oltre- di M. De Luca

Tuttavia, in un contesto così ampio e “a mosaico” serve un tipo di “qualità”  che non può rappresentare le virtù di un singolo soggetto ma va ritradotta come “ qualità delle persone, delle relazioni, dei progetti e dei prodotti.”

Questa è’ la “qualità del fare sapiente e consapevole”. (A. Meomartini membro del CdA Luiss Guido Carli di Roma ) perché oggi il “fare” sta riconquistando la stessa dignità del pensare, anche a partire dai giovani.

gli attrezzi del lavoro - Greta Guberti

gli attrezzi del lavoro – Greta Guberti

** Questo articolo non vuole essere un saggio critico o simili, in quanto non avrei competenze culturali per scrivere in modo specialistico dell’argomento, e riporta solo le mie osservazioni.
Ringrazio invece gli studiosi competenti in merito, come la dr.ssa Linda Kniffitz curatrice del Centro di Documentazione Internazionale sul Mosaico (CIDM) del MAR che con le sue relazioni e la sua illuminante spiegazione a voce mi ha aiutato a mettere insieme questo “complesso mosaico”. Devo menzionare anche il dossier che ho letto dell’Istituto per i Beni artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna che con le relazioni dei suoi esimi studiosi fornisce a chi vuole capirne di più, materiale preziosissimo di studio. (IBC E-R è un Istituto che ha il pregio di fornirci pubblicazioni e iniziative preziosissimi per la memoria e la cultura dell’arte e dei beni del territorio regionale).
Grazie ancora a Greta Guberti che inaugura la sua bottega laboratorio Venerdì 20 settembre in Via Maggiore 65 a Ravenna (consiglio di farci un salto).

Il monte - di M. De Luca

Il monte – di M. De Luca