A porte aperte: in teatro e non solo…

Il Teatro Sociale Gualtieri anche quest’anno, l’ 8 e il 9 aprile scorsi, ha aperto le sue porte al pubblico grazie all’iniziativa A scena aperta” promossa dall’IBCper diffondere la conoscenza e valorizzare i teatri storici dell’Emilia Romagna. Un patrimonio artistico straordinario diffuso nel territorio con ben 34 sedi.
Nella prima edizione dell’iniziativa su queste pagine ho parlato delle origini storiche del Teatro Sociale di Gualtieri.
Stavolta parlerò delle persone che ne hanno fatto la storia più recente.

Cosa ha spinto dei ragazzi poco più che ventenni ad avventurarsi in un’impresa che ha portato all’attuale Teatro Sociale Gualtieri? Ha pesato di più il gusto della sfida o l’incoscienza del giovane?

Riccardo Paterlini

Questa è la prima domanda a Riccardo Paterlini, Presidente dell’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri e direttore organizzativo. A vedere la struttura architettonica di questo edificio, così ricca del suo vissuto storico e così moderna nello stesso tempo, la domanda è spontanea. E’ dal racconto di Riccardo che provo a ricostruire la storia di questa avventura, paradigmatica nel suo recente traguardo oggi lieto-fine.

L’incontro.

Riccardo racconta che quando l’hanno “incontrato”, il teatro era uno spazio abbandonato: mancava del palcoscenico e della platea, era completamente buio e invaso da terra, da polvere e calcinacci, e ricoperto da tutto quello che era avanzato dai lavori di consolidamento. Ciononostante, lui ed alcuni suoi amici, tutti ventenni, incantati dal suo fascino, hanno cominciato ad immaginare di portarci, riadattando l’originale, lo spettacolo itinerante da loro rappresentato a Poviglio, in un’oasi naturale,
All’epoca non si rendevano ancora ben conto di cosa avrebbero potuto fare, ma tanta era la fascinazione per quello spazio e le sue condizioni, che si prodigarono per ottenere il beneplacito dell’amministrazione comunale e della pro-loco per poterlo frequentare. Musa ispiratrice dell’avventura fu l’amica e pittrice Maria Luisa Montanari, che ben conosceva il teatro in quanto addentro ai primi lavori di consolidamento.
E’ il 2006 quando il gruppo di amici decide di mettere in scena uno spettacolo che segnali a tutti l’abbandono di quel luogo chiuso da 30 anni. Lo spettacolo è la rappresentazione di un’asta alla quale il pubblico – e di conseguenza l’amministrazione comunale da esso sollecitata – viene invitato come ad un evento reale. Grande è lo scalpore creato, ma in realtà l‘obiettivo ultimo della performance mira a far credere al pubblico la messa in vendita del teatro per sollecitarne l’attenzione e spingerlo ad intervenire a tutela del proprio patrimonio culturale.
L’abbattimento simbolico del muro che ne chiudeva l’entrata oltre a chiudere la rappresentazione, segna l’ inizio di una nuova vita per tutti.

Inizia l’avventura.

Ma chiuso un capitolo si apre quello più prosaico dei problemi. Enormi.

Come  riaprire concretamente uno spazio per recuperare il quale la sola volontà non sarebbe mai bastata ma occorreva invece  attrezzarsi concretamente?
Il gruppo di amici era costituito da 10 ragazzi, tutti con velleità artistiche e con tanti sogni in tasca: fare cose, belle, e magari farle proprio lì dentro. E’ da lì che è cominciata la loro vita dentro al Teatro, in un misto di clandestinità e di ufficialità, proprio come si conviene alle avventure più intriganti.
Almeno fino all’inverno del 2008.
Alla fine di quell’anno il Comune annuncia l’arrivo dei finanziamenti per la ristrutturazione dei teatri di Luzzara, Reggiolo e Gualtieri invitandoli indirettamente a lasciare libero lo spazio. Si erano finalmente sbloccati i fondi e qualcosa si poteva cominciare a fare: una vittoria per i ragazzi mista a delusione per i tanti piccoli lavori autocostruzione ora nelle mani ingenerose di grosse imprese.
Ma tra amici – giovani – il pensiero positivo è sempre la nota dominante, non meno dell’istinto creativo. Così propongono all’amministrazione di festeggiare l’inizio dei lavori con una prima programmazione teatrale nel cantiere; unica richiesta: un impianto elettrico per gli spettacoli e l’agibilità per 100 posti.
La risposta dell’Amministrazione Comunale che ha aperto le porte a questi giovani, scommettendo su di loro, non è stata da meno quanto a positività.

La prima stagione del teatro.

uno scorcio del teatro

Prima degli spettacoli si è dovuto provvedere ai numerosi lavori: dalla costruzione della cabina di regia e della biglietteria, alla levigatura e verniciatura della platea in legno, alla realizzazione delle porte di emergenza fino alla programmazione teatrale con una compagnia e con gli artisti. Il tutto in autofinanziamento, con ricerca di sponsor.
E’ il marzo 2009 quando il gruppo diventa un’associazione di promozione sociale e a giugno si comincia con una ventina di serate di spettacolo. L’esito è incoraggiante.
Nel frattempo quei finanziamenti che sarebbero dovuti arrivare si sono persi sotto le macerie del governo che li aveva approvati (Governo Prodi). Così quella che nasceva come un’esperienza “effimera” si trasforma man mano in un’avventura di lungo termine.
Nel 2010 e nel 2011 si replica l’esperienza di spettacoli ma alla fine dell’ultimo anno diventa urgente lanciare un allarme: sino ad allora l’attività era stata garantita a titolo gratuito, come esperienza di volontariato, ma per renderla duratura servivano finanziamenti. Perciò si rendeva necessario un contatto istituzionale che si aggiungesse a quello del Comune di Gualtieri. E siccome i problemi non arrivano mai da soli, nel frattempo la platea stava cominciando a dare i primi segni di cedimento strutturale.

L’esperienza del “teatro in rada” e del “cantiere aperto”.

Da lì è nata l’idea del “teatro in rada”: un teatro nave, ferma in rada per lavori di manutenzione. Lavori sia di struttura che di autocoscienza. Su quest’ultimo versante ci sono domande che interpellano l’associazione non meno che la comunità intorno: cosa si sta facendo, si vuole che l’attività del teatro continui, e se sì, come si può continuare?

manifesto del teatro in rada, “cantieri navali per una stagione in secca”

Ed è a quel punto che anche nella stessa comunità ha cominciato a risvegliarsi un senso di partecipazione tradottosi in contributo manuale ai lavori.
E’ stata quella la fase più significativa che ha decretato la notorietà su scala nazionale dell’ avventura: nella cornice del “teatro in rada” il “cantiere aperto” ha portato avanti i lavori di ristrutturazione della platea. Più di una trentina di persone, che si alternavano una sera a settimana, per un anno e mezzo, hanno spalato una quantità totale di circa 500 tonnellate fra terra e calcinacci.
Nel “cantiere aperto” si procedeva con la ristrutturazione reale della platea rimuovendone il pavimento di assi, numerandole ad una a una e restaurandole. Contemporaneamente, con la programmazione “teatro in rada”, la partenza dei lavori diventava l’occasione culturale dalla quale generare la narrazione dei “lavori di calafataggio del fasciame delle imbarcazioni”, i “lavori in rada” del teatro.
Così, in un gioco di finzione e realtà, di assoluta teatralità, il cantiere diventa scenografia per letture a carattere marinaresco e la serata di cantiere si alterna con serate di spettacoli fino alla fine.
Dalla lettura della “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge, attraverso “Moby Dick” di Melville finendo con pezzi di letteratura italiana del ‘200 e del ‘300 a tema marinaresco, il teatro mutava progressivamente aspetto. Durante la messa in scena – come artificio teatrale – erano state smontate tutte le assi e nel frattempo Giancarlo Illari , attore e intellettuale di Parma, leggeva la “Ballata del vecchio marinaio”. Man mano che le assi venivano rimosse, Illari veniva isolato dal resto del mondo sopra una specie di zattera metaforica. La volta successiva, in una scenografia fatta da una landa di sabbia – rimosse tutte le assi della platea – si cominciava a scavare, e nel contempo lui proseguiva la sua lettura, che la volta dopo diventava una lettura medioevale come “La nave dei folli” di Sebastian Brant. Illari, solo, su una barca scenica, con intorno alcune delle buche scavate e riempite d’ acqua, rievocava  durante la sua narrazione anche il cantiere reale, popolato dagli stessi cittadini di Gualtieri che aiutavano nei lavori di manovalanza in modo costante e attivo.

cartelloni della programmazione teatrale

Ma quale meta avevano in mente?

“In tutto questo c’è quel margine di incoscienza che è la salvezza in ogni cosa. Ricordo che quando proposi questa attività avevo preventivato al gruppo 3-4 mesi di lavoro mentre in realtà ne sono serviti 18”.

Tutti i lavori sono stati progettati ed eseguiti dai componenti dell’associazione e da volontari – i murattori,  “lavoratori dello spettacolo altamente intesi” – che hanno realizzato un’opera messa a preventivo per un valore di 150.000 euro. Poi, sui materiali, c’è stato il contributo del Comune con 10.000 € e la partecipazione di varie altre aziende private, sponsor. E tra le sorprese degli scavi c’è stato il rinvenimento di un pavimento di Giovan Battista Fattori del 1705 e…di una falda d’acqua: i lavori così si sono svolti  con pompe e fango.

Nel maggio 2012 rimaneva da risistemare solo il tavolato ma poi… è arrivato il terremoto.

E ancora una volta è arrivata in soccorso l’immaginazione creativa : così è nata una soluzione ispirata a quello che fanno gli sfollati. Il palcoscenico si è trasferito all’aperto, in piazza, e l’inizio della programmazione è stato inaugurato da Ezio Bosso, che ha dedicato il suo concerto alle “cose che rimangono” .
E’ il maggio 2013 quando finalmente si inaugura “la platea ristrutturata” .

E oggi’?

il teatro visto dall’alto

Ad oggi il Teatro Sociale Gualtieri rappresenta un festival nazionale, finanziato dal Ministero e dalla Regione, ed è un’associazione in veste di impresa culturale under 35.

I problemi sono stati e sono tuttora tantissimi: trovare finanziamenti è stato estenuante, proporsi sul mercato come giovani non lo è stato di meno, senza le introduzioni e l’esperienza di chi è già più rodato. Ma ciononostante il gruppo è decollato e lo ha fatto proprio negli anni della crisi, il 2009 .

In questa storia i protagonisti principali sono le persone, i giovani e …l’ incoscienza, cioè quell’attitudine dell’animo che oggi – a risultati ottenuti – pone dubbi di fronte alla domanda di rito:“lo rifaresti?”.

Diego Rosa, murattore e accompagnatore durante la visita

Quell’incoscienza è stata insieme una scommessa e un investimento per un futuro di lungo respiro, senza nessuna idea di cosa avrebbe portato, ma è stata vincente.  Anche perché forte dello spirito del gruppo: tutti amici con un interesse comune e una visione unitaria. Un gruppo rodato nel tempo che poi si è allargato e magari si allargherà ancora e si rinnoverà.

Nel futuro Riccardo immagina un produzione teatrale, con residenza per gli artisti negli spazi ancora da recuperare del teatro. Per tutto questo serviranno altri finanziamenti.

cartellone dei prossimi spettacoli al teatro

Però sembra che i sogni allora non smettano mai. Per fortuna!

Per vedere e sentire questa storia come la raccontano le immagini e le parole di Riccardo, potete guardare il video che segue realizzato dalle riprese di Augusto Ruggiero di ArtMaker Tv .  Lo trovate sia su You Tube che all’indirizzo qui .

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Il meraviglioso mondo dell’ovvio

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Dettaglio di una parete del salone (ex-granaio) del Museo Guatelli

Ma quale sarà mai la ragione per cui nessuno riesce a sottrarsi all’incanto dell’esposizione di tutti gli  oggetti  raccolti in quel Museo di Ozzano Taro che ha preso il nome dal suo stesso creatore, il maestro Ettore Guatelli?

Di sicuro non sarà il nostalgico rimpianto per una civiltà che si è gradatamente svuotata del suo significato  originario e che è rappresentata nelle raccolte di Guatelli.  Mi riferisco a quella civiltà dei contadini e degli artigiani di cui è utile tuttavia ricordare sempre – fuori dal mito – le tante storie di stenti e privazioni.

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Veduta laterale nel salone ex-granaio del Museo Guatelli con gli attrezzi appesi ed esposti

Senza nemmeno conoscerne bene le ragioni – se non quella più immediata che si chiama ‘sussistenza’ – Ettore Guatelli ha iniziato a raccogliere gli oggetti che hanno rappresentato quella civiltà nel quotidiano, a partire dagli anni ’50, portando avanti questa attività fino ai suoi ultimi anni di vita, cioè fino alla sua scomparsa avvenuta nel settembre del 2000.

Sono più di 60.000 i pezzi – tra attrezzi, utensili, giocattoli, bottiglie, vasi, scatole, orologi e mobili  provenienti dalle case contadine e dai laboratori degli artigiani che in quegli anni venivano rimodernati –  che Ettore ha raccattato e accumulato in quel periodo di tempo.

“Usava gli oggetti per far parlare e raccontare ai suoi scolari, spesso bloccati nelle loro capacità espressive dalla scarsa conoscenza dell’italiano e dal senso di inferiorità tipica dei contadini di allora”.

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Soffitto nel salone ex-granaio del Museo Guatelli

Molte persone detestano il sentimento di nostalgia del passato, coi suoi mestieri e le sue abitudini, perché la vita scorre, il mondo cambia, e in realtà, l’ idillio con cui si rievoca un periodo non è che una falsa idea utile solo a rendere più indigesto il presente.

Molti altri poi  vorrebbero che il racconto di queste storie fosse diffuso ai più giovani i quali, non avendo potuto conoscere nulla del passato di nonni operosi e parsimoniosi, avrebbero così l’occasione di capire meglio il senso della loro identità.

Ma tutti – anche i più reticenti – rimangono sopraffatti da questa mostra che è quella di una moderna wunderkammer.

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Una parete del salone del Museo Guatelli con le asce e accette disposte in modo ornamentale

Ettore usa diverse parole per definire la sua attività: se inizialmente raccoglieva oggetti per collaborare all’economia familiare, poi, col passare del tempo ha  trasferito su quegli stessi oggetti il senso di ciò che stava facendo. Come maestro, poteva utilizzarli per spiegare meglio ai suoi allievi il significato e il funzionamento di molte cose, raccontando di questa gente ingegnosa che si arrangiava con poco.

Di fatto, raccogliere oggetti “troppo ovvi per essere ritenuti importanti” è ciò che ha consentito oggi a Guatelli di diventare un “atlante” delle geografie funzionali del passato. 

Dentro alle stanze del suo museo è possibile ricostruire come vivevano e si arrangiavano le persone – famiglie, contadini e artigiani – e con quali oggetti compivano le funzioni di vita e di lavoro quotidiani.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Quegli oggetti, che rappresentano le tracce della vita materiale di un passato temporalmente recente ma  culturalmente  lontano anni luce, sono collocati negli spazi del Museo e della casa di Guatelli secondo un ordine che può essere tutto fuorchè didascalico. Sono sistemati seguendo geometrie artistiche, quasi surreali, come si fa con le tassonomie degli insetti, o in quelle che furono le wunderkammer di ottocentesca memoria.

Ecco: il Museo Guatelli piace a tutti, anche a chi non ama il ritorno al passato. Questo perché le sue raccolte utilizzano un linguaggio che supera il didascalico. Il suo è un linguaggio artistico che ha preso a prestito dal passato solo gli oggetti ma che parla al futuro con un’estetica che anticipa la fine di quelle stesse cose di cui racconta.

Particolare di una parete della camera delle latte nella casa Museo Guatelli

Non sollecita la nostalgia ma stupisce con la  bellezza, per le geometrie delle sue disposizioni, per la ripetitività con cui sono presentate le famiglie di oggetti (tutte le forbici, tutte le seghe, tutti i vasi) che sembrano messi lì più per il gusto di stupire che per voler dialogare coi visitatori.

Anzi, dai  discorsi riportati del Guatelli, lui pareva più un signore scostante, che non amava “le domande stupide dei visitatori” perché il suo intento era quello di “versare le sue conoscenze, di comunicare”,  di “arricchire e di arricchirsi”.

Una psicologia da collezionista seriale che evoca immediatamente un’inclinazione quasi maniacale. Ma che in realtà ha la logica del’ordinatore delle cose del mondo conosciuto, di fronte allo spavento del cambiamento.

Parete della camera degli orologi nella casa Museo Guatelli

Anche noi oggi collochiamo le nostre preferenze su bacheche virtuali come quella di Pinterest, accumulando oggetti dematerializzati che possiamo solo vedere ma non toccare.

Due collezionismi diversi uniti dall’unica aspirazione a scappare dalle possibilità che li hanno generati: uno – quello di Guatelli – sembra rappresentare più un riscattarsi da quel materiale che l’ha inchiodato alle cose della sua terra . Cose fisiche che odorano, si guardano e si toccano, sono ruvide e polverose, cambiano colore a seconda dell’ora in cui le puoi osservare e raccontano una propria storia .

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Dettaglio di una parete della stanza dei giochi nel Museo Guatelli

L’altro collezionismo – quell dei social, Pinterest e via dicendo – racconta più di un tempo dematerializzato, che sta ancora cercando un suo linguaggio che riconquisti anche la relazione umana e con la natura per potersi meglio rappresentare.

Intanto godiamoci lo spettacolo della bellezza che le mani e il gusto di questo signore hanno saputo creare: non inchiodiamo i ragazzi ad ascoltare ancora e sempre lezioni di vita che non potranno capire mai completamente, oggi.

Perché quella vita è troppo lontana da questi tempi. E’ un’antologia impossibile questa. Semmai potrà essere solo un’archeologia delle cui bellezza poter semplicemente godere.

Ingresso della casa Museo Guatelli, dove ha abitato Ettore

Cosa c’è da sapere prima di farci un salto:

Il Museo Guatelli si compone di due sezioni: il Museo vero e proprio, con l’ingresso, uno scalone, la stanza dei giochi, il salone, la stanza della cucina e la stanza delle scarpe e delle scimmie.

Nella casa Museo, dove invece Ettore Guatelli abitava, si visitano l’ingresso, la camera di Ettore, la camera della musica, la camera dei vetri o della zia, la camera delle latte, il ballatoio della ceramiche, la camera degli orologi e la camera che non c’è più.

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Il ballatoio delle ceramiche nella casa Museo Guatelli

Ettore Guatelli, primo di quattro fratelli, nasce da genitori mezzadri nell’aprile del 1921. Per tutta la vita soffrirà di problemi di salute che lo costringeranno a diversi ricoveri  in ospedali e sanatori. Fu proprio lì che ebbe modo di conoscere quelli che divennero i  personaggi determinanti per la sua vita come il poeta Attilio Bertolucci a cui faceva da dattilografo  e da cui fu aiutato ad ottenere il diploma di maestro come privatista.

Informazioni più dettagliate le trovate sul sito del museo: http://www.museoguatelli.it e ascoltando le appassionate guide che vi accompagneranno nella visita come Maira, dal racconto fresco e coinvolgente o Nelson, coi suoi aneddoti e insegnamenti di nonno e amico personale di Ettore.

“Un museo romanzesco come quello ideato da Ettore Guatelli è la storia di un’esistenza e di un’intuizione,…..

Ciò che vi si apprende, in parallelo al grande scenario delle “cose mute”, è la necessità di imparare a guardare, di ristabilire un contatto con l’oggettività della natura e con la sua rete umana di relazioni ricavandone un senso, ossia un valore al di là del frammento o di ciò che resta.” E. Rimondi

Il make up artist per effetti speciali: un lavoro per facce belle o spaventose.

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foto presa in strada durante Lucca Comix & Games

Era il 1967 quando il saggista francese Guy Debord pubblicava il libro “La società dello spettacolo”, anticipando una tendenza che oggi ha raggiunto quasi il suo paradosso. Se nella società c’è in generale uno spostamento verso gli aspetti più immaginifici, nel cinema, anzi, in un suo preciso genere (il fantasy, il fantascientifico e l’horror), l’elemento fantastico, o della meraviglia, è diventato uno degli aspetti prevalenti rispetto ad altri linguaggi.

Taluni film di successo sono costruiti non tanto sullo sviluppo della vicenda e sul carattere dei personaggi, quanto proprio sugli effetti speciali. L’elemento fantastico – il genere che più ne contiene –  rappresenta un aspetto che tendenzialmente affascina di più lo spettatore  di quanto riesca invece la descrizione realistica degli eventi, perché lascia la narrazione aperta a varie interpretazioni. Non vi si parla di vita quotidiana nè dell’esperienza concreta di ciascuno, ma si rivolge a un futuro (o a un presente e a un passato) che ogni volta si modifica in base alle tecniche della rappresentazione.
Fuori dal cinema, tra la gente, c’è il vasto mondo dei travestimenti, un mondo che nel fenomeno dei cosplayer ha la sua manifestazione più evidente, e nei mascheramenti di Halloween, l’espressione recente più “spontanea”.

Tutti questi sono ambiti che, date le loro esigenze di trucco, travestimento ed effetti speciali, rappresentano i “luoghi” di lavoro del make up artist.

Andrea

Nel febbraio di quest’anno ho conosciuto Andrea: è lui che mi ha mostrato questo mestiere.

Corso in special Make Up (effetti teatrali) dell’Accademia Teatro alla Scala – foto: A.Neotti

 

Andrea Masi è un giovane ventottenne, make up artist, originario di Varese e diplomato di recente allAccademia Teatro alla Scala . Il suo percorso di studi è iniziato al liceo artistico ed è poi proseguito alla BCM (Beauty Center of Milan) e con un master in effetti speciali e body painting di Donatella Mondani. All’Accademia ha appreso le tecniche e le competenze per svolgere tutte le attività che riguardano la predisposizione del trucco – prima e dopo l’entrata in scena degli artisti – ma ha anche conosciuto personalità importanti del mondo dello spettacolo, in un ambiente stimolante, animato dagli allievi-colleghi e da insegnanti qualificati. Oggi Andrea si occupa sia di effetti speciali – come truccatore di scena di cinema, teatro o televisione – che di trucco tradizionale (per attori, spose, modelle, ecc.).

Come funziona il mestiere.

bozzetto preparatorio di Andrea per la protesi de “Il fantasma dell’opera”- foto A. Masi

Il mondo degli effetti speciali, secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, è il complesso di tecniche o trucchi utilizzati in ambito scenico per creare un’illusione di realtà. Un modello nuovo rispetto al cinema delle origini (rimasto immutato per decenni), che punta su una diversa dimensione del tempo e dello spazio. L’era digitale ha introdotto tecniche specifiche in base alle quali la caratterizzazione dei personaggi si può sviluppare sia attraverso la computer grafica che manualmente, appunto col make up per effetti speciali. Invecchiare un attore, piuttosto che renderlo somigliante ad un determinato personaggio, richiedono competenze complesse. E’ un mestiere insolito, così come fuori dal comune sono i contesti in cui lavora. Richiede manualità – moltissima – e approfondite conoscenze dei materiali – soprattutto per quanto riguarda il make up prostetico  – e delle cromie estetiche del viso su cui interviene.

"maquette" di Andrea cioè lo studio preparativo di dimensioni inferiori a quelle naturali che serve a capire come sarà l'aspetto e i volumi della creatura finita

“maquette” di Andrea :studio preparatorio dell’aspetto e dei volumi della creatura finita – foto di A. Masi

Il processo di produzione di un make up prostetico si sviluppa in diverse fasi: dall’idea di partenza si passa alla realizzazione del concept grafico. Ci si dota dei materiali utili, come il silicone, il lattice ed altri materiali sensibili al contatto e leggeri, per avvantaggiare chi dovrà indossare la protesi o maschera. Quindi si passa ai calchi del modellato ed infine al colaggio del silicone (o della schiuma di lattice o del lattice, in base al tipo di materiale e di resa desiderata) che, qualora necessario,  verrà eventualmente precolorato.  Una volta che il materiale si è asciugato, si precolora la protesi e – se coerente col concept – si posizionano i peli facciali. Dopodichè si passa all’applicazione della protesi sul modello: questa fase richiede da una fino a 7 ore di lavoro. Finita l’ applicazione e lo stuccaggio di eventuali difetti, si passa alla colorazione definitiva. Ed il miracolo della trasformazione prende definitivamente il via!

Gli interventi di make up di Andrea

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Chi è il make up artist ?

Per capire il mestiere prendiamo Andrea: lui ama la creatività e la manualità che servono per concretizzarla. Ha scelto di fare il make up artist perché questo lavoro richiede competenze di scultura non meno che  di ricerca scientifica e di osservazione. Inoltre il trucco ha caratteristiche che nessun’altra arte contiene: il trucco è plastico – ha un ‘effetto 3D’ – ma soprattutto il trucco vive di vita propria nei soggetti su cui è stato applicato. Ad Andrea piace che le sue idee si trasformino in qualcos’altro, che si autorigenerino su un modello vivo, creando a loro volta nuove idee. Gli piace questa trasformazione continua, che conduce ad esperienze diverse.

La computer grafica è tuttavia uno strumento ed una tecnica particolarmente efficace sul piano degli effetti finali e dalla quale in determinate esecuzioni non si può prescindere.   Ma l’effetto del lavoro con le mani sulla  materia viva è un’esperienza diversa, più vicina alla reale umanità, con le sue imprecisioni e gli  impercettibili difetti.

Per Andrea questo è il lavoro più bello del mondo. Oltre alla tecnica, il mestiere richiede anche un’importante capacità di relazione: quella che serve per creare un rapporto col modello-attore e a trovare contatti nel mondo dello spettacolo. Ma soprattutto, serve avere una storia e qualcosa da raccontare.
Di tutti gli ambienti di lavoro il teatro è quello che predilige perchè nella sua esperienza si è dimostrato come il più autentico. Lì l’atmosfera è magica. Tuttavia, per quanto si possa trattare di ambienti di lavoro sereni e divertenti, non si può dimenticare che servono sempre metodo e disciplina, i requisiti  fondamentali di ogni attività professionale.

dimostrazione di applicazione in lattice

dimostrazione di applicazione in lattice di Andrea

Per capire questo mestiere però bisogna  guardare all’oggetto della creazione in un modo aperto: sia che si tratti di mostro o di angelo – qualcosa che suscita o odio o amore nell’osservatore  e che comunque non lo lascia indifferente – il trucco o la maschera nascono dall’elaborazone di idee non meno che da un processo produttivo con competenze importanti. Dall’idea – un progetto personale – si arriva ad un prodotto scultoreo antropomorfo, che incorpora le leggi dell’anatomia e della tecnica dei materiali. Di quel personaggio si immagina il carattere, di cosa si nutre, a chi deve assomigliare; lo si fa vivere idealisticamente poi lo si crea, concretamente, pensando con quali materiali realizzarlo per il comfort e la verosimiglianza dell’attore.

Programmi televisivi come Face off non sono il modo migliore per capire il lavoro di make up artist : queste spettacolarizzazioni fini a sé, pur incuriosendo il pubblico dei profani,  semplificano la realtà di un mestiere molto complesso, dai tempi di realizzazione lunghissimi e che richiede esperienza e competenze sul campo.

sequenza nella quale, sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi , ,modellato, realizzazione nel materiale deciso, precolorazione della protesi ed applicazione- Foto di A. Masi

sequenza nella quale sono distinte le 4 fasi principali della realizzazione della protesi: modellato, realizzazione nel materiale scelto, precolorazione della protesi ed applicazione – foto di A. Masi

La bellezza insolita nella storia del make up artist .

protesi siliconica di Giuseppe Verd

protesi siliconica di Giuseppe Verdi

Nel travestimento c’è tutta la storia delle maschere e quindi della Commedia dell’arte italiana. Ci sono in pratica radici tutte italiane, che tuttavia, ad oggi, si sono disperse nel tempo. In effetti l’unica importante agenzia nazionale di effetti speciali è Makinarium , di cui è recente il lavoro più famoso e pluripremiato, “Il racconto dei racconti”.

Gli effetti speciali non hanno una data di inizio precisa. Pioniere del genere fu Ray Harryhausen che con lo stop-motion, o tecnica a passo uno, creava figure fantastiche. Di lui si ricordano soprattutto I viaggi di Gulliver del 1960 o Il viaggio fantastico di Sinbad del ’74, anche se i suoi primi film risalgono agli anni ’40.

Prima di lui, Georges Méliès, considerato il padre del cinema ad effetti speciali, ricorreva soprattutto ad effetti di montaggio e di esposizione multipla della pellicola o alla sua colorazione a mano. La famosa luna con il razzo nell’occhio ispirata dal libro di Jules Verne “Dalla terra alla luna” potrebbe essere il primo effetto speciale di cui si ha memoria – secondo i parametri attuali – con applicazioni sul corpo. Diverte pensare che era fatta con del formaggio e che colui che la rappresentava doveva sopportarne parecchio il peso e ..l’olezzo!

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foto tratta dl film “Viaggio nella luna”, di Georges Méliès, 1902

 

Lon Chaney (1883-1930) fu uno dei migliori attori caratteristi della storia del cinema. Per la sua eccezionale abilità con il trucco, gli venne dato il soprannome de “L’Uomo dalle Mille Facce” (“The Man of a Thousand Faces”) e acquisì un’eccezionale abilità nel trucco, al punto da sostenere, per carenza di personale, fino a cinque parti in una stessa commedia senza che il pubblico se ne accorgesse.

Film storici che sono succeduti a questi primi sono stati “Il gobbo di Notre Dame” del 1939 con Charles Laughton nella parte di Quasimodo, o anche “Frankenstein” del 1931 con Boris Karloff che faceva la parte della “creatura” con un make-up realizzato dal make-up artist Jack Pierce. Si trattava ancora di lavori molto pesanti, sia nella fase realizzativa – spesso lunga o lunghissima –  sia per il povero attore che soffriva realmente sotto chili di mastice.

La svolta avvenne con Dick Smith considerato il “padre del make-up prostetico“. Prima di lui le protesi erano realizzate solitamente in un unico pezzo. La sua innovazione consistette nel creare protesi in schiuma di lattice composte da più parti sovrapposte fra loro. Sono suoi gli effetti speciali de “Il padrino, L’esorcista, Taxi Driver, La morte ti fa bella” e così via. Un genio del genere! Poi arriva StarWars negli anni ‘70 ed E.T. del 1982 con l’alieno più famoso del cinema creato da Carlo Rambaldi. « Fu difficile trovare la giusta rappresentazione di E.T., perché volevo qualcosa di speciale. Non volevo che sembrasse un alieno qualsiasi. Doveva essere qualcosa di anatomicamente diverso, in modo che il pubblico non pensasse che quello fosse un nano in una tuta. ». Jurassic Park nel 1993, coi suoi giganteschi dinosauri, sancisce la svolta definitiva.

L'Incubo, olio su tela - 1781 di Johann Heinrich Füssli - fonte Wikimedia

L’Incubo, olio su tela – 1781 di Johann Heinrich Füssli – fonte Wikimedia

La bellezza, infine

La bellezza è un mondo particolare, da sentire e da cogliere, legato alla propria esperienza sensoriale.
Non viaggia solo attraverso esseri paradisiaci. Così, come insegna Guillermo del Toro, un mostro non è brutto, ma è un “emarginato dal Paradiso”.
I mostri hanno una propria umanità che ci rimanda ai nostri segreti. E c’è bellezza nel lavoro capace di creare, che si tratti o meno di mostri.
C’è bellezza anche nella rappresentazione dei difetti o delle malformazioni di coloro che  convivono accanto a noi, in quanto parte di tanta umanità.
C’è bellezza nell’ ‘altro’.
Serve solo un occhio attento ed “educato”. Che presti attenzione.

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Grazie ad Andrea ed Alberto che si sono prodigati ad introdurmi dentro al mondo del make up per effetti speciali.

Qui di seguito trovate materiali utili per approfondire e/o divertirvi:
Bibliografia:

BCM Editrice – Manuale di effetti speciali di trucco

Linkografia:
COSTUME E SOCIETA’

La storia della bruttezza ne dimostra l’inesistenza

https://it.wikipedia.org/wiki/Cosplay : per il fenomeno dei cosplayer
http://www.luccacomicsandgames.com/it/2016/home/ :  Lucca Comix & Games
http://www.effectusevent.com/ :  Effect Us
CINEMA
http://www.cinemecum.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=40&Itemid=373
su Guillermo del Toro:
https://www.youtube.com/watch?v=L74coPk1iO8&feature=youtu.be ;
http://unframed.lacma.org/2016/08/10/monsters-and-monstrosity ;
http://hathos-makeup.blogspot.it/2013/02/il-labirinto-del-fauno.html ;

video: http://nerdist.com/game-of-thrones-turned-scott-ian-into-a-white-walker-on-bloodworks/;

MAKE UP ARTIST: STORIA
https://it.wikipedia.org/wiki/Dick_Smith
http://timelessbeauty.it/jack-pierce-make-artist-degli-effetti-speciali/ ;
http://www.ilpost.it/2013/10/23/breve-storia-del-sangue-finto/ ;