Artigianato e Made in Italy a partire da qui……….

Italia e Inghilterra si chiude ai mondiali con un due a uno. Il risultato però, in sfide di altro livello, è completamente ribaltato. Lo dimostra un recente documento del Craft Council. Con l’indicazione di quattro punti chiave, si prescrivono alla politica della prossima tornata elettorale inglese del 2015 le linee guida per favorire e promuovere l’artigianato nazionale e, insieme, l’economia del paese. La cosa più interessante è che al primo punto si parla dell’ insegnamento e delle politiche educative. Si dichiara che la creatività deve rappresentare la parte fondante dei programmi educativi. Insegnare le abilità artigiane e manuali, sollecitare il pensiero immaginativo, incoraggiare l’ apprendimento innovativo, sviluppare le capacità tattili che stimolano e presiedono a loro volta le abilità visive e cognitive, favorire l’ occupabilità delle persone con attitudini e abilità artigianali: tutte queste attività sono in grado di produrre una gamma di benefici che avvantaggiano non solo il soggetto dotato di tali competenza ma l’intera economia del paese.

Profumi da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

Profumi da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

In effetti come si potrebbe parlare di artigianato e di primato del saper fare manuale, in una nazione, se non esiste una cultura fondante di questa competenza? Da secoli abbiamo dimostrato una forte difficoltà a dare valore e impulso alla maestria tecnica delle persone. Oggi però, grazie ad alcune pressioni culturali (il prof. Stefano Micelli ne è un portabandiera riconosciuto), politiche e sociali (fondazioni come Symbola o la Fondazione Cologni), l’artigianato sta diventando l’argomento cardine di un discorso più generale che ha a cuore la promozione economica del saper fare italiano (il Made in Italy di tradizione). L’artigiano di oggi è un soggetto nuovo che lavora in nuovi contesti economici dove la maestria del saper fare su misura e la competenza tecnica e culturale della materia prima trattata sono valori premianti.

Di recente il ministro all’istruzione Giannini, in occasione degli Stati Generali della Cultura organizzati a Roma, ha ribadito che “da noi ci si è occupati dei prodotti, cioè i beni tangibili, dei monumenti, della tutela e della valorizzazione. E, invece, la sensibilità culturale da diffondere attraverso la scuola, attraverso l’introduzione e il potenziamento di certe materie, il miglior collegamento tra una formazione teorica e l’acquisizione di competenze pratiche, tutto questo è rimasto ai margini dell’agenda».
Ma da dove si comincia per indirizzare o favorire le abilità manuali delle persone se non partendo dal percorso scolastico dei bambini? Dare a tutti un’educazione che abbia a cuore le abilità ed i talenti di ogni individuo può interrompere il primato culturale detenuto sino ad oggi dai mestieri di concetto .

da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

Tuttavia la scuola si trova spesso incastrata tra la necessità di completare i programmi ministeriali nei tempi prescritti e l’aspirazione verso scelte educative più innovative. Per ragioni di tempo e coi liniti imposti dalle risorse a disposizione, i libri di testo e le scelte editoriali che li rappresentano diventano talvolta l’unico riferimento esaustivo degli argomenti trattati, senza che venga compiuto dall’insegnante alcun adattamento alle specificità della classe.

da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

Al di là dei luoghi comuni attraverso cui conosciamo la nostra scuola, esistono tuttavia anche realtà educative virtuose i cui format sono pensati a misura di bambino ed a tutela dei loro talenti. Parliamo del Reggio Approach, una filosofia ed una pedagogia che attinge al suo maestro fondatore, Loris Malaguzzi, promotore dell’educazione innovativa, e di un metodo capace di valorizzare il patrimonio di potenzialità e risorse che si esplica nei “cento linguaggi dei bambini”. Seguendo la centralità dei “cento linguaggi” di cui l’essere umano è dotato, i bambini, tramite gli spazi atelier, hanno la possibilità di disporre dei materiali più disparati, quindi di avere più linguaggi, più punti di vista, e, soprattutto, di avere contemporaneamente attive le mani, il pensiero e le emozioni. Il risultato è una valorizzazione piena dell’espressività e della creatività di ciascun bambino e dei bambini in gruppo.

Nel progetto delle scuole di Reggio Emilia il punto fondamentale che ispira il format pedagogico ad esse applicato si basa sull’idea che la mente funziona solo se connessa con il corpo. Non esistono linguaggi di serie A o B perché la mano ed il pensiero sono sempre legati insieme e insieme si rappresentano. I bambini, prima ancora di apprendere i segni, sanno già parlare grazie al loro linguaggio interno, anteriore alla costruzione della parola (secondo le teorie di Malaguzzi). Partendo da questo presupposto l’insegnamento è indirizzato ad un soggetto che apprende nella sua unitarietà perché tutto ciò che è connesso con la mente deve necessariamente passare – come primo livello di percezione della realtà – attraverso le mani.

da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

Il progetto sulla scrittura figurata, rappresentativo di queste scelte educative, si ispira a questo principio: insegnanti e atelierista, insieme coi bambini individuano e discutono alcune idee e immagini mentali soggettive in grado di rappresentare determinate parole (ad es.: desiderio, profumo, paura), nel rispetto della maggior libertà esplorativa individuale possibile e ponendo gli allievi in una situazione di ascolto “poetico” reciproco. Partire dalla scrittura figurata consente ai bambini di esprimere con altri linguaggi (il disegno, la pittura, oltre che la parola vocale, la scrittura, ecc.) la rappresentazione che essi hanno in testa di se stessi. Si tratta di una forma di pensiero pienamente libero e creativo. In questo modo anche il disegno e le immagini diventano uno strumento di elaborazione di pari dignità rispetto agli altri. Inoltre, il lavoro svolto in piccoli gruppi permette uno scambio reciproco, la discussione di idee diverse e non la loro omologazione nè la convergenza: si valorizzano le differenze e si insegna ad ogni bambino a confrontarsi ed aiutarsi con gli altri compagni.

Reggio Approach è un approccio alla vita che ha cercato di contagiare la scuola del territorio provinciale dai 0 ai 6 anni. Si tratta di una realtà conosciuta in Italia ed all’estero e che, per precisa volontà politica, dal 2009 è stata estesa anche alla scuola primaria. Quest’anno si è completato il primo quinquennio del format. A breve si avrà l’ingresso nella scuola secondaria di primo grado degli alunni che hanno concluso il ciclo. L’auspicio è quello di riuscire a contaminare anche questo livello scolastico per dare cittadinanza piena ai saperi, alle espressioni ed all’originalità dei bambini.

Atelier  Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

Atelier Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

La novità del modello educativo sta nello svolgere i programmi ministeriali anche attraverso l’atelier. L’atelierista entra nell’aula per interrompere l’eccesso di parole e di verbale tipico di una certa scuola dove è necessario invece usare linguaggi fluidi e naturali (Malaguzzi). L’obiettivo è quello di riuscire a creare una relazione tra i diversi linguaggi e la mente che già lavora in modo intrecciato e multidisciplinare. L’atelier è un modo di vedere l’insegnamento, una visione che si svolge a partire dell’approccio ai materiali e che si conclude nello scambio con l’insegnante nel momento della progettazione condivisa del lavoro. L’atelier è inoltre un modo di concepire l’apprendimento, non un luogo o una persona. E’ un approccio, in quanto si basa su una progettazione integrata nella didattica: il lavoro cioè si svolge non per discipline ma per concetti e strade trasversali. Ed attraverso l’ingaggio di tutti (pedagogista, insegnante, atelierista, alunni e genitori ) tutti vengono coinvolti e tutti condividono la cultura e le tematiche affrontate.

da: "La bambina del profumo" - Scuole e nidi d'infanzia - Istituzione del Comune di R.E.

da: “La bambina del profumo” – Scuole e nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di R.E.

Attraverso le cose che si fabbricano e più in generale che si fanno con le mani, le persone apprendono qualcosa su di sé, si rappresentano. Proprio come i bambini. Eppure persiste nella civiltà occidentale una concezione ostile all’unione della mano con la testa, una sorta di pregiudizio verso la maestria tecnica. Tutte le abilità, anche le più astratte, invece nascono come pratiche corporee, mentre l’intelligenza tecnica a sua volta si sviluppa attraverso le facoltà dell’immaginazione.  (R. Sennet).
Cominciare lasciando spazio a queste attitudini, valorizzandole nell’educazione dei bambini e insegnandole con pari dignità nella scuola e attraverso pratiche innovative e con strumenti nuovi potrebbe portare risultati utili non solo a livello individuale ma per la stessa economia permettendo alle persone che lavorano di riconoscersi anche in un’identità di lavoro che si può chiamare artigianato Made in Italy.

Però occorre partire da lontano: dai bambini e credere in quello che potranno portarci e portare di nuovo.

 

*Un ringraziamento speciale va a Maddalena, pedagogista, Giusi e Vanna, insegnanti, e Francesca, atelierista, della Scuola dell’Infanzia Comunale e Primaria Statale presso  il Centro Internazionale Loris Malaguzzi che mi hanno accolto e raccontato con la passione che le anima tutto quello che ho cercato di sintetizzare in questo articolo.

 

Collaborazione, manodopera, manovalanza: le tappe dell’evoluzione di una specie in via d’estinzione

Foto Archivio Museo Manodopera - Fiorano Modenese

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

Il distretto ceramico….
“Ma quanto bevono le vostre operaie!” esclama ingenuo Giuseppe Ballarini, oggi presidente di Bal-Co, azienda di prodotti per ceramica – alla vista di un mastello pieno di bottigliette vuote, “Macchè,- gli viene risposto – aggiungiamo Coca-Cola allo smalto perché così si stende meglio!”.
Con questa perla, inserita in uno dei volumi (Progetto Manodopera edito dal Comune di Fiorano Modenese) che compongono una parte della minuziosa opera di recupero delle testimonianze di chi ha lavorato nel distretto ceramico fin dagli anni 40, all’inizio del boom economico, si apre il sipario su un mondo rappresentativo non solo di una realtà industriale – quella della ceramica dei comuni tra Modena e Reggio – ma di un’evoluzione del lavoro oggi costretta al suo autoridimensionamento. Teatro di questa rappresentazione, di cui il lavoro del progetto scientifico “Manodopera” ne è lo spartito principale, è l’omonimo Museo multimediale di Fiorano Modenese. Si tratta di una sezione che completa il già esistente Museo della Ceramica e che documenta dal vivo della gente come è stata costruita l’eccellenza produttiva del distretto ceramico, oggi leader mondiale del settore.

Foto Archivio Museo Manodopera - Fiorano Modenese

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

..e la sua gente ingegnosa, appassionata…e goliardica
Nello spaccato industriale di questo territorio si esprime un preciso DNA, fatto tanto di ingegnosità – a volte ingenua, ma proprio per questo creativa – quanto di generosità, dedizione e senso di appartenenza, sia fisico che culturale, al lavoro ed alla fabbrica. Un’eredità trasmessa di padre in figlio, a partire dalle lunghe attese dei genitori impegnati, cominciando già da piccoli ad imparare a gestirsi in autonomia. Ma a differenza di altre realtà industriali (come la Fiat per esempio), il settore ceramico prima nasce come realtà artigiana. Per questo rispecchia fedelmente e riproduce tutte le caratteristiche dei suoi protagonisti: gli imprenditori e gli operai.

Ci sono storie che raccontano come il proprietario fondatore della ceramica abbia spesso condiviso con i più fedeli le vicissitudini della sua attività (“il dr Pietro Marazzi alla domenica veniva a trovarmi quando facevo il turno,. mi prendeva a braccetto e mi chiedeva come andava”). E ce ne sono altre, esempio di umiliazioni pesanti, oggi inaccettabili (come gli orari di lavoro estenuanti, in ambienti insalubri e spesso relativamente sicuri).

Ma ci cono anche storie goliardiche, tipiche della giovialità degli emiliani: “in fabbrica non sapevo dove prendere. Avevo delle donne che facevano il decoro a mano, io gli insegnavo. Tra di loro ho avuto tre fidanzate, una alla volta però” (testimonianze tratte tutte dai volumi Manodopera). Insieme, ognuno con il proprio contributo, attraverso esperienze spesso classificabili agli inizi più come quelle del “praticone” che quelle del tecnico, sono state messe in atto innovazioni che hanno condotto la piastrella italiana alla reputazione di cui gode oggi in tutto il mondo.

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

…e il suo sano empirismo
”Mi sa dire lei dottore come mai queste due piastrelle non sono uguali?”, “Probabilmente per il diverso impasto utilizzato”, “Io ho solo usato il vetro di una bottiglia di Coca Cola e, visto che non avevo altro, anche quello di una bottiglia diversa, ma erano tutt’e due bianchi!”. La grande abilità dei “proto-industriali dell’epoca- generalmente agricoltori e commercianti che azzardavano per caso o per gioco l’avventura imprenditoriale – è stata proprio quella di essere estremamente empirici, al limite del folkloristico e di azzardare tutte le strade pur di soddisfare la necessità di produrre. Ma queste caratteristiche, assieme al beneficio reciproco che ne è derivato in termini di benessere ad entrambi gli attori del boom economico, hanno fatto la fortuna del settore, il motore della sua stessa innovazione. Oggi è più facile schernirsi di questa attitudine: si preferisce piuttosto il rigido ma scientifico approccio da nord europeo (leggi : tedeschi) disciplinato e organizzato. In un mercato come quello attuale, più complesso e difficile di quanto fosse al’inizio della storia della ceramica, l’ingegnosità e la collaborazione trasversale tra i diversi comparti della filiera si sono oggi svuotati di significato a beneficio di approcci più schematizzati e rigidi. Spesso ..non meno stressanti e alienanti.

Foto Archivio Museo Manodopera - Fiorano Modenese

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

….e le sue menti creative
Ci sono aneddoti che si spiegano da soli e che raccontano col loro ritmo pezzi di vita industriale unici: “Alla ceramica Cisa di Maranello non sanno che materiali preparare: una piastrella di prova rimane sulla linea con varie applicazioni sopra. Per non buttarla via e non inquinare, qualcuno la mette nel forno e così viene fuori il famoso cotto Cerdisa, per il quale hanno cambiato il sistema di smaltatura.” . O ancora: “Alla ceramica Jolly smaltavano con un mestolo. Nel girare il mestolo cade una goccia sopra la piastrella. Questa goccia, quando è venuta fuori dal forno, bòm! , aveva creato un effetto che ripreso, ingrandito e… accidenti, ragazzi! è venuta fuori la piastrella con la goccia…”

Racconti di creatività che sembrano un po’ un ritratto di vita alla “Totò” d’Emilia, ma che in realtà, pur se considerati per le opportunità di quei tempi, esprimono tutto il valore della creatività locale. Il caso o il destino contavano significativamente, ma per far sì che un evento accidentale si trasformasse in un’innovazione serviva che ci fosse un qualche visionario disposto ad accogliere la novità come opportunità.

Foto Archivio Museo Manodopera - Fiorano Modenese

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

Poi,dalla manovalanza si è passati all’industrializzazione: fine dell’umanità creativa?
“Allora si lavorava con i bracci, poi eravamo diventati un numero”: se all’inzio della sua attività il Premiato Stablimento Ceramico C. Rubbiani – pioniere nel settore – produce ai primi del 900 serie limitatissime, fatte tutte a mano, per soddisfare i gusti e le esigenze delle classi agiate, al crescere della domanda il prodotto viene destinato a mercati più ampi e la manualità diventa sempre più seriale ed asservita alla tecnologia. La stessa attività decorativa, sede deputata alla creazione, subisce negli anni una lenta razionalizzazione industriale. I primi creativi, all’inizio degli ani ’70, riconoscono nel reparto artistico della fabbrica il luogo paradisiaco in cui creare “perché si lavorava anche di fantasia”. “Non si poteva copiare e ci voleva qualcuno che inventasse. Abbiamo fatto delle cose meravigliose per i pavimenti del Vaticano decorati uno ad uno a mano, la sala del cardinale Lercaro a Bologna, una piscina per la principessa del Marocco, enorme e tutta decorata a mano di pesci ed alghe che sembrava di essere dentro al mare.”

Ora tutto può essere fatto al computer: con le tecniche CAD si possono esplorare nuovi ambiti del design e gestire soluzioni decorative e formati in modo più semplice e rapido. Tuttavia sono ancora i tecnici, la loro testa, le loro soluzioni creative, a volte azzardate, fatte anche col cuore, che permettono – o potrebbero permettere – di trovare il giusto equilibrio tra il materiale e la sua decorazione. Qui è il cuore del Made in Italy, lo stile italiano conosciuto da tutti che incorpora sensibilità estetica e cultura dei materiali. Il prodotto ben fatto non può prescinderne.

Oggi le idee necessarie probabilmente dovrebbero essere molte di più, visto che occorre produrre più in termini di qualità che di quantità. D’altronde è proprio nell’aver saputo gestire l’artigianato accompagnandolo verso la produzione industriale che si è fatta la fortuna di questa terra e la sua ricchezza. Ma le cose sono cambiate parecchio, i mercati sono complessi, le regole complicate (la burocrazia all’italiana) e spesso in guerra con le esigenze della competizione globale. Tutto è molto più difficile. E il prodotto ben fatto può essere confuso da altri valori come i contenuti della sua comunicazione più che il suo reale contenuto.

foto decoro

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

Ci serve un contenitore – come la scatola di latta che portava sempre con sé Maryl Streep nella “Casa degli spiriti” – con dentro tutte queste esperienze testimoniate dal vivo della gente.

Lì dentro si potrà attingere al nostro patrimonio di vita. Forse riusciremo a capire meglio chi siamo e ad inventare altre strade, restituendo il lavoro anche a chi non ha vissuto quelle fatiche fisiche ma che tuttavia subisce oggi il malessere e la sofferenza dell’incertezza, delle ansie di un lavoro che non si sa più se durerà, se si troverà, per sé o per i propri figli.

Foto Archivio Museo Manodopera - Fiorano Modenese

Foto Archivio Museo Manodopera – Fiorano Modenese

Tutto quanto qui raccontato è documentato, descritto e approfondito al Museo Manodopera di Fiorano Modenese e nella collana editoriale Progetto Manodopera.
Di recente inaugurazione (aprile 2014), il Museo Manodopera rappresenta un lavoro di archeologia industriale portato al pubblico attraverso la testimonianza delle persone e realizzato attraverso un’operazione di scavo umano nel territorio.
‘Manodopera. L’uomo nobilita il lavoro’, è la sezione multimediale del Museo della Ceramica: 300 metri quadrati di allestimento innovativo, realizzato con soluzioni all’avanguardia da ETT spa di Genova. Qui il visitatore diventa ‘visitattore’, in uno spazio suggestivo come quello dei restaurati sotterranei del Castello di Spezzano.
Manodopera è un percorso esperienziale, curato da Paola Gemelli, Francesco Genitori e Guglielmo Leoni, con il coordinamento della direttrice del museo Stefania Spaggiari, che permette di ascoltare le voci di chi ha popolato le fabbriche. E’ un viaggio nel tempo tra i macchinari e i loro addetti con una guida virtuale.
Gli spazi, sede della sezione Manodopera, sono quattro, (per una superficie totale di circa 315 mq): il primo racconta il percorso dell’argilla dalle cave di escavazione fino ai depositi degli stabilimenti ceramici; il secondo racconta il lavoro; il terzo la manodopera, il quarto è una panoramica su quanto ha messo le “ali ai piedi” delle piastrelle di ceramica: grafica, design, moda, pubblicità, giornali, riviste, sponsorizzazioni sportive amatoriali e professionali, attività sociali.

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Il talento e le sue regole.

Scuola mosaicisti del Friuli - Foto Laila Pozzo

Scuola mosaicisti del Friuli – Foto Laila Pozzo

Arrivi, ti siedi e ascolti mentre non perdi di vista quello che succede intorno.
La signora sui 70, ordinata, bon ton, che parla a bassa voce, pacata, dice: “ mi dispiace che ci sia questa situazione. Mi dispiace per i nostri figli che devono pagare le rette dell’asilo, le bollette. Mi dispiace per i giovani che non hanno lavoro ma anche per quelli più vecchi che non l’hanno più, nè riusciranno più a ritrovarne uno.”

Nel frattempo si avvicinano alle prime file i giornalisti del posto riservato. Una di queste, mentre si dirige verso la sedia, dice alla tipa al suo fianco “io devo sentirmi amata per stare con un uomo”, mentre si mostra nel suo trucco impeccabile, senza un millimetro di nuda pelle esposta. In dieci minuti due mondi si scontrano tra loro e se avessero fatto rumore, non si sarebbero potuti umanamente sopportare.
Eppure qui, alla Fondazione Corriere delle Sera, venerdì 14 marzo si parlava –  per presentare l’omonimo volume edito da Marsilio Editore – delle Regole del Talento, quelle che presiedono i mestieri d’arte.

La regola del talento- Foto Laila Pozzo

La regola del talento- Foto Laila Pozzo

Ci sono anche belle anziane signore, ben imbellettate, come si conviene a chi si propone secondo le regole del buon gusto, della sobrietà e del costosamente low profile. Adoro il melting pot fin dove non raggiunge i limiti di un circolo chiuso un po’ snob.
E’ comunque molto emozionante sentir parlare delle 17 migliori scuole italiane dove si insegnano i mestieri, quelli d’arte.

Continuo a chiedermi – ed a sperare – se promuovere questi argomenti resti una scelta relegata alla seppur utile e generosa filantropia o se si riesca effettivamente a facilitare quei giovani – ed anche i non più tali – che per passione si dedicano ad apprendere un lavoro fatto con le mani. Una scuola intesa come la necessaria anticamera per poter lavorare ed occupare un ruolo sociale di “persona che produce” e non solo una scuola che prepari su argomenti vintage, riservata a studenti sponsorizzati che poi finiranno per non fare dopo più nulla, o faranno solo sporadicamente quello per cui sono stati preparati.
All’incontro viene detto che da queste scuole escono ragazzi che avranno in mano il “futuro del Made in Italy“.

Lavori presso la Scuola dell'Arte della Medaglia - Foto Laila Pozzo

Lavori presso la Scuola dell’Arte della Medaglia – Foto Laila Pozzo

Ma cos’è il Made in Italy? Le parole che sempre si utilizzano per identificarlo sono ‘creatività’, ‘competenza’ ed ‘impegno’: le regole basilari che reggono qualsiasi talento. Ma in realtà il ‘Made in Italy’ sembra sempre più un mito congelato in tre attributi retaggio del passato. Ci sono ancora lavori disponibili per chi entra in queste scuole con l’intenzione di fare quello  per cui viene preparato?
Nessuno all’incontro lo chiede. Nessun giornalista pone la domanda cruciale.
Antichi mestieri di nuovo al centro delle nuove magre politiche economico-sociali.
Il dr Giovanni Puglisi, rettore dello IULM e Presidente della Commissione Italiana per l’ UNESCO, richiama l’attenzione al concetto di “bellezza“, cioè all’attrattività che sta dietro ai manufatti realizzati con minuzia e perizia dalle mani dell’artigiano. Per rendere fruibile questo patrimonio, va educata non solo la manodopera che lo realizza ma anche il pubblico che ne fruisce. Va cioè posta maggiore attenzione al patrimonio di risorse invisibili di cui disponiamo e di cui la museificazione rappresenta la fine che nessuno si  auspica. Questa bellezza deve essere resa attrattiva economicamente. Ma come?

Il direttore della Fondazione Cologni, dr Alberto Cavalli, chiude con parole da incidere quando dice che “nelle 17 scuole, selezionate per il volume ‘La regola del talento’, la voce dell’oracolo si vena di sfumature contingenti. Se conosci la tua storia, il tuo territorio, le sue tradizioni e la sua identità, conoscerai anche meglio te stesso e le tue potenzialità e potrai portarle così a compimento. Si può dire, parafrasando liberamente la voce dell’oracolo di Delfi, che se ‘conosci te stesso, conoscerai l’universo e gli dei’ “.

Quindi l’impegno non può essere solo quello di chi ha curato questo splendido volume (la Fondazione Cologni con il suo magnifico Presidente Franco Cologni e la Fondazion Deutsche Bank) o solo di chi si occupa dell’insegnamento e dell’apprendimento in queste scuole. Direi che si può cominciare partendo da noi. Dalla cura e dall’ interesse di ciascuno per quanto ci sta intorno e per la sua ricchezza.

L’impegno a volte premia. E se non lo fa, ci può regalare impreviste scoperte.