A proposito di futuro.

Sabato scorso, 11 giugno, la trasmissione di Radio3 “tutta la città ne parla” ha trattato il tema “il futuro del lavoro e i lavori del futuro” all’interno della festa “arte, cultura e lavoro”. Mi è venuta voglia di trascrivere due dei punti di vista espressi nel corso della trasmissione perchè hanno riguardato degli spunti importanti su cui riflettere e che ho trovato particolarmente stimolanti per ripensare al lavoro ed alle sue prospettive nel futuro.
Ho scelto di trascrivere il discorso di due degli esperti interpellati: Aldo Bonomi e Riccardo Staglianò. Sociologo e fondatore del Consorzio A.A.S.TER., famoso per la sua definizione del capitalismo italiano come “capitalismo molecolare” oggi diventato poi “capitalismo infinito” il primo, giornalista di Repubblica, inviato del Venerdì  e autore del libro “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro”, il secondo.

Crescono le ore lavorate perchè ci sono più occupati, ma non cresce con altrettanta velocità il PIL, il fatturato di quel lavoro. Cioè l’Italia non cresce o cresce meno. Significa che siamo meno bravi di un tempo a produrre cose di qualità, che rendono,  rispetto ad un tempo?

Innanzitutto non esiste più la piazza universale dei mestieri. E’ cambiata senza che noi ce ne accorgessimo, presi dal “guardare il dito (i numeri) senza porci il problema della luna”. Significa che ogni mese o trimestre siamo tutti molto attenti ad aspettare i dati ISTAD e guardiamo allo zero-virgola di variazione percentuale che i dati ci possono raccontare: la disoccupazione è 12,1 o 12,3 percento?  la disoccupazione giovanile è al 40,2 o al 40,1 percento? Il problema non è il dito ma la luna, cioè la domanda se si può tornare ai salti d’epoca e a quelli che sono i grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni rispetto alla dimensione del lavoro. E se sì, quali sono questi cambiamenti? Noi continuiamo ad avere  una concezione del lavoro come se fossimo ancora dentro la società verticale fordista: la grande impresa, la grande azienda pubblica, la banca, l’ impiego a vita, con annessi e connessi (l’ asilo pubblico, il welfare, le pensioni, ecc).

 

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Il manager delle stelle: foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

Ma, quell’epoca è in crisi. Quella dimensione del lavoro non c’è più.

In secondo luogo, stando al primo postfordismo, nella società è orizzontale in cui la competizione si svolgeva dentro e fuori di essa, ci hanno detto che se volevi lavorare dovevi fare piccola impresa (in Italia questo ha rappresentato il cd ‘capitalismo molecolare’, e su questo livello si è dimostrata un paese virtuosissimo ) o, se eri giovane,  aprire una partita IVA.

In terzo luogo oggi ci sono i narratori. E il “raccontatore” per i pellegrini, oggi si chiama Airbnb o UBER. Se vuoi spostarti, devi cercare UBER, e se vuoi andare incontro ai pellegrini, devi decantare sulla rete la bellezza del tuo piccolo appartamento che metti in vendita su quel sito. Questo è il grande cambiamento: sta avanzando la società circolare. Siamo tutti in circolo ‘allegramente’.

Ma la società circolare si divide in due grandi cambiamenti: o è ‘ruota della fortuna’ ( e qui qualcuno ce la fa, come qualche start up appena nata  e che fa immediatamente 10 milioni di dollari. Ma quante sono? tutti ci dicono ‘fate le start up e avrete raggiunto la fortuna’) o è ‘la ruota del criceto’ ( ad es: la piattaforma per lavare la macchina che al costo di 14 euro ti manda a casa un ‘servo’ che ti fa il lavoro ed il cui compenso partecipa come “un caporalato antico” al 30% agli incassi della start up).

Questo è il punto critico dove occorre scavare.

Nel capitalismo molecolare tutta la famiglia contribuiva al lavoro e faceva impresa. Nel fordismo è l’uomo bianco europeo maschio che aveva diritto alla pensione (in seguito anche la donna) che contribuisce, nella visione ideal- tipica del lavoro, alla produzione.

Oggi, nella società circolare, ciò che conta è la cittadinanza attiva. Da una parte essa deve provvedere e muoversi nel welfare (quindi dobbiamo occuparci giustamente dei grandi temi, che sono i temi drammatici dei rifiuti, dell’acqua, dell’ambiente, di un volontariato che include) e dall’altra deve correre. Senza dimenticare di stare attenta allo storytelling  fatto dai grandi gruppi (i raccontatori, gli affabulatori) quando ci ammiccano dicendoci “ragazzi entrate dentro, perchè qui c’è il miglior mondo possibile”. Questa società circolare deve rimettere invece dentro, nella dinamica della storia, proprio la storia della società, smettendo di parlare dello ‘zero virgola’ ma parlando piuttosto di un destino di cambiamenti d’epoca che tocca tutti.

E lì dentro ci sta anche la dimensione dei migranti, che non è un problema caritatevole ma un problema di numeri: nei paesi subsahariani l’età media è di 15 anni, nei paesi europei, di 45, nell’ Italia, un po’ di più. Meno siamo, più decliniamo e siamo destinti a morire.

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foto di @manimente: allestimento Citizen al Fuorisalone, Milano Design Week, aprile 2016

Il futuro ci fa paura. Solo il grande modello rassicurante delle organizzazioni sindacali, delle grandi imprese e dei partiti di massa verso le quali i lavoratori avevano fiducia, poteva garantire l’ottimismo e la sicurezza nel futuro?

No, nessuna nostalgia per il passato semplicemente perchè non torna più, non per altro. Però attenzione: avere memoria del passato è importante perchè in quel passato c’era la rappresentanza della forza del lavoro che contava di più. Ora dobbiamo pensare come le forze dei nuovi lavori organizzano a loro volta nuove forme di rappresentanza per mettere una ‘zeppa in mezzo alla ruota del criceto’. Quindi tenere conto della memoria del passato ci serve per cominciare nuovi processi di organizzazione rispetto a questo.

Il futuro certamente fa paura ed è incerto però bisogna entrarci dentro semplicemente senza essere subordinati alle retoriche che vengono solo dell’economia.

Claudio Napoleoni, grande economista, diceva ” tra economia e politica bisogna mettere in mezzo la società“. Oggi c’è un predominio dello storytelling dell’economia, della finanza e dell’innovazione e c’è una politica un po’ subalterna: bisogna rimettere in mezzo la società, con i suoi problemi concreti e reali di cui il futuro dei giovani e dell’occupazione è uno dei principali.

Quale forma le imprese devono avere? “piccolo non è più bello” ha detto il presidente di Confindustra Boccia.

Nessuno ha mai sostenuto che “piccolo è bello”. Si tratta di una diatriba antica tra i sostenitori dei ‘cespugli’ e i sostenitori della grande impresa. Beccattini, grande maestro, dice “intimo è bello”.

Sono i nessi di connessione della società e del territorio che contano. Bisogna ripartire da qua. Il problema non è più la proliferazione delle piccole imprese, dei capannoni: non è più quel modello, ovviamente. Bisogna invece rimettere assieme i meccanismi di territorio, i territori che hanno coscienza di sè e si rapportano con i flussi. Il paradigma della modernità sono i flussi del grande cambiamento che impattano nei luoghi e li cambiano culturalmente, antropologicamente, storicamente, socialmente.

Quanti cambiamenti abbiamo dovuto vivere dall’inizio del nuovo secolo ad oggi? tantissimi, eppure una città – se ha coscienza di sè – incomincia a ridisegnare se stessa. Ripensare la coscienza di sè serve per produrre nuove forme di rappresentazione, nuove forme di lavoro, nuove forme di cultura. Dipende da questo: dalla coscienza dei luoghi, e dalle nostre coscienze di mettere insieme dei meccanismi di contrasto alla pura logica di globalizzazione che vengono avanti.

 

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foto @maninmente; allestimento al Fuorisalone Milano Design Week – aprile 2016

L’immaterialità del digitale: noi dobbiamo stare accorti rispetto a quali minacce? Le start up piccole o le grandi realtà del web ? (risponde Riccardo Satglianò)

Il problema delle tante ore lavorate e di una crescita più bassa dipende dal fatto che abbiamo scambiato il lavoro con i lavoretti che è anche il problema della sharing economy (o gig economy). Si fanno lavori degradanti che rendono meno, che hanno salari peggiori e che per diventare adeguatamente consistenti devono essere numerosi. Questa è la sharing economy.  A livello di numeri se si guarda al numero di lavoratori, Air B&B ha superato, a Parigi, in pochi anni, per fatturato Hilton e Marriot, le più grandi catene alberghiere. Guardando dal punto di vista dell’utente l’ utilità immediata che ne ha ricavato è evidente. Al secondo livello, invece, Air B&B conta 24 impiegati contro 200.000 addetti dell’intero settore alberghiero, a Parigi. Ma soprattutto il dato più éclatante è che le tasse pagate dal primo, a Parigi, ammontavano ad 84.000 € contro i 3,5 miliardi, dei secondi. Cosa vuol dire? Le tasse si trasformano in servizi e sono soldi in più per la collettività: se si tolgono, si impoveriscono le persone.

Quindi la grande falsificazione sulla sharing economy è che è un modo democratico per arrotondare.

Ma la vera domanda che ci si deve porre è: perchè abbiamo bisogno di arrotondare? una volta non c’era bisogno di arrotondare, una volta c’erano degli stipendi, e ne poteva bastare anche uno solo.

Sono le varie crisi, il cambiamento dell’economia dagli anni ’80 ad oggi che ci hanno impoverito e che rappresentano la causa di tutto questo. Quindi c’è bisogno di affittare una stanza libera o di utilizzare una macchina che non usi abbastanza, per condividerne l’utilizzo con altri e trarne un guadagno. Ma questo è solo una parte del problema.

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foto di @maninmente al Fuorisalone della Milano Design Week- Aprile 2016

Il vero problema è che se dopo la prima rivoluzione industriale  perdevi un lavoro, ne trovavi subito dopo un altro nei servizi, mentre adesso, coi servizi sempre più automatizzati,  trovare un lavoro è diventato improbabile. Non c’è più salvezza.

Il problema si è diffuso anche nelle professioni ad alto contenuto cognitivo come quelle dei professori universitari, cioè del top della piramide cognitiva. Grazie alle dinamiche di scala che la rete consente è successo infatti che un solo professore è in grado di insegnare ad una platea di 160.000 studenti di tutto il mondo. Il professore è Andrew Ng, che ha fondato con una collega la piattaforma online Coursera e da solo gestiva 160.000 studenti. Se un professore gestisce da solo 160.000 persone, cosa fanno nel frattempo gli altri insegnanti?Andrew ha fatto un conteggio in cui ha verificato che per raggiungere lo stesso numero di studenti utilizzando una didattica somministrata in modo tradizionale – cioè in aula – gli sarebbero serviti 250 anni accademici. Di questo si sta parlando. Se una persona serve a così tante, le altre persone che fanno il suo servizio non servono più.

Associated press , una delle più importanti agenzie di stampa su scala mondiale, utilizzando dei software di cui paga solo la licenza d’uso, redige degli articoli facendo a meno dei giornalisti. In questo modo si libera dei collaboratori che chiedono variazioni contrattuali, permessi, aumenti di stipendio, si alzano per il caffè o il bagno, contestano per svariati motivi.

Ancora: ci sono macchine che fanno anestesie quasi in automatico, attivate da un solo infermiere e che permettono di sostituirsi all’anestestista che costava ogni volta 2.000 dollari. La macchina interviene invece alla modica cifra  di 200 dollari. Non ci sarà quindi più bisogno di anestesisti.

Nel termine “sharing” , condivisione, potrebbe esserci nascosto – come modo di lavorare – anche qualcosa di nuovo che prima non c’era, come il bisogno di socialità? così frammentata, individualizzata, atomizzata, dove si fatica a trovare lavoro, la sharing economy permette di farsi nuovi amici? Per esempio in una trasmissione in cui si parlava di Uber un’autista diceva che in quell’ attività aveva trovato una dimensione nuova di socializzazione. Altrettanto per le persone che affittano pezzi di casa creando esperienze di viaggio che non era nelle loro disponibilità creando legami nuovi. Questo non ha valore?

Questo corrisponde alla retorica delle narrazioni di Travis Kalanick di Uber e Brian Chesky co-fondatore di Air B&B, i quali dicono di voler restituire la fiducia nelle comunità e che bisogna far sì che gli individui possano trovare delle maniere per fare dei soldi in più. Peccato poi che si scopre che il 13% di quelli che mettono annunci su Air B&B rappresentano il 40% del suo fatturato e sono non singoli individui ma grandi proprietari immobiliari. Il caso più éclatante è raccontato in un libro di Roo Rogers e Rachel Botsnam “what’s mine is your” che raccontava che l’appartamento più caro di Roma che costa 475 euro a notte è di un signore che si chiama Martin di Austin, Texas, e che ne ha un’altra decina sparsi nel mondo. E’ un imprenditore che ha fatto soldi con la tecnologia e che per diversificare ha comprato delle case nel mondo e le affitta. Ci sono anche i singoli che affittano e che generalmente ne hanno bisogno. Ma soprattutto c’è un’ipocrisia molto forte. A un certo punto lo scorso anno ad una conferenza, il fondatore di Uber,  di fronte all’accusa che i prezzi di Uber non sono così convenienti,  ha annunciato candidamente che la motivazione dipende dal fatto ‘”c’è l’altro tipo nell’auto: quando faremo fuori l’autista i prezzi di Uber andranno così giù che non ci sarà più bisogno di un’auto”. In America gli addetti al trasporto sono 3,5 milioni di persone che, con l’indotto, arrivano a 5 milioni di persone impiegate.

Riflettiamoci su.

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foto di @manimente al Fuorisalone della Milano Design Week – aprile 2016

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Chi è di scena?

Locandina di Boston Marriage - Teatro Nove

Locandina di Boston Marriage – Teatro Nove

Un sabato sera a teatro: non al cinema, nè davanti alla tv….Magari dopo si può anche mangiare qualcosa con amici – in pizzeria o al ristorante – ma alle 20,30 si va a  teatro, per uno spettacolo di prosa. Un teatro giovane e veloce come quello che lo spazio della Cavallerizza di Reggio Emilia riesce a regalare.

facciata del Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia

facciata del Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia

L’occasione per raccogliere l’invito è il  corso organizzato da I Teatri di Reggio Emilia#comunicateatro,  nell’ambito dell’evento Macramé.  In scena va Boston Marriage  uno spettacolo di Nove Teatro di Novellara.

Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia - l'ingresso prima dello spettacolo

Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia – l’ingresso prima dello spettacolo

Il pubblico del sabato sera che deve decidere cosa fare, ha diverse  opzioni: perché dovrebbe andare a teatro? Il sabato è per tutti  “sacro”: si deve stare bene, ci si deve divertire, rilassare, permettendosi anche qualche strappo alla regola.

La magia del palcoscenico tuttavia, per chi l’ha provata, è un momento speciale: lì, davanti alla scena, ci si riempie di immaginazione e si riesce ad immaginare, pronti a scoprire qualcosa di nuovo, che ci aiuti a decifrare i nostri pezzi sparsi.

Il palcoscenico di Boston Marriage  prima dello spettacolo

Il palcoscenico di Boston Marriage prima dello spettacolo

A teatro  – a differenza di altri spazi di divertimento – c’è, e vive, un mondo che incontra le persone, coi tempi lenti e respirati degli individui. Nessun effetto speciale o in 3D, nè controfigure veloci e mutanti come quelle delle app dei giochi dello smartphone. A teatro ci si siede accanto al vicino di poltrona, di fronte all’attore che recita, aspettando che inizi lo spettacolo nel foyer, con altri che aspettano, dopo aver attraversato lo ZTL della città, magari a piedi.

Lì c’è’ il mondo che puoi toccare e sentire. La vita che passa attraverso le scenografie e la lentezza dei tempi della persona e che – con parole, pause, immagini  – scorre proprio come nella vita reale.

Anche in questi contesti c’è un grande lavoro di vera artigianalità.

Si comincia con l’allestimento delle scene e si arriva fino alla scelta degli abiti e la realizzazione dei trucchi e delle acconciature. Dietro le quinte si muovono le attrici, il regista, lo scenografo, ma anche l’allestitore, il costumista, il truccatore. Persone che  animano lo spettacolo , spesso invisibili.

Gabriele Tesauri regista di Boston Marriage

Gabriele Tesauri regista di Boston Marriage

Gabriele Tesauri  è il regista: in questo caso è l’unico uomo – pochi per Boston Marriage – in una pièce completamente al femminile.

Carolina Migli Bateson

Carolina Migli Bateson

Carolina –  alias Anna, di Boston Marriage –  già al bar confessa che nella vita reale ormai parla con le battute del suo personaggio: non è più lei. Alle prove davvero non si vede la differenza: scanzonata, portamento disinvolto, parla e si muove sciolta con la sua acconciatura tutta boccoli e shatush.

Valeria, ha uno sguardo azzurro che ti trapassa senza esitazioni: sulla scena lei è Claire.

Valeria Barreca

Valeria Barreca

Entrambe escono da una scuola di recitazione: la Gaiety School of Acting di Dublino, Carolina,  e la scuola di Paolo Grassi con Gabriele Vacis, Valeria.

Eva Martucci

Eva Martucci

Eva interpreta invece il ruolo di Catherine, la cameriera goffa e impacciata. Una laurea al DAMS, frequenta numerosi laboratori teatrali della scuola romana. Abbigliamento sportivo, piglio deciso e un po’ laconico, che non fa concessioni alla dolcezza dei suoi lineamenti. Sembra la più giovane del gruppo.

Due mondi: gli attori recitanti e le persone della vita vera. Insieme per divertirsi, immedesimarsi nell’altro da sé ma anche e soprattutto per fare un lavoro.

Non c’è solo l’ arte – quella in grado di rendere piacevole una serata e di portare “regali” al pubblico -. Il teatro parla anche il linguaggio economico delle professioni.

E’ una passione che l’attore sceglie anche per realizzare un proprio status personale, e che la compagnia teatrale adotta come propria missione, senza mai dimenticarne la sostenibilità economica.

Oggi, insieme alla recitazione, serve fare anche altri mestieri collegati, come i laboratori e le scuole. Il teatro contiene professionalità affascinanti ma che non possono evitare le fatiche nè la dura ricerca di un pubblico pagante.

Il Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia visto dal palco, senza spettatori

Il Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia visto dal palco, senza spettatori

Arte, artigianato e lavoro: che storia! (I mosaici – Parte Seconda)

La storia e le sue “tessere”.

Sole - Marco De Luca

Sole – Marco De Luca

Pensando alla sensazione di disagio che travolge oggi anche il più lucido e consapevole degli ottimisti (se ancora ne rimangono) viene da dire che in giro non c’è molto di cui gioire né da cui sentirsi stimolati “al fare”. Ma se si cerca con altri occhi, ricordando che noi ci raccontiamo e ci pensiamo nel futuro grazie anche al vissuto che portiamo dentro, ci arriverebbero ottime sollecitazioni proprio dalla nostra storia.

Per storia penso a quella fatta non solo di oggetti – di cui alcuni ingombranti, come i monumenti, ed altri più piccoli come i nostri cimeli – ma soprattutto a quella che parla delle persone, con le loro attività, le loro opere sparse sul territorio, il loro esempio e la vitalità che ci ispirano guardandoli. Anche se per istinto vitale la prima cosa che si cerca è la novità, rivivere la storia nell’attualità delle nostre vite, ha un ruolo determinante, soprattutto per il nostro futuro.
Prendiamo ad esempio Ravenna: oggi è una città a tutti nota per il suo passato straordinario che la bellezza dei suoi mosaici racconta. La sua storia ci parla di un’arte – a lungo considerata “minore” – le cui dinamiche nel tempo sono emblematiche dell’evoluzione di molte altre attività artistiche.

Galla Placidia- Municipio di Ravenna

Galla Placidia- Municipio di Ravenna

Fino all’XI secolo Ravenna poteva vantare 250 chiese di cui molte erano decorate con mosaici. Sono stati i committenti “forti” del periodo, da Galla Placidia a Teodorico (tra il 430 ed il 560 circa), a dare impulso ai suoi splendidi monumenti. Opere architettoniche commissionate da un “dominus”, cioè dal signore del periodo, che voleva lasciare di sé un segno distintivo forte, per meritare visibilità e prestigio, attraverso un forte investimento, sia finanziario che simbolico, nell’opera commissionata. In questo senso il mosaico rivestiva un’ importante funzione didascalica della cristianità, e celebrativa della sua committenza, coinvolgendo sul piano lavorativo cospicue maestranze italiche con competenze miste.

Il mosaico conoscerà la sua fase di declino a partire dal 1200, con l’affermarsi dell’affresco nel Rinascimento: mutata la cultura di riferimento mutano anche i linguaggi che la rappresentano ed i soggetti che le danno impulso e la raccontano.

Il giardino immaginato- di M. De luca

Il giardino immaginato- di M. De luca

La ripresa artistica della tecnica del mosaico, oscurata per un lungo periodo, si manifesta a partire dalla fine dell’ 800, grazie a due fatti emblematici: il nuovo gusto artistico ed il bisogno di conservare le tracce del passato, per meglio conoscerlo. Attraverso l’intensificarsi dei lavori di restauro emergerà l’esigenza sia di maestranze locali che della loro formazione in quanto tecnici preparati. Nel 1924 viene così istituito il Corso di mosaico dell’Accademia. La scuola formerà un gruppo di maestranze – i Maestri Mosaicisti, come li definisce Severini – che, per l’alto livello qualitativo dei loro lavori e per la fedeltà alla tecnica bizantina, appresa sui ponteggi di restauro, verrà identificato come Scuola (L. Kniffitz).

La tecnica ravennate è nota come metodo “diretto”; il suo contraltare è il cd “rovescio”, più semplice, creato dal friulano Facchina per decorare a mosaico le grandi superfici. La Bottega del mosaico inventerà anche il “metodo diretto su base provvisoria” per i lavori più complessi.

Scuola di Restauro del Mosaico

La tecnica diretta, proprio perché nata dall’attività di restauro dei mosaici antichi, ne sarà l’espressione più fedele e verrà codificata e tramandata attraverso la Scuola per il Restauro del Mosaico di Ravenna. Qui nasceranno altri Istituti di formazione dedicati all’ insegnamento dell’arte musiva: nel ’59, l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini, nel 1963, l’Istituto di Antichità Ravennate e Paleo-Bizantine, facente parte della Facoltà di Lettere. Nel 1984 viene aperta la Scuola per il Restauro del Mosaico della Soprintendenza di Ravenna, dipendente dall’ Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Accanto a queste Istituzioni statali sono stati aperti a Ravenna altri corsi di formazione professionale per il mosaico. Oggi tuttavia stanno attraversando una fase di crisi sia a causa dei nuovi ordinamenti ministeriali previsti per le Scuole Professionali, sia per la carenza di risorse.

L’attività di restauro compiuta sui mosaici ha consentito alla tradizione di diventare competenza. La ricerca tecnica, a sua volta, ha trasformato la competenza – ricodificandola attraverso l’insegnamento nelle scuole – in capacità espressiva e in consapevolezza delle diverse tecniche. Ciò permetterà al mosaicista della scuola ravennate di non essere più solo un mero esecutore di una committenza, ma un suo attivo interprete, quando non un artista. E’ per questa stessa ragione, in virtù della capacità culturale dell’artigiano mosaicista, consapevole dei rapporti tra tecnica e arte, che tanti grandi artisti contemporanei hanno trovato nei mosaicisti ravennati i migliori interpreti delle proprie visioni.

Per contro, se Ravenna è famosa per il mosaico parietale, Spilimbergo (Udine) vanta invece una tradizione nel mosaico pavimentale (soprattutto cocciopesto e pavimenti ‘alla veneziana’). Tale tradizione è qui ben radicata grazie alla virtuosa collaborazione tra fabbriche e laboratori di Venezia. Risale al 1922 l’ istituzione della Scuola di Mosaico, tuttora attiva, che si basa sul cd. “metodo indiretto” su carta, molto economico, più piatto e privo della varietà delle inclinazioni delle tessere tipica della tecnica diretta ravennate. La scuola inoltre, non essendo statale, ma agendo come consorzio privato, non è vincolata ai programmi ministeriali. Gode quindi di maggior autonomia didattica e può così prevedere corsi di 30 ore settimanali di mosaico, formando artigiani bravissimi. Rispetto alla scuola ravennate però, in quanto più orientata alla manualità, la scuola di Spilimbergo dedica meno tempo alla formazione di una “mens critica” nell’allievo.

Un “mosaico” di relazioni di qualità.

Senza Titolo _ M. Bravura per Hotel Wardorf di Milano Marittima 2008

Senza Titolo _ M. Bravura per Hotel Waldorf di Milano Marittima 2008

La storia del mosaico, qui molto semplificata, si dimostra emblematica del contributo e delle specificità che caratterizzano i rapporti tra il mondo delle istituzioni e l’economia, tra il mondo del fare impresa e la cultura, tra il mondo del lavoro e la formazione.

Laddove c’è un contesto in cui la visione delle istituzioni o di alcune menti illuminate si fa portatrice della vitalità del tessuto produttivo di un territorio, e si rende promotrice attiva della sua cultura – sia artistica che tecnica – le proficue relazioni di sistema generano vantaggi per tutti.

Le relazioni vive tra economia, stato sociale e istituzioni favoriscono il territorio nella sua crescita e nella capacità di proiettarsi nel futuro, in quanto ne conoscono le risorse tecniche e le capacità produttive (sia in termini di persone che di know how). Questo è l’ humus sul quale le attività già esistenti possono crescere e svilupparsi e a loro volta generarne di nuove; questo è il potere rigenerante della storia.
Grazie al fervido intreccio tra visioni imprenditoriali e visioni politiche delle pubbliche amministrazioni locali, tra manodopera e scuola si ottiene un effetto moltiplicatore di opportunità. 

Arazzo Rosso_ M. Bravura 1992

Arazzo Rosso_ M. Bravura 1992

Se nell’ antichità la committenza spettava al Principe che promuoveva la realizzazione dell’opera per i propri scopi politici, dottrinali e religiosi, senza alcuna limitazione di fondi, oggi la situazione è molto più complessa e frammentata. Il periodo della committenza forte non esiste più. Lo stesso ente pubblico interviene – per mancanza di risorse – al limite per sostenere la valorizzazione delle realtà artistiche e produttive, in risposta ai bisogni dei cittadini.

Il vuoto di risorse che si è creato tuttavia pur rappresentando una fonte in meno dalla quale attingere per produrre cultura, ha lasciato il posto ad iniziative di sponsorizzazioni private, oggi favorite in Italia anche da una legislazione fiscale agevolativa (decreto Art Bonus).

Inoltre, si è aperto lo spazio all’ autopromozione del lavoro artistico-artigianale anche attraverso la rete, in forme autonome, rompendo un pudore dell’arte che si sottraeva al “mercimonio” per raggiungere destinatari sparsi ovunque nel mondo.

Oltre- di M. De Luca

Oltre- di M. De Luca

Tuttavia, in un contesto così ampio e “a mosaico” serve un tipo di “qualità”  che non può rappresentare le virtù di un singolo soggetto ma va ritradotta come “ qualità delle persone, delle relazioni, dei progetti e dei prodotti.”

Questa è’ la “qualità del fare sapiente e consapevole”. (A. Meomartini membro del CdA Luiss Guido Carli di Roma ) perché oggi il “fare” sta riconquistando la stessa dignità del pensare, anche a partire dai giovani.

gli attrezzi del lavoro - Greta Guberti

gli attrezzi del lavoro – Greta Guberti

** Questo articolo non vuole essere un saggio critico o simili, in quanto non avrei competenze culturali per scrivere in modo specialistico dell’argomento, e riporta solo le mie osservazioni.
Ringrazio invece gli studiosi competenti in merito, come la dr.ssa Linda Kniffitz curatrice del Centro di Documentazione Internazionale sul Mosaico (CIDM) del MAR che con le sue relazioni e la sua illuminante spiegazione a voce mi ha aiutato a mettere insieme questo “complesso mosaico”. Devo menzionare anche il dossier che ho letto dell’Istituto per i Beni artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna che con le relazioni dei suoi esimi studiosi fornisce a chi vuole capirne di più, materiale preziosissimo di studio. (IBC E-R è un Istituto che ha il pregio di fornirci pubblicazioni e iniziative preziosissimi per la memoria e la cultura dell’arte e dei beni del territorio regionale).
Grazie ancora a Greta Guberti che inaugura la sua bottega laboratorio Venerdì 20 settembre in Via Maggiore 65 a Ravenna (consiglio di farci un salto).

Il monte - di M. De Luca

Il monte – di M. De Luca