Mani, Macchine, Ingegno e Creatività? Cosa ci serve ?

-Perché queste donne spaccano le pietre a mano mentre le macchine restano ferme in un angolo?
– Perché così lavorano più persone che con le macchine non avrebbero invece un salario. La manodopera fa lavorare in tanti.

Così rispondeva una guida in India alle domande dei curiosi sul lavoro che lì si faceva mentre le macchine stavano ferme ad arrugginire.

interni-xv.jpg

Locali delle Officine Meccaniche Reggiane – foto  luglio 2017 @maninmente

Negli spazi delle Ex Officine Meccaniche Reggiane, il quartiere industriale dismesso, dietro alla stazione di Reggio Emilia, si respira un’aria che sa dell’esatto contrario: un’area immensa, prima popolata da tutti gli addetti di quell’industria meccanica che oggi sopravvive in buona parte abbandonata e svuotata.

Sullo sfondo delle rovine campeggiano i murales e i graffiti delle pareti, in un’atmosfera in cui si sente soprattutto l’eco delle riflessioni impossibili da evitare qui.

Edifici esterni nel quartiere delle Ex Officine Meccaniche Reggiane – foto Luglio 2017, @maninmente

In questo enorme contenitore di quasi 300.000 mq, dove dal 1904 sorgono le OMI,  Officine Meccaniche Reggiane meglio conosciute come le Reggiane, ha sede il più grande parco d’Europa di Street Art.

Diversi artisti, dai più noti ai meno famosi, hanno lasciato il loro segno : Rhiot, Gas, PsikoPatik, Caker e Collettvo FX, Hang, Bibbitó, Reve+, Lante , Astro Naut, ecc.  Fare un elenco di tutti pare impossibile.

Interni di uno degli edifici nel quartiere delle Ex Officine Meccaniche Reggiane – foto Luglio 2017, @maninmente

Lì dentro c’è una dimensione della memoria che sfugge guardandola oggi. Il presente dell’area è degrado e abbandono, e la sua espressione più forte sono il silenzio e le tracce di qualche abitante abusivo  (senza tetto, balordi, disperati).

Stando alle notizie più recenti le istituzioni provvederanno al recupero ed al rinnovamento di un’ulteriore porzione mentre silenzioso continua il movimento spontaneo di riappropriazione di quei muri con gli street artist che  li “pittano” dal 2012, facendone un punto di riferimento per la street art nazionale e internazionale.

graffiti all’interno dei locali abbandonati delle ex Officine Meccaniche Reggiane – foto agosto 2017 @maninmente

Una forma artistica spontanea per andare alla ricerca di una nuova identità che prenda il posto di quella originaria degli operai di quella grande industria, coi loro significati ormai superati, alla ricerca di un “estremo presente”  che ancora non sappiamo bene decifrare.

Murales delle Officine Meccaniche Reggiane – foto luglio 2017, @maninmente

Che ne sarà di quel lavoro, di quelle competenze e di questi spazi?  Che ne sarà di noi che nel lavoro ci rappresentiamo ed abbiamo ancora quello come unico modello di riferimento importante?

Qui lavoravano circa 12.000 dipendenti; qui hanno avuto luogo importanti fatti storici del secondo conflitto mondiale (il bombardamento dell’area il 7 e 8 gennaio 1944, i 368 giorni di occupazione di protesta dei lavoratori e l’eccidio dei 9 operai nel 1943); qui oggi c’è un tecnopolo ed è in corso di realizzazione un importante progetto di recupero urbanistico.

Sono strati sovrapposti di storia che raccontano dei cambiamenti di quella originaria città di 70.000 abitanti con la sua provincia, e le sue persone.

Come non fare delle riflessioni?

La storia delle Officine Meccaniche Reggiane.

resti di un edificio delle ex Officine Meccaniche Reggiane, foto agosto 2017, @mninmente

La prima di queste, parte da qui: le Reggiane sono state

un’azienda di alto profilo tecnologico, … che doveva agire nel deserto industriale dell’Italia fascista (e dell’Emilia ancora agricola e rurale), costretta  a scontare i limiti del ritardo dello sviluppo produttivo ed economico del paese…” e che iniziava 60 anni dopo l’avventura  della tedesca Siemens ( così M. Storchi, responsabile dell’archivio storico di Reggio Emilia, nell’introduzione del libro “Reggiane- cronache di un grande fabbrica” di M. Bellelli).

Questa iniziativa imprenditoriale dei primi del 900 che ha in Giuseppe Menada il suo deus ex machina,  è stata per la città di Reggio e i  dintorni una vera e propria rivoluzione che ha portato l’attività industriale in un territorio quasi esclusivamente agricolo.

Un volantino pubblicitario dei prodotti delle Ex Officine Meccaniche Reggiane – foto Agosto 2017, @maninmente

Una fabbrica dove si costruivano carri ferroviari, strumenti bellici (proiettili, ogive ecc.), impianti e macchinari per molini, silos, risifici, pastifici e laterizi, aereoplani e motori per l’aviazione, armi e munizioni non c’era mai stata prima a Reggio, in Emilia. Gli unici grandi complessi esistenti erano quelli del triangolo industriale di Genova, Milano e Torino.

promozione prodotti Reggiane fine anni 30, dal libro ” Le Reggiane raccontano la città” di A. Canovi

Pochi non ricorderanno le immagini della gru per il recupero del relitto della Costa Concordia:  quella gru è stata costruita nelle Reggiane.

 E la storia delle attività delle persone da lì uscite.

“Allora, poter dire che eri un operaio delle Reggiane era un titolo…il sogno di un giovane, in una provincia interamente dedita all’agricoltura”…: 

questo è il ricordo di Aldo Magnani, un uomo del ’20,  prima operaio alle Reggiane e poi alla Maserati dal 1950 fino al 1960.

disegni di progett in uno degli edifici nel quartiere delle Ex Officine Meccaniche Reggiane – foto agosto 2017, @maninmente

Grazie al lavoro e alla formazione delle maestranze nelle scuole lì dedicate, i più intraprendenti tra gli addetti hanno potuto avviare numerose iniziative che rappresentano oggi la ricchezza imprenditoriale del nostro territorio.

Alle Reggiane hanno lavorato Emidio Benevelli, fondatore dell’azienda Benevelli Transaxles di Rubiera, Renato Brevini e il fratello Luciano,  padri di quella che oggi è una delle più importanti aziende nel settore, la F.lli Brevini, Michele Rossi ed Emo Campari della RCF (Radio Cine Forniture), Cesare Campioli, sindaco della Liberazione e fondatore dell’ azienda OMSO (Macchine di Stampa su Oggetti) leader mondiale e  Mirco Landini, delle omonime aziende Landini .
Senza dimenticare Emore Medici, ex operaio  che realizzò il modellino del celebre caccia Re2001, prodotto  negli anni Quaranta, e Franco Reggiani che si ricorda anche per il monumento alla Ferrari nei pressi del casello autostradale di Reggio Emilia.

Volumi delle Reggiane nell’Archivio storico di Reggio Emilia – foto settembre 2017 @maninmente

Impossibile di nuovo citare tutti, ma per tanti di loro vale il fatto che sono riusciti a mettere a frutto il bagaglio di capacità e competenze acquisito in quell’esperienza di lavoro realizzando per così dire “un’ epica”.

Questo bacino di manodopera ha generato, nel tempo e con le discontinuità che la vita reale comporta, la fioritura economica che oggi colloca le province di Reggio e Modena nel cluster della meccatronica. Ma ha anche prodotto soprattutto un trapasso conoscitivo  dotando le persone addette ai lavori di quello know how che poi ne ha fatto la fortuna.

Significativo è il fatto che da quella fabbrica sono uscite capacità individuali potenziate e non schiacciate dall’omologazione del lavoro a catena;  l’inventiva e l’intraprendenza del singolo hanno prevalso, così come ci è “italianamente” più consono.

resti di bombolette spray degli street artist, fuori nell’area delle ex Officine Meccaniche Reggiane, foto luglio 2017, @maninmente

Oggi.

E lì, in Via Agosti, delle Reggiane allora cosa rimane?

In concreto, ciò che si può  toccare subito con le mani e vedere con gli occhi, sono solo quei muri dipinti, suggestivi e talvolta violenti nel loro messaggio di protesta. Per il resto al momento rimangono gli sterpi, i detriti e le macerie per rivendicare nuova vita.

Molti da lì hanno potenziato le proprie abilità manuali; tanti hanno fatto fortuna. Ma tutto ciò è accaduto tempo fa.

Interni di un edificio nel quartiere delle Ex Officine Meccaniche Reggiane – foto agosto 2017, @maninmente

Oggi leggiamo di una ripresa che consiste in un inaspettato 1 virgola percentuale e che viene interpretata più come esito degli investimenti nella robotica che ad altri tipi di produzione manifatturiera.

Cosa significa? Che i grandi problemi rimangono perchè questa crescita non necessariamente genera incrementi significativi di occupazione.

Si contestano le piccole dimensioni delle imprese economiche nazionali ma, come dimostra l’avventura delle Reggiane, forse noi – italiani – non riusciamo a sostenere dimensioni industriali importanti.

Il nostro punto di forza rimangono e rimarranno le dimensioni medio piccole, superate le quali solo le multinazionali ne potranno trarre giovamento.

Eppure la visione spicciola ma di buon senso che ci faceva intuire la guida indiana dell’inizio di queste pagine indicherebbe che tutti potrebbero lavorare al prezzo di un abbassamento tecnologico dei modi di produzione.

Ma il mondo non va più così .

murales alle ex Officine Meccaniche Reggiane, foto luglio 2017, @maninmente

Anche l’atelier dell’artista sparisce?

Per enfatizzare fino al paradosso (che poi non lo è tanto) il pensiero, all’ultimo festival della filosofia ,  Franco Vaccari  artista modenese – dichiarava che non esiste più l’atelier. Cioè nell’arte – Vaccari in tal senso si riferiva all’arte concettuale – il “fare”, la produzione a mano,  non esiste più.  Gli sopravvive non tanto l’oggetto artistico quanto piuttosto il concetto artistico, cioè l’ idea e la creatività. 

Rinoceronte dell’artista belga Dzia, nei muri delle ex Officine Meccaniche Reggiane, fotografia del luglio 2017, @maninmente

Sarà un paradigma della nuova narrazione che ci aspetta?
Dovremo soprattutto pensare, ideare, creare e progettare? Saranno queste le nuove competenze con le quali potremo colmare il gap tra occupazione e disoccupazione?

Sono domande importantissime, molto significative di questi tempi in cui, prima di riuscire a dare delle risposte concrete, i molti  senza le competenze utili per poter pensare, progettare, concettualizzare il loro lavoro non ne usciranno indenni . Per non parlare poi, più poeticamente, di quelli che sono appassionati del loro lavoro, fatto con le mani. Innamorati del piacere che il fare restituisce rispetto al pensare.

Oggi non ci sono le risposte ma leggendo l’evoluzione del passato sino ai nostri giorni conviene prepararsi a prendere le strade che si aprono davanti cogliendo subito quello che serve per attrezzarsi.

Così facendo si può spingere anche chi ha le redini politiche a fare scelte più efficaci.

Sfiggy, murales e personaggio di Alessio Bolognesi, Ferrara, classe 1978. Nelle ex Officine Meccaniche Reggiane, foto agosto 2017, @maninmente

Un ringraziamento speciale a Massimo Storchi, responsabile 
dell'Archivio Storico di Reggio Emilia, che mi ha fornito preziose
informazioni e mi ha mostrato l'archivio. 
Grazie anche a Michele Bellelli, autore del Libro "Reggiane, cronache di
una grande fabbrica italiana" a cui mi sono appassionata per scrivere 
di questo argomento.
Grazie anche ad Annalisa che per prima mi ha accompagnata in questo splendido luogo.
Da non perdere a Reggio Emilia, il prossimo mese di novembre 2017,
l'importante mostra dedicata alle Reggiane.
Annunci

2 pensieri su “Mani, Macchine, Ingegno e Creatività? Cosa ci serve ?

I commenti sono chiusi.